Il nostro tempo ha diversi tratti caratteristici, ma vorrei attirare l’attenzione dei lettori su due di essi: il bisogno ossessivo di risposte e il totale disinteresse per l’ovvietà.

In questa relazione mi occuperò del primo, rinviando le considerazioni sul secondo a un eventuale intervento successivo. Che la ricerca di risposte sia un bisogno se ne sono accorti, e per certi versi impossessati, soprattutto alcuni politici nostrani: non perdono l’occasione, in TV, sui giornali, in rete o nei comizi, di dispensare risposte su qualsiasi tema; la gente manifesta un bisogno bulimico di risposte e il sistema, non solo quello politico, si adatta. Fornire risposte è uno dei più efficaci atteggiamenti per creare consenso, in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Eppure, chiunque abbia praticato con serietà un qualunque contesto scientifico, sa bene che più delle risposte contano le domande, che normalizzare i quesiti è necessario per rimuovere inutili e inopportune ridondanze che distraggono dalla ricerca delle “cause prime”: il segreto, insomma, sta nella domanda[1]!

La conseguenza più disastrosa generata da questo bisogno a tratti compulsivo, è una diffusa indifferenza nei confronti del ragionamento e dell’atteggiamento critico: ormai tutti o quasi ignorano le “circostanze” in quanto tali, trasformandole in “problemi”. Situazioni, circostanze e condizioni che per loro natura vivono in simbiosi con il pensiero e la riflessione, nell’era della tecnica[2] subiscono un’immediata e inconscia trasformazione in problemi, e i problemi non si accontentano di riflessioni né tanto meno di considerazioni: i problemi esigono risposte!

Per riconoscere, seppure a grandi linee, quanto fin qui sostenuto, possiamo uscire dal quadro generale e immergerci in un tema d’esempio di grande attualità: la sostenibilità.

Non c’è contesto della nostra quotidianità che non abbia prima o poi un rimando a questo termine, nessuna risposta è degna di attenzione se non è capace di contenere, addirittura di fondersi, con la sostenibilità: le risposte ai problemi agricoli, energetici, alimentari, economici, culturali, scolastici, sociali, tecnologici e a tutti gli altri debbono “essere” indiscutibilmente sostenibili!

Ma quali sono le domande che trascuriamo quando siamo investiti da risposte sulla sostenibilità? Vediamone alcune, quelle che a mio avviso meritano una certa considerazione.

Partiamo subito da quella che riguarda la sua definizione: cosa significa sostenibile? Nell’immaginario collettivo, molte risposte superficiali hanno contribuito a generare una pericolosa confusione tra sostenibile e perpetuo, distorcendo completamente i confini della sostenibilità fino a espanderli all’infinito: se qualcosa è sostenibile, allora lo è per sempre… non è così!

La sostenibilità ha dei costi?  Spesso si tende a glissare questo aspetto, sommergendolo sotto i più elevati costi delle soluzioni non sostenibili. Non mettere in evidenza i costi aiuta a non dichiarare chi deve sostenerli e facilita il consenso: alcuni costi sono amplificati dalle scelte sostenibili anche se quelli globali (compresi i danni ambientali, per esempio) sono minori. Spesso l’aumento dei costi è una questione individuale, mentre la diminuzione è una questione sociale: spesso si esaltano i secondi nascondendo i primi, che si svelano a sorpresa quando si “presenta il conto”.

La Natura, intesa come sistema, adotta sempre soluzioni sostenibili? La risposta affermativa a questa domanda costituisce uno dei maggiori inganni comunicativi del nostro tempo e ha ragioni filosofiche e teologiche profonde sulle quali non abbiamo il tempo di soffermarci. La Natura, se proprio non vogliamo rinunciare a considerarla come soggetto, fa quello che vuole e se ritiene necessario sprecare lo fa, con buona pace di chi non ci crede.

La decrescita è in risonanza con la sostenibilità? Questa domanda nasconde un’idea a mio avviso molto pericolosa, ovvero quella secondo cui la riduzione degli sprechi nella parte ricca del mondo può contribuire a sollevare le sorti di quella povera. Questa è una delle peggiori manifestazioni, spesso inconscia, di arroganza di chi già è ricco. La crescita non è un privilegio, ma un diritto! Dentro quel diritto le varie comunità devono imparare a sostenere il progresso rispetto allo sviluppo; da questo punto di vista nessuno ha il diritto di impedire a una nazione di crescere e riscattare le proprie condizioni di vita. La lotta agli sprechi è una questione di civiltà e per condurla non serve a nulla contrastare la crescita. Credo sia più umano e dignitoso impegnarsi per la crescita dei Paesi sottosviluppati che per la decrescita di quelli già sviluppati.

A margine di questa breve riflessione vorrei aggiungere un’ultima considerazione sul rapporto tra noi e il mondo. Il nostro Pianeta, l’ecosistema che in cui abitiamo, non si aspetta che noi e nessun altro lo salvi: in quanto sistema ha infinite leve per reagire alle diverse sollecitazioni cui è sottoposto. Noi non abbiamo l’incarico di salvare il mondo, bensì quello di salvare la nostra civiltà! Concentrarci sulla salvezza del Pianeta è una distrazione che nasconde una cruda verità, quella che il Pianeta Terra può fare benissimo a meno di noi, che il Pianeta Terra non è il nostro Pianeta. Non abbiamo bisogno di risposte per il Pianeta, che è ben capace di trovarsele da solo e in più non è nostro, bensì per noi che lo abitiamo: smettiamola di sentirci onnipotenti e cominciamo a preoccuparci seriamente del “nostro” futuro.


[1] Umberto Galimberti, Il segreto della domanda. Intorno alle cose umane e divine, Feltrinelli Editore.

[2] Günther Anders, L’uomo è antiquato. La terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri Editore.