La crisi del Mar Rosso ci insegna che stiamo investendo ancora troppo poco sulle rinnovabili

da | Gen 23, 2024 | news | 0 commenti

La crisi nel Mar Rosso minaccia la sicurezza energetica di vari Paesi: tra questi, l’Italia che si trova nuovamente a fronteggiare una pericolosa dinamica internazionale dopo l’invasione dell’Ucraina.

Da più di un mese, un gruppo di ribelli yemeniti sta attaccando navi mercantili nel Mar Rosso, mettendo a dura prova il commercio mondiale: proprio in quest’area transita il 12% del commercio mondiale, oltre a essere un’area strategica per le fonti fossili.

Da questo tratto passano infatti il 5% del greggio mondiale, il 10% dei prodotti petroliferi e l’8% dei flussi marittimi di gas naturale liquefatto (GNL).

Per l’Italia la situazione diventa ancora più complessa se si considera che gran parte della sua diversificazione energetica (l’alternativa al gas russo, per intenderci), passa proprio per l’area interessata dal conflitto: ad essere minacciati dai ribelli yemeniti sono il 27% dell’import italiano di greggio e il 34% del GNL.

Cosa sta succedendo nel Mar Rosso

Un gruppo di ribelli yemeniti, gli Houti, stanno attaccando navi mercantili nel Mar Rosso da oltre un mese. Il contesto è quello della guerra tra Hamas e Israele in cui gli Houti hanno annunciato di voler entrare, offrendo aiuto al popolo palestinese, attaccando le navi dirette a Israele.

I ribelli stanno lanciando missili e droni navali dai territori controllati nello Yemen: almeno duecento navi hanno dichiarato incidenti e circa 180 vascelli hanno cambiato rotta. A parte qualche danno, nessuna nave è stata affondata e non ci sono state vittime, anche se la concentrazione di attacchi nel tratto di mare tra lo Yemen e il Gibuti (stretto appena 32 km) ha portato molte navi ad evitare la tratta, virando verso il Capo di Buona Speranza per raggiungere l’Europa.

Si tratta di una deviazione di oltre 9000 chilometri che allunga il viaggio di diversi giorni (tra i 6 e i 14 giorni), aumentando il costo del carburante e delle polizze assicurative delle navi. Anche se per ora non ha avuto conseguenze sul costo delle merci.

La crisi nel Mar Rosso: cosa dobbiamo aspettarci

Gli specialisti infatti riferiscono che, al momento, gli attacchi dei ribelli yemeniti nel Mar Rosso sta avendo un impatto economico limitato, purché la crisi non si prolunghi.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze se la situazione continuasse ancora a lungo?

Lo stretto di Bab al-Mandeb regola l’accesso al Mar Rosso meridionale: da qui, normalmente, transita il 12% del traffico marittimo globale. Da metà novembre, però, gli esperti marittimi hanno notato una diminuzione del 70% nel numero di container che passano per questo tratto.

La situazione è ulteriormente complicata dalla siccità che ha colpito il Canale di Panama, rallentando significativamente il transito delle navi tra l’Asia e gli Stati Uniti: dalle quaranta navi portacontainer al giorno si è passati, da metà gennaio, a 24 transiti giornalieri.

Diverse aziende hanno già annunciato ritardi. La crisi nel Mar Rosso potrebbe aumentare i costi del trasporto marittimo del 60%, alimentando il rischio di una nuova inflazione.

Oltre a questo, anche la questione energetica sta preoccupando non poco i vari Paesi, come l’Italia, che dipendono proprio da questo tratto per l’approvvigionamento energetico. Come sottolineato dal primo ministro del Qatar durante il Forum Economico di Davos, l’escalation nel Mar Rosso inciderà notevolmente sul trasporto di gas naturale liquefatto.

Le conseguenze per l’Italia

Questi sviluppi confermano il timore, per l’Italia, di una nuova crisi energetica, sottolineando la forte dipendenza del nostro Paese dalle fonti fossili: il 27% dell’import di petrolio nazionale e circa il 34% dell’import complessivo di gas naturale liquefatto attraversa lo stretto di Bab el-Mandeb, minacciato dai ribelli.

Oltre a questo, la crisi del Mar Rosso ha conseguenze significative anche per il commercio mondiale e l’import-export: per quanto riguarda l’Italia, il 40% del suo import-export transita proprio da questa rotta marittima.

Bruxelles proprio in questi giorni ha avviato un’iniziativa militare, coinvolgendo Italia, Francia e Germania, con l’obiettivo di proteggere il traffico navale in questa regione critica.

«Abbiamo concordato in linea di principio l’avvio della missione navale dell’Unione europea nel Mar Rosso, ora dobbiamo lavorare per l’unanimità sul quando» ha detto Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al termine del Consiglio Ue.

Energie rinnovabili per raggiungere l’autonomia energetica

«L’ennesimo intervento armato a tutela delle fonti fossili» sottolinea Greenpeace, commentando la decisione.

Come denuncia l’organizzazione ambientalista, la strategia di diversificazione adottata dall’Italia dopo l’invasione russa dell’Ucraina, anziché puntare sulle energie rinnovabili, si è basata tutta sul cambiare fornitori di petrolio e gas, ignorando i rischi ambientali e geopolitici associati.

In sostituzione alle forniture di gas fossile provenienti dalla Russia, l’Italia riceve GNL dal Qatar: a fine 2023, dopo l’Algeria, è proprio il Qatar il Paese da cui l’Italia è dipesa maggiormente per l’approvvigionamento di gas sui 12 mesi. 

Anche senza uno stop completo, il dirottamento delle navi metaniere su rotte più lunghe può causare ritardi nelle consegne, riducendo la flessibilità del mercato e aumentando i prezzi dell’energia. Inoltre, la prospettiva di una prolungata crisi nel Mar Rosso potrebbe causare problemi nella preparazione degli stoccaggi per il prossimo inverno.

«Invece di investire su un futuro sostenibile, l’Italia si è limitata ad accumulare riserve fossili, senza alcuna attenzione all’emergenza climatica e agli equilibri geopolitici. E adesso si trova di fronte al rischio di una nuova crisi energetica. Chissà cosa deve ancora accadere perché si cambi finalmente rotta – non nel senso della circumnavigazione dell’Africa, ma di una vera e giusta transizione ecologica», conclude Greenpeace.

Post correlati