La Via degli Abati. Una storica transappenninica da Pavia a Pontremoli

da | Lug 26, 2023 | Speciale: Cammini, turismo sostenibile, viaggiare green | 0 commenti

Gli Appennini non sono l’Himalaya, non sono nemmeno le Ande o le Alpi, ma chi è che dice che sia l’altitudine a rendere un luogo affascinante o meno?

Lungo i 1200 km che attraversano la penisola, questa dorsale è in grado di regalare paesaggi meravigliosi, diversi gli uni dagli altri dal punto di vista morfologico e costellati di borghi dal fascino antico, luoghi spesso remoti ma pieni di storia.

Nel corso dell’ultimo secolo, in virtù di una vita spesso difficile e della scarsità di prospettive lavorative, molti paesi si sono svuotati, la gente che li abitava ha preferito le comodità della città abbandonando case e fattorie relegandole alla decadenza e all’oblio.

Attraversare l’Appennino a piedi diventa, proprio per questo, importante, serve a testimoniare la resilienza di luoghi e persone che nonostante tutto continuano a voler vivere la loro realtà.

La segnaletica della Via degli Abati
La segnaletica della Via degli Abati

La Via degli Abati, nota anche come Via Francigena delle montagne, è uno dei percorsi più interessanti per chi vuole immergersi nell’ambiente appenninico. In 190 km porta da Pavia a Pontremoli toccando borghi meravigliosi come Bobbio, Bardi e Borgotaro e muovendosi fra cime, crinali, vallate e boschi rigogliosi e incontaminati. Non è una Via facile, fra continue salite e discese si raggiunge un dislivello totale di 6000 metri ma la fatica è il prezzo da pagare per immergersi in cotanta bellezza.

Sì, ma gli abati che c’entrano? Il primo Superiore (abate appunto) della comunità monastica di Bobbio, fondata nel 614, fu San Colombano, irlandese di nascita e cattolico per vocazione sin da giovane. Lui e i suoi successori erano soliti muoversi verso nord per raggiungere Pavia, ai tempi longobarda, e verso sud per raggiungere Roma e avere udienza dal Papa; per farlo utilizzavano un sentiero più impegnativo ma più breve rispetto alla Via Francigena, che ora porta il loro nome.

Prima tappa della Via degli Abati: da Pavia a Colombarone

 Il Ponte coperto di Pavia
Il Ponte coperto di Pavia

Pavia è una città bellissima, con le sue chiese, il centro storico con le stradine in acciottolato e centinaia di rondini che attraversano il cielo in cerca di insetti. Lasciarla è un po’ un dispiacere ma lo si fa immersi nella bellezza del suo lungofiume.

Il Ticino scorre placido accompagnando il viandante per un lungo tratto fino al suo confluire nel Po. Per attraversare il grande fiume bisogna percorrere il Ponte della Becca, struttura in ferro risalente al 1912 con tanto di stemma regio sulla sua sommità. Non è una cosa semplice, sia perché non c’è una corsia pedonale, sia perché traballa e rumoreggia al passaggio delle macchine. Ogni Cammino ha un punto critico e la Via degli Abati se lo gioca subito; tirare un sospiro di sollievo dopo esserselo lasciato alle spalle è inevitabile.

Il Ponte della Becca
Il Ponte della Becca: il primo ostacolo della della Via degli Abati

Questa prima tappa snocciola lentamente e in pianura i suoi primi 20 chilometri, fra campi, tratti di ciclabile che offrono poca ombra e che possono affossare un po’ il morale se fatti in una giornata molto calda. Fino al paese di Broni è così, poi tutto cambia repentinamente e il percorso sale ripido e implacabile per raggiungere il crinale e il borgo di Colombarone. È la prima vera salita, un assaggio di ciò che ci si deve aspettare nei giorni successivi.

Seconda tappa: da Colombarone a Pometo

I 16 chilometri della seconda tappa sono quasi tutti sul bel crinale che come una lama divide in due i colli piacentini dall’Oltrepò pavese. Si cammina con la costante presenza delle vigne che qui la fanno da padrone. Gutturnio, Trebbianino e Bonarda da un lato, Pinot nero, Barbera e Riesling dall’altro.

Vigneti nell'Oltrepò pavese
Vigneti nell’Oltrepò pavese

I giochi geometrici creati dai filari già carichi di foglie e, se siete in tarda estate, di grappoli all’ultimo stadio di maturazione sono una gioia per gli occhi e anche per il palato se la sera a cena vorrete concedervi un calice di questi nettari.

Lasciato finalmente l’asfalto ci si addentra nella natura, percorrendo prima strade sterrate e poi sentieri argillosi che salgono ripidi costeggiando le vigne (e che spezzano un po’ le gambe) fino ad arrivare al paese di Pometo.

Qui, per la prima volta, si ha quella sensazione di essere in un luogo abbandonato. C’è pochissima gente, un albergo che sembra chiuso ormai da anni, pochissime attività commerciali, nessuna osteria: per mangiare bisogna raggiungere un agriturismo situato a oltre un chilometro fuori dal paese. Sarà il leitmotiv di questa avventura.

Terza tappa della Via degli Abati: da Pometo a Grazi

Lasciare Pometo alle spalle non è doloroso: un paese anaccogliente (ho creato un neologismo) e senza particolare fascino, che potrebbe migliorare magari aprendo un ostello visto il flusso costante di pellegrini in cammino.

La discesa che porta a Caminata è veloce, un po’ per il dislivello, un po’ perché se perdi il sentiero ma vedi la meta non ti rimane che tagliare per i campi.

Il minimo borgo è molto bello ed è un ottimo luogo per fare una sosta. Tempo fa qui c’era un’accoglienza apposita per i viandanti. Ora non so se la situazione sia cambiata ma consiglio vivamente di contattare con anticipo l’associazione che cura il sentiero per avere la lista aggiornata delle accoglienze.

Più passano i chilometri più ci si addentra nell’Appennino, quello vero, e anche le salite cominciano a farsi più impegnative.

Quella che sale al piccolo paese di Trebecco è la prima e dal punto di vista paesaggistico è emozionante. Si prosegue così per tutti i 15 km della tappa; il sentiero danza zigzagando costantemente sul confine fra Lombardia ed Emilia. La natura circonda chi cammina in maniera delicata e mai invasiva. Può capitare di essere osservati da mucche che pascolano placide su un campo o circondati da piccole farfalle coloratissime, il tutto in un meraviglioso silenzio che sa di scarsa antropizzazione.

Grazi, punto di arrivo della tappa, accoglie il viandante con un fontanile di acqua gelata che sa rinfrancare corpo e spirito. È più un agglomerato di case che un paese ma l’accoglienza è di quelle che non si dimenticano. Vista l’assenza di qualsiasi tipo di negozio i gestori si offrono di fare una spesa per la cena e la colazione in base alle richieste dell’ospite. Guardare il tramonto dal piccolo balcone che affaccia sulla valle sa ripagare pienamente della fatica giornaliera.

 Il fontanile di Grazi
Il fontanile di Grazi

Quarta tappa: da Grazi a Bobbio

Mi sono ritrovato più volte a pensare che la Via degli Abati sia una sorta di Cammino iniziatico: parte in piano poi comincia a salire, prima dolcemente poi sempre più ripido e più sale più ti allontana dalla “civiltà”, dalla frenesia della vita, da ciò che usualmente ci circonda.

I 13 km della quarta tappa che portano fino alla tomba di San Colombano ne sono un esempio perfetto. Quando dopo tre chilometri si lascia la strada per infilarsi nel bosco si ha la sensazione che tornare indietro sia ormai impossibile.

È il Giardino Alpino di Pietra Corva a sancirlo con la sua essenza di luogo protetto, con la ricchezza delle sue specie, ma anche con la bizzarria del suo nome: qualcosa di alpino sugli Appennini? Suona strano, quasi irreale e invece questo tempio delle piante proveniente da tutti i luoghi alti del mondo esiste davvero. Si può visitare avendo l’accortezza di informarsi sugli orari.

A ribadire questo senso di allontanamento dalla realtà c’è poi l’ingresso nella faggeta. Strani alberi i faggi, asociali per natura tendono a fare gruppo fra loro e difficilmente lasciano entrare altre specie arboree nel luogo dove mettono radici come se si riconoscessero come spiriti eletti.

Camminando nella faggeta
Camminando nella faggeta

Il clou però arriva con il Pian Perduto, una piccola conformazione rocciosa che solitaria emerge fra i faggi e che alla mia fantasia sfrenata non può che ricordare l’Hanging Rock australiano immortalato dal magnifico film di Peter Weir.

Per salire in cima ci vuole una piccola deviazione su un sentiero a sfasciumi ma ne vale la pena: da lassù c’è un panorama pazzesco, si vede la valle dove si è camminato fino al giorno prima e anche le montagne dove si camminerà nei giorni successivi.

Sedersi lì in cima ad ascoltare il silenzio è un momento di autentica astrazione.

Il Pian Perduto
Il Pian Perduto

Una volta scesi e percorso un bel tratto in piano nella faggeta si affronta la discesa che porta dritto a Bobbio.

Il borgo è affascinante e vale la pena visitarlo. Inevitabile entrare nell’abbazia e visitare la cripta dove riposano le spoglie di San Colombano; ancora più inevitabile attraversare il Ponte Gobbo, vero simbolo del paese. Di epoca romana ma più volte rimaneggiato viene chiamato anche Ponte del diavolo per le sue arcate irregolari. Molte sono le leggende che raccontano della sua costruzione, e in ognuna di esse il demonio che costruisce l’ardito ponte in una sola notte, ne esce sempre gabbato.

Il Ponte Gobbo
Il Ponte Gobbo

Quinta tappa della Via degli Abati: da Bobbio a Nicelli

Se scendi devi risalire: è la dura legge dell’Appennino.

Attraversato il Ponte Gobbo che con le luci dell’alba si ammanta di magia, si percorre una strada sterrata che più si inerpica e più si restringe e si riempie di sassi. È una salita dura ma, una volta tornati in quota, il panorama che si apre sul fiume Trebbia e il borgo ripaga della fatica.

I 22 km della tappa sono quasi tutti in salita; bisogna arrivare fino alla Sella dei Generali a quota 1218.

Salendo si attraversa il paesino semi disabitato di Santa Cecilia dove sono tantissimi i cartelli con scritto Vendesi, appesi a porte e finestre. È un ottimo posto per fare una sosta prima di ricominciare a salire.

 Il santuario di Sant'Agostino
Il santuario di Sant’Agostino

Raggiunto un bivio si può scegliere la variante bassa che scende verso il borgo di Coli per poi risalire più duramente oppure la variante alta che restando in quota sale più dolcemente. Scegliere la seconda permette di passare davanti al Santuario di Sant’Agostino, una piccola cappella chiusa con, sul davanti, una bella statua del santo e, su un lato, un tavolaccio con due panche che si affaccia sulla vallata. Qui si respira una gran pace e il silenzio avvolge il viandante in un benefico abbraccio.

Raggiunto il Passo di Santa Barbara si prosegue su strada attraversando un paesaggio selvaggio e pieno di fascino, fatto di prati, strane forme rocciose e piccoli pini. Luogo di caccia un tempo e di pastorizia adesso, gode di una doppia vista notevole sulla valle del Trebbia e quella del Nure.

Arrivati alla Sella dei Generali sembra quasi di essere in cima al mondo e di volare in uno spazio aperto e puro, una sensazione bellissima.

La Sella dei Generali
La Sella dei Generali

Si prosegue in piano per un po’ poi, passato un fontanone di acqua fredda e buonissima, inizia la corta discesa verso Nicelli.

Anche qui molte case sono abbandonate, alcune chiuse altre diroccate eppure c’è un ristorante abbastanza quotato, l’osteria Paganelli anche se io ho mangiato all’Agriturismo Le Sermase dove ho dormito. Cenare seduto a una tavolata di famiglia e sentire di farne parte almeno per una sera è uno dei ricordi più belli che ho di questo Cammino.

Sesta tappa: da Nicelli a Groppallo

Si creano alchimie particolari quando si è in Cammino e piccoli eventi straordinari accadono spontaneamente senza che nessuno ci metta la volontà.

Come ormai avrete capito i primi 8 km dei 13 complessivi sono tutti in discesa. Bisogna arrivare in fondo alla Valle del Nure, giù fino al fiume per poi risalire.

Si passa attraverso il paese disabitato di Molinari e quello scarsamente abitato di Bolderoni dove avviene un incontro che cambia la giornata. Un bracco mi viene incontro e mi abbaia ma è tutto teatro: in realtà è un giocherellone affettuoso. Comincia a camminare con me e lo fa per 7 km in cui lui è il mio cane e io il suo padrone.

Sul collare ci sono un numero di telefono e un nome, Fabio. Comincio a chiamarlo così e lui sembra gradire.

cane
Il cane Fabio, incontrato lungo la Via degli Abati

Penso che prima o poi si girerà per tornare a casa ma non lo fa.

A nulla valgono le numerose chiamate e i messaggi inviati al numero di telefono, nessuno risponde. Quando arrivo al greto del Nure incontro dei ragazzi su un fuoristrada; conoscono il cane e anche il padrone così lo affido a loro, una cosa che il bracco sembra mal digerire. Mi guarda con gli occhioni tristi e io mi sciolgo.

Capita spesso quando si è in cammino che un cane si comporti così, mi piace pensare che abbia a che fare con il fatto che San Rocco, santo protettore dei pellegrini, nell’iconografia classica sia accompagnato proprio da un cane.

Guadare il Nure è semplice (d’estate la sua portata è poca cosa) ma regala una deliziosa frescura ai piedi accaldati del viandante che lo attraversa e fa tornare anche un po’ bambini.

il guado del Nure
Il guado del Nure

Ci sono gli ultimi 4 km da fare e sono tutti in salita, una tosta.

Groppallo è un piccolo paese disteso lungo un crinale e dominato da una chiesa che vista da lontano sembra affascinante ma che una volta raggiunta si rivela moderna e bruttina. Decisamente più interessante il salumificio dei fratelli Salini che gestiscono anche l’accoglienza e dove cenare è un piacere.

Settima tappa della Via degli Abati: da Groppallo a Bardi

I 21 km di questa tappa iniziano in salita, più lieve di quelle passate ma comunque impegnativa. Un crinale boscoso porta in quota e quando gli alberi diradano il colpo d’occhio sulla vallata sottostante è strabiliante.

Piccoli gruppi di case e qualche isolato campanile sono le uniche distrazioni da una natura lussureggiante e incontaminata.

In prossimità della frazione di Selva, ai bordi di un campo punteggiato di papaveri, appare la piccola Torre di Sant’Antonino, solitaria e minima fortificazione monoposto, anticamente campanile di una chiesa, che sorprende isolata com’è, quasi un’apparizione fuori luogo.

La piccola Torre di Sant'Antonino
La piccola Torre di Sant’Antonino

Poco dopo, continuando in costa, si raggiunge il Passo di Linguadà e si entra ufficialmente nel parmense.

Da qui inizia la lunga discesa verso Bardi la cui famosa fortezza si intravede già prima di raggiungere il borgo, alta sullo sperone roccioso di diaspro rosso su cui poggia le sue fondamenta.

Il castello di Bardi
Il castello di Bardi

Finito di costruire agli inizi del X secolo, ha vegliato sulla valle e sul territorio circostante ed è stato rifugio sicuro per le varie famiglie che lo hanno posseduto.

Visitarlo e fare il giro di guardia ammirando l’ampio panorama è inevitabile e vale il modesto prezzo del biglietto.

Ottava tappa: da Bardi a Osacca

Il fiume Ceno all'alba
Il fiume Ceno all’alba

Un altra discesa, un altro fondovalle, un altro fiume e un’altra salita: l’ottovolante degli Abati non si ferma mai.

Attraversato il ponte sul Ceno, si comincia a salire, dritto per dritto, prima su asfalto, poi su sterrata e infine su ripido sentiero. Si respira un po’ solo quando si arriva in località Chiappa.  Lì la strada spiana un po’ e la vista si allarga regalando gioia e conforto. Dura poco: si ricomincia a salire faticosamente fra boschi e calanchi in un ambiente selvaggio e bellissimo.

Quando si incontra la prima casa del paesino di Monastero sembra di precipitare in una favola dei fratelli Grimm: nascosta dai rami e avvolta dall’edera, sembra essere la trappola perfetta per qualche bambino sprovveduto e sperduto.

Le case in pietra sovrastate dalla roccia viva, sembrano tutte in rovina, con i tetti sfondati e le mura lacerate. Qualcosa però rimane: qualche persona coraggiosa ha dato nuova vita a queste abitazioni senza intaccarne troppo l’antico fascino; è la resilienza di cui parlavo prima e fa bene all’anima. I gradini del campanile sono perfetti per una pausa anche perché la meta è ancora lontana.

Si sale fra calanchi argillosi, si scende e si guada un ruscello per poi risalire fino a Brugnola dove una fonte permette di ricaricare la borraccia.

C’è lo strappo finale, il più duro. I più ardimentosi possono raggiungere la cima e scendere a Osacca ma ora esiste anche una Via Bassa, più lunga ma con meno dislivello. Passa attraverso un bosco vagamente lugubre dove gli alberi non sono alberi ma creature contorte e deformi, scavati nei loro tronchi, svuotati come se fossero morti, eppure ancora carichi di foglie.

Alcune radici sembrano mani protese, pronte a ghermire l’ignaro viandante e alcuni sassi, coperti dal muschio, ricordano antiche creature di epoche lontane, quelle narrate da H. P. Lovecraft: camminare in questo luogo è bellissimo.

Quando si sbuca su asfalto, a Osacca mancano poche centinaia di metri.

Timbrare la credenziale a Osacca
Timbrare la credenziale a Osacca

La Smarrita è un’accoglienza gentile e premurosa. Deve il suo nome alla piccola campana della vicina cappella, che anticamente, quando si avvicinava la sera, chiamava a se con i suoi rintocchi i pellegrini in cammino e i contadini nei campi in modo che nessuno rimanesse al buio senza un riparo sicuro.

La proprietaria, previa prenotazione, sale da Modena ad accogliere i viandanti e prepara loro la cena. Osacca sopravvive anche grazie a lei, che ha deciso di prendersi cura delle case abbandonate, di ristrutturarle e di trovare nuove persone che le abitino.

È un piccolo luogo del cuore, dove, come recita una stele, il 25 dicembre del 1943 ebbe luogo il primo scontro fra partigiani e nazifascisti che diede il via alla Resistenza.

La stele di Osacca
La stele di Osacca

Nona tappa: da Osacca a Borgo Val di Taro

I 17 km che compongono questa tappa sono fra i più belli di tutto il Cammino. Lasciarsi il borgo di Osacca e inoltrarsi nel fitto bosco della Ramata ha un che di fiabesco. La natura accoglie il pellegrino come un ospite tollerato ma non proprio gradito, una sorta di invasore, per quanto pacifico. Tutte le creature che quel bosco lo vivono si nascondono e si fanno silenziose come a voler segnalare l’intrusione eppure vedere caprioli, volpi o lepri non è così difficile, basta muoversi facendo il minor rumore possibile rispettando l’habitat che si attraversa.

Segnaletica lungo la Via degli Abati
Segnaletica lungo la Via degli Abati

Il punto più alto della tappa è La Maestà, una minuta cappella dedicata alla Madonna che veniva usata anche come rifugio per viandanti stanchi o sorpresi dalla pioggia.

Entrare in un luogo così piccolo ma così ricco di spiritualità è uno di quei momenti che ti mette in pace col mondo e accendere una candela è un atto dovuto.

Dalla Maestà il sentiero prosegue in discesa e il bosco si fa più rado fino ad aprirsi del tutto a La Rola, una sorta di balcone naturale dove la vista spazia libera sulle montagne che segnano il confine fra l’Emilia e la Toscana (teatro dell’ultima tappa) e sulla valle del Taro.

Da qui si scende rapidamente verso il fondovalle, si passa davanti a una piccola chiesa dedicata a San Cristoforo e in pochi chilometri si giunge al paese di Borgo Val di Taro, penultimo punto tappa della Via.

Decima tappa della Via degli Abati: da Borgo Val di Taro a Pontremoli

Gli Abati tengono per ultima la loro tappa più dura. I 33 km da percorrere e il notevole dislivello da affrontare la rendono molto impegnativa ma anche la degna conclusione di quel percorso iniziatico di cui vi ho accennato.

Valdena e Cervara sono i due unici centri abitati che si incontrano, per il resto è solo natura, dura e selvaggia.

Se la salita può essere vista come una sorta di catarsi, un rituale magico di purificazione, da questa tappa ne uscirete puliti come angeli, con le vostre ansie e contaminazioni emotive alle spalle.

Il Passo del Borgallo, prima vera meta del giorno, è un valico antichissimo, luogo di transito di eserciti, di viandanti, di briganti e naturalmente dei nostri Abati.

Posto a 953 metri di altitudine offre una vista unica sulla Lunigiana e sulle vette del crinale tosco emiliano.

Da qui si prosegue lungo una bellissima cresta panoramica che unisce sentiero e roccette (prestare attenzione) e che conduce a uno spiazzo dove si trova il monumento ai partigiani della Val Verde.

Rifugi partigiani
Rifugi partigiani

In questa zona trovavano infatti rifugio i combattenti della Resistenza e scendendo lungo la comoda strada forestale che porta al Lago Verde e poi a Cervara si possono ancora vedere le rovine di piccole costruzioni, ormai solo ammassi di pietre coperte dal muschio, dove i partigiani si nascondevano fra un’azione e l’altra.

Il Lago Verde è un piccolo stagno in mezzo a una radura circondata da alberi dove regna una gran quiete e dove si può fare una sosta. La strada è ancora lunga e, riempita la borraccia nel piccolo borgo di Cervara, si possono alfine affrontare le ultime brevi salite prima di iniziare la lunga discesa verso Pontremoli.

Il Lago Verde
Il Lago Verde

Il bellissimo borgo della Lunigiana è luogo di transiti, di arrivi e di partenze; oltre a vedere la fine della Via degli Abati, qui fa tappa la Via Francigena e da qui parte la Via del Volto Santo in direzione Lucca.

È un luogo del cuore, un incrocio magico di energie positive e tornarci (rigorosamente a piedi) è sempre una bella esperienza.

Pontremoli
Pontremoli

Tutte le foto che vedi in questo articolo sono di Andrea Vismara: se vuoi utilizzarle, ricordati di menzionarlo e taggare managaia.eco. Grazie!

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