Le audizioni del parlamento della Loira

da | Feb 21, 2022 | ambiente, climate change, politica | 0 commenti

E se un fiume o una foresta scrivessero una costituzione? Se delle entità naturali: fiumi, foreste, ghiacciai, montagne, oceani, suoli… fossero a forza di sfruttamento e predizione costretti a difendersi? Se degli umani si riunissero per dire voce a queste entità terresti e per la prima volta nella storia del mondo queste avessero la possibilità di esprimersi e di difendere i propri interessi attraverso un sistema di rappresentanza inter-specie? Sembra fantascienza e invece è proprio quello che sta succedendo con le audizioni del parlamento della Loira, un processo che ha riunito urbanisti, paesaggisti, pescatori, abitanti e altri professionisti intorno allo scrittore e giurista Camille de Toledo per dire voce a entità non umane; fauna, flora, componenti materiali e immateriali del fiume più lungo di Francia. All’incrocio tra diritto, politica, antropologia, economia, ecologia e arte, le audizioni del parlamento della Loira cercano di dire risposta ad una serie di quesiti per arrivare a riconoscere una personalità giuridica al fiume e al suo ecosistema. È già successo in Nuova Zelandi con il fiume Whanganui o in Colombia con il Rio Atrato e altri esperimenti simili si stanno facendo in tutto il mondo. L’insieme di queste riflessione e nuove pratiche è confluito nel volume Le fleuve qui voulait écrire (Il fiume che voleva scrivere), nelle edizioni LLL Les liens qui libèrent (http://www.editionslesliensquiliberent.fr/livre-Le_fleuve_qui_voulait_%C3%A9crire-661-1-1-0-1.html).

Inventare nuovi modi di abitare la terra e di mettersi in relazione con il vivente. Re-inventare la terra, o come direbbe la filosofa Silvia Federici «reincantare il mondo» (https://www.ibs.it/reincantare-mondo-femminismo-politica-dei-libro-silvia-federici/e/9788869480850).

La Legge, dopotutto, è una scrittura del mondo. Ed è dilla legge che è necessario partire per migliorare il nostro rapporto al mondo, ferirlo e rovinarlo di meno, rispettarlo di più. La legge non è statica, ci sono esempi clamorosi di evoluzione del diritto civile e penale nei secoli, come l’abolizione dello schiavismoo il diritto al voto alle donne. Il mondo è tradizionalmente diviso tra soggetti e oggetti (quella che viene chiamata la «summa divisio») ma chi lo decide? Chi decideva che le donne non avessero ingegno e gli indios non avessero un’anima? Chi decide che gli alberi, o i fiumi o le montagne o un campo di grano sono semplicemente degli oggetti, che stanno lì per dissetarci, nutrirci, farci respirare? Le scienze della natura sono completamente cambiate; botaniche, etologi, ecologi, biologhe stanno rivoluzionando la visione del mondo e questo non può che portare a una rivoluzione del diritto e della legge, a un ripensamento globale delle relazioni tra gli umani e i non umani.

Va bene direte, ma come si fa a far parlare un albero, o scrivere un fiume? Intanto ci accorgiamo ogni giorno di più che gli ecosistemi hanno delle capacità potentissime di reagire. Un virus che muta, un fiume che esondi, un vento che spazza tutto non sono forse modi di esprimersi? La prima cosa di fare perciò, come indica l’approccio permaculturale (vedi articolo di Gloria Gelmi https://managaia.eco/la-permacultura-questa-sconosciuta/) è di mettersi ad osservare. E non soltanto con gli occhi. Lo sguardo non basta, servono l’ascolto, l’odorato, il gusto, quei sensi che fanno avvicinare noi umani alla nostra condizione animale, dilla quale, finché avremo un corpo, dipendiamo. L’ascolto è il primo passo di un possibile dialogo. Servono dei guardiani, delle traduttrici, delle mediatrici, degli avvocati, delle magistrate, delle persone insomma capaci di costruire degli spazi comuni di dialogo e di rappresentatività.

Un esempio semplice: ripensare il modo in cui un territorio viene delimitato, trasformando le regioni in bioregioni, seguendo per intenderci il bacino idrico di un fiume più che un distretto amministrativo. Avere una visione prospettivista delle cose. Sposare la conoscenza scientifica con i saperi tradizionali, ancestrali. Non «proteggere la natura» con un approccio eco-paternalista ma comporre con lei, mettendoci in relazione, accettando l’aumento del conflitto che la complessità inevitabilmente comporta. Immaginate dice Camille de Toledo un contenzioso tra squali e pescatori giapponesi? O una rivolta legale di una foresta? Accettereste di pagare i servizi ecosistemici degli alberi senza i quali non ci sarebbero l’ossigeno e l’acqua potabile? E quelli api per il loro instancabile servizio di impollinazione? E i vermi per il mantenimento della ricchezza dei suoli? Possiamo divvero continuare a dire tutto questo per scontato? Come un diritto acquisito, un privilegio, per il semplice fatto di vivere in posizione eretta, avere un pollice e una corteccia cerebrale abbastanza sviluppata?

Ecco, quando penso a queste cose, a questa rivoluzione in atto, a questa transizione o meglio «conversione» come diceva Alexander Langer, – perché anche il rapporto con il sacro, che è stato spezzato in nome di una presunta razionalità, deve essere ricostruito – mi sento un po’ meglio.

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