Come sostenibilità e resilienza, anche transizione è un termine inflazionato, ultimamente. Soprattutto da quando è stato associato a un ministero.

Ma già una quindicina d’anni fa un permacultore inglese, Rob Hopkins, lo aveva scelto per identificare un movimento dall’intento ambizioso.  

Si era reso conto di quanto la nostra società sia dipendente da una sostanza miracolosa chiamata petrolio. Basta uno sciopero degli autotrasportatori per non trovare più cibo nei negozi, dopo solo tre giorni. E l’oro nero non condiziona solo i trasporti, ma ogni attività economica, dalla sanità all’edilizia, dall’industria all’agricoltura. Come un drogato è disposto a tutto pur di procurarsi la sostanza da cui è dipendente, così la nostra società – per ottenere il petrolio che le serve – ne accetta gli “effetti collaterali”: guerre, devastazioni ambientali, cambiamento climatico… 

Rob Hopkins, con la visione sistemica propria della permacultura, aveva compreso come questi problemi fossero interconnessi tra loro, e anche con la crisi economica. Da soli – pensava – non si cambia il mondo. E se aspettiamo i governi, potrebbero arrivare troppo tardi, ammesso che arrivino. Ma se agiamo a un livello intermedio – quello delle comunità locali – potrebbe essere quanto basta e giusto in tempo.

Alle minacce globali si potrebbe rispondere creativamente costruendo comunità locali resilienti, come cellule di un organismo futuro da reinventare completamente. Iniziò così – nella cittadina inglese di Totnes – il movimento Transition Town[1], che oggi conta migliaia di iniziative in tutto il mondo e rappresenta la più importante applicazione, a scala globale, della permacultura sociale. Le Città in Transizione offrono esempi concreti di come sia possibile riprogettare in chiave permaculturale gli ambienti urbani, compresa la problematica Suburbia del precedente articolo.

Può tuttavia la Transizione e tutti i movimenti di base – che si reggono sul volontariato e che peraltro agiscono separatamente – innescare il cambiamento sistemico necessario per invertire la crescente tendenza autodistruttiva della nostra civiltà? Se lo chiedeva nel 2018 Naresh Giangrande, altro co-fondatore di Transition Town Totnes e del Transition Network. Giungendo alla conclusione pessimistica che non hanno abbastanza forza per influenzare le grandi strutture di potere politiche ed economiche, a cui non interessa affatto un cambio di sistema che ne ridurrebbe potere, profitti e privilegi. Troppa è la disparità di risorse – soprattutto tempo e denaro – per poter catalizzare una trasformazione significativa.

A livello locale – osservava – il movimento di Transizione ha creato esempi pratici di una cultura rigenerativa, definiti “le sementi di un Buon Antropocene”, grazie agli enormi sforzi e ai risultati straordinari di tantissimi gruppi in tutto il mondo, ma non è riuscito a modificare in modo significativo e misurabile il quadro generale. Perché qualsiasi realistica speranza di cambiamento verso una cultura che sostiene la vita non può prescindere da una difficile e inconcepibile sinergia tra cambiamenti esterni (fisici) e interiori (psicologici), in un mosaico di allineamento tra elementi culturali finora spesso non correlati o antagonisti (affari, governo, società civile, mondo accademico, gruppi religiosi, movimenti di sviluppo spirituale e personale…)

E tuttavia, continuare ad agire per aumentare la resilienza a un livello di scala sia personale che comunitario, per creare un posto fertile, durevole, sostenibile e bello, è la cosa giusta da fare, il proprio lavoro nel mondo, indipendentemente dal risultato.

Pure Rob Hopkins ammette che in un mondo ideale la finanza, la politica e la comunità si dovrebbero mobilitare insieme. Ma – aggiunge – si può comunque cucinare un piatto delizioso anche se non ci sono tutti gli ingredienti, arrangiandosi con le risorse disponibili.

E questo è ciò che insegna la permacultura.


[1] https://transitionnetwork.org/