Antispecismo: che cosa c’entra con la scelta vegana

da | Gen 10, 2024 | alimentazione, vivere green | 0 commenti

Antispecismo: che cosa significa? Lo chiediamo anzitutto a Treccani.

La Treccani registra il termine antispecismo tra i neologismi sin dal 2019, e definisce il termine come «pensiero, movimento, atteggiamento che, in opposizione allo specismo, si oppone alla convinzione, ritenuta pregiudiziale, secondo cui la specie umana sarebbe superiore alle altre specie animali e sostiene che l’essere umano non può disporre della vita e della libertà di esseri appartenenti a un’altra specie». Una parola che fa quindi il calco alle più conosciute e rodate antirazzismo, antifascismo e tanti altri anti (dal greco antì, ovverosia contro) -ismi.

Breve storia del termine (anti)specismo

Il termine specismo viene coniato nel 1970 da Richard D. Ryder, uno psicologo inglese vicino ai movimenti per i diritti animali. Ryder, come già altri personaggi (fra cui lo stesso Darwin!) rifiutava la pratica, per lui superflua se non già dannosa, della sperimentazione animale; introduceva quindi un termine, specismo, per nominare quella credenza, o pregiudizio, per il quale gli animali fossero esseri, per così dire, naturalmente inferiori e quindi naturalmente a disposizione dell’essere umano.

Pochi anni dopo, nel 1975, è il filosofo Peter Singer a rendere popolare il termine attraverso la pubblicazione del testo-manifesto Liberazione animale. Singer definiva qui lo specismo proprio come un «pregiudizio, o atteggiamento di prevenzione, a favore degli interessi dei membri della propria specie, a sfavore di quelli dei membri di altre specie». Una violazione di quel principio di eguaglianza universale che, nel caso degli esseri umani, vediamo violati da razzismo e sessismo – che impongono una discriminazione a partire dall’etnia o dal genere. «Lo schema», scriveva ancora Singer, «è lo stesso in ciascun caso».

La scimmia nuda

L’antropologia filosofica e l’antropologia più in generale si sono sempre interrogate su quale fosse la particolarità umana: un più (maggiore intelligenza, capacità linguistiche impareggiabili e impareggiate) o un meno (minore pressione esercitata da parte di istinti e pulsioni naturali, più deboli strumenti nella lotta per la sopravvivenza – l’uomo non ha, a ben vedere, né artigli né zanne né, infine, pelo) che distinguesse gli animali dall’uomo.

L’elenco delle cosiddette differenze specifiche, ovverosia le differenze che caratterizzano una specie rispetto a un’altra, è storicamente lunghissimo e soprattutto vario. Lo sappiamo: siamo diversi in innumerevoli modi dagli altri animali, e la cultura ne è, se vogliamo, testimonianza. Ma, come già si chiedeva il padre della filosofia utilitarista Jeremy Bentham, questo può avere importanza quando parliamo di come ci comportiamo nei confronti degli animali stessi?

Jeremy Bentham: porsi la giusta domanda

«I Francesi», scriveva Bentham a inizio Ottocento, «hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è una buona ragione perché un uomo debba essere abbandonato, per motivi diversi da un atto di giustizia, al capriccio di un torturatore». Per lo stesso motivo, «forse un giorno si giungerà a riconoscere che il numero delle zampe, la villosità della pelle o la terminazione dell’osso sacro sono ragioni altrettanto insufficienti per abbandonare a quello stesso destino un essere senziente. In base a che cos’altro si dovrebbe tracciare la linea insuperabile? In base alla ragione?».

Arrivava così al cuore della questione antispecista: così come non discriminiamo un bambino per le sue differenti capacità linguistiche, così come non discriminiamo una persona d’etnia differente in base ai suoi differenti caratteri fisici – «la domanda da porsi non è se sanno ragionare, né se sanno parlare, bensì se possono soffrire». Ed è chiaro che gli altri animali soffrano! Chi convive con un animale domestico come un gatto o un cane sa bene come possano provare sofferenza non solo fisica, ma anche emotiva (non soffrono forse la separazione? Non esprimo nonostalgia?). Un buon motivo, forse, per assumere nei loro confronti un atteggiamento diverso.

Antispecismo: una storia (davvero) lunga

L’antispecismo, anche se sotto diverso nome, ha una storia lunghissima: basti pensare al fatto che Pitagora e i pitagorici, che credevano nella reincarnazione o metempsicosi, si astenevano dal mangiare carne animale. Uno stesso divieto si era imposto Plutarco, autore del De sollertia animalium.

Che gli animali siano, in un’ottica antropocentrica, meno intelligenti è, prima di tutto, tutto da vedere. Come vuole anche l’adagio: giudichereste mai un pesce per la sua abilità nell’arrampicarsi su di un albero? Ogni animale, o forse ancor di più ogni individuo, ha qualità e abilità sue proprie, adatte alle sfide del contesto in cui si è sviluppato: alla visione del falco corrisponde la sensibilità della talpa dal muso a stella, e alla nostra capacità linguistica il codice delle api che si scambiano segnali danzando. E poi, soprattutto: anche ammesso che gli animali possano apparirci come inferiori, questo non dovrebbe spingerci a usare, nei loro confronti, maggiore solerzia e appunto dolcezza? Non ci prendiamo forse cura di chi ha capacità diverse dalle nostre – non è forse questo il principio dell’uguaglianza, che tra uomini pratichiamo?

Filosofia, oltre il piatto

Essere vegani ed essere antispecisti sono quindi la stessa cosa?

Certo, chi si definisce antispecista, accordando un’eguale considerazione agli animali e all’uomo rinuncia a nutrirsi dei primi – così come rifiuta la sperimentazione, evita circhi e zoo, e così via. Essere antispecisti è quindi, probabilmente, anche essere vegani.

Si può fare il movimento inverso, e riconoscere in ogni persona vegana una persona anche antispecista? A volte sì, a volte no: c’è chi è vegano per la propria salute, per preferenze di semplice gusto, o ancora per l’ambiente (se ci fosse possibilità di bypassare l’allevamento industriale e l’inquinamento che questo sistema comporta, allora forse…). Essere vegani non significa necessariamente esserlo per gli animali, né significa dover abbracciare in tutto e per tutto la filosofia antispecista. Proprio perché, appunto, questa filosofia richiede che animali ed esseri umani vengano posti sullo stesso piano, in nome di un ideale di uguaglianza tra le specie.

Che specie di animale?

Il concetto di specie, a ben vedere, è più uno strumento euristico che un caposaldo vero e proprio della biologia. Lo stesso Darwin, autore proprio de L’origine delle specie, scriveva: «Io considero il termine specie come applicato arbitrariamente, per ragioni di convenienza, a gruppi di individui molto somiglianti fra loro, e che esso non differisce sostanzialmente dal termine varietà, il quale è riferito a forme meno distinte e più variabili».

È comodo parlare di specie, perché è chiaro che esistano somiglianze di famiglia fra più cani, o fra più cavalli (e che queste stesse caratteristiche distinguano i due animali l’uno dall’altro). Ma è ancor più vero che ciascun individuo nasce con un corredo genetico, e quindi caratteristiche fisiche – e non – , suo proprio: inimitabile e irripetibile. Siamo tutti (un po’) diversi. O, meglio ancora, unici.

Quel che l’antispecismo chiede è quindi di relazionarci agli altri individui, umani o animali che siano, sulla base delle caratteristiche loro proprie: e non a partire da preconcetti, pregiudizi e precomprensioni. O di imparare ad andare incontro agli altri come quelle creature uniche e singolari – che ciascuno di noi del resto è.

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