Fino a qualche anno fa, in Italia, il termine foliage diceva poco o nulla. Sono state le necessità del settore turistico – e i conseguenti sforzi nel marketing – a diffondere il termine e il relativo concetto, nel legittimo tentativo di movimentare i flussi anche in una stagione “bassa” come quella autunnale. Non che sia un’invenzione italiana, certo che no. E non è neppure francese, come pensano alcuni, “traditi” dalla pronuncia del termine. Il culto del foliage arriva prima di tutto dal Nord America, e quindi dal Colorado, dalla Virginia, dal Vermont e via dicendo. Tante località più o meno turistiche italiane hanno cercato di fare leva sul foliage negli ultimi anni, con risultati spesso apprezzabili. La Val di Non in Trentino, il Parco Nazionale del Gran Paradiso in Valle d’Aosta, il Parco Regionale del Monte Beigua in Liguria, il Parco Nazionale d’Abruzzo, solamente per nominarne alcuni.

Senonché, soprattutto dal Nord America, stanno arrivando dei segnali preoccupanti: a quanto pare i cambiamenti climatici stanno influenzando in modo piuttosto pesante anche questo fenomeno naturale. Al di là dello sconcerto degli amanti di questa tipica e meravigliosa espressione autunnale, è bene non trascurare affatto tale sintomo, che potrebbe rappresentare un’avvisaglia di un malessere delle foreste.

Il foliage arriva sempre più tardi

Il foliage, al di là della comunicazione turistica, è senz’altro uno spettacolo che non smette mai di affascinare. I boschi si tingono di rosso, di arancione e di giallo, in una delle più incredibili manifestazioni della bellezza della natura. Tuttavia, come anticipato, il foliage potrebbe essere a rischio. È stato infatti notato che, negli ultimi anni, il passaggio dal verde dell’estate al giallo e rosso dell’autunno avviene sempre più tardi. In certi casi – come è accaduto quest’autunno nella bassa valle dell’Hudson e nel settentrione del New Jersey, per fare due esempi – il mutamento autunnale è stato talmente veloce da risultare praticamente assente. Dagli alberi verdi, di fatto, si è passati agli alberi spogli. Ma questi sono ancora casi eccezionali: il problema diffuso è quello del ritardare e dell’abbreviarsi del periodo del foliage.

La causa è da ricondurre ai cambiamenti climatici e al surriscaldamento del Pianeta: tra il 2014 e il 2021 l’emisfero settentrionale ha conosciuto i suoi 8 più caldi autunni. E le temperature medie sono risultate eccezionalmente alte nel Nord Est degli Stati Uniti, proprio lì dove il foliage è particolarmente famoso (basti pensare che dalla Carolina del Sud al Maine il fenomeno del foliage vale circa 30 miliardi di dollari l’anno). Ed è così che, rispetto alla tradizione, il mutare dei colori delle foglie arriva con oltre un mese di ritardo rispetto a quanto accadeva un tempo, nel diciannovesimo secolo.

Perché il foliage è a rischio?

Per capire quello che sta succedendo è necessario comprendere il perché del cambiamento dei colori delle foglie degli alberi. Il foliage ha luogo nel momento in cui gli alberi smettono di produrre clorofilla, la quale per l’appunto è la sostanza che dona alle foglie il verde che conosciamo molto bene. In quel momento, per via della presenza di pigmenti naturali come le xantofille e i carotenoidi, le foglie iniziano a prendere i toni del rosso, del giallo e dell’arancione. Il problema è che, negli ultimi anni, il periodo di crescita delle piante – e quindi di produzione di clorofilla – è andato allungandosi. Questo è a sua volta determinato dall’aumento sia della piovosità, sia del caldo, ambedue elementi del climate change. A contribuire è poi l’incremento dell’anidride carbonica nell’atmosfera, con il carbonio che va ad “alimentare” il processo di fotosintesi clorofilliana. Ma una crescita maggiore non equivale affatto a un più alto livello di benessere della foresta: anche gli alberi hanno infatti bisogno di riposo. Come ha spiegato al “National Geographic” Rebecca Forkner, ecologista della George Mason University, «dovremmo essere preoccupati, non solo per il cambiamento delle tempistiche dell’autunno, ma anche prefigurando un collasso della foresta» specificando che «nessuno vuole essere catastrofista, ma dobbiamo capire che questi segnali indicano che gli alberi non stanno bene».

Un cambiamento iniziato nel diciannovesimo secolo

La stessa professoressa Forkner ha cercato di individuare nel tempo l’inizio di questi cambiamenti, analizzando le registrazioni digitalizzate delle foglie di albero di acero raccolte negli Stati Uniti e risalenti al diciannovesimo secolo. Si è così potuto scoprire che, a partire dall’anno 1800, la comparsa del foliage si è spostata in avanti a una media di 6 ore all’anno, per giungere infine all’odierno ritardo di oltre un mese.


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