Perché la dieta vegana non è una dieta: parliamo di corpi

da | Gen 3, 2024 | alimentazione, vivere green | 0 commenti

La scelta vegan riguarda (anche) l’alimentazione: chi la abbraccia elimina dalla sua vita, per quanto possibile (!), animali e derivati, cuoio e pelle, prodotti testati su altri esseri viventi e così via.

Ci teniamo a sottolineare il per quanto possibile. La stessa vegan society ci dà una definizione in questo senso: il veganismo è «una filosofia e un modo di vita che cerca di escludere – per quanto possibile e praticabile – tutte le forme di sfruttamento e di crudeltà nei confronti degli animali». Il mondo come lo conosciamo viaggia, per così dire, a una velocità e a una complessità incredibili – per il cittadino medio è difficile sottrarsi ai meccanismi del mercato e, con buona probabilità, la bevanda vegetale di soia o mandorla che acquistiamo è prodotta da quelle stesse realtà che commercializzano il latte vaccino.

Parliamo comunque di una filosofia: che ha sì a che vedere con l’alimentazione, ma che non si riduce certo al cibo che mettiamo sul piatto, o ai capi che indossiamo.

Perché è sbagliato parlare di dieta

Rimaniamo, comunque, sul tema alimentazione. La scelta vegana porta certo ad escludere alcuni grassi saturi come quelli della carne rossa, dei formaggi e delle uova: si potrebbe quindi pensare che la dieta vegan è – be’, una dieta vera e propria.

Chiudi gli occhi, pensa a un vegano: te lo immaginerai quasi sicuramente magro, magari con una sporta di tela al braccio piena di avocado, sedano e una busta (sfusa!) di quinoa. Nell’immaginario, le restrizioni imposte dalla scelta vegana, o antispecista, si sovrappongono a quelle di una più classica dieta: e tendiamo a credere che il corpo (del) vegano sia anche un corpo naturalmente magro. Più, o meno, sano.

In realtà, non è così! O meglio – se è una dieta, lo è solo nel senso etimologico. La parola viene infatti dal greco diaitia, ossia stile di vita. Nella medicina greca, una dieta indicava tutto un complesso di attività e scelte che rendevano un uomo quello che era: un filosofo, un uomo politico, un artigiano. Una parola molto più ampia che, forse, siamo stati noi a mettere a dieta e a restringere entro un ambito semantico scomodo.

Junk food, per favore

E quindi, d’accordo, il veganismo non è una dieta comunemente intesa. Né è necessariamente dietetico; chi sposa la scelta vegana vuole rinunciare, si è detto, a crudeltà e sofferenza. Non certo al gelato, alla pizza, al burger con gli amici. O alla pinta di birra – good news: l’alcol è tendenzialmente vegano.

In Italia il mercato si sta aggiornando con la tendenza già europea, e vediamo infatti aumentare il vegan junk food sugli scaffali: cioccolata ripiena, medaglioni che ricordano l’hamburger, cookies pieni di cioccolata, gelati variegati e così via.

Voglio eliminare, per quanto possibile, lo sfruttamento animalema, per favore, lasciatemi il panino con cui rifocillarmi dopo una serata fuori! Tutto questo per dire, sorpresa sorpresa, esistono anche vegani grassi. O non magri. La domanda è: e quindi?

Corpi e inclusività

Abbiamo parlato di eliminare ogni sfruttamento e sofferenza. Il veganismo, se vogliamo, è la politica più inclusiva che ci sia: rifiuta la discriminazione di ogni tipo, o anzi ogni specie, di corpo. Anche per questo è quanto più distante da quella che, in lingua inglese, si definisce fatphobia, o stigma dei corpi grassi.

Associamo (altro step errato, come quello che ci porta a considerare il vegan come restrizione) il corpo grasso a un corpo malato, quando spesso non è così. Né è indice di pigrizia e incuria – potremmo poi chiederci: e anche se lo fosse, sarebbe mai affar nostro? Viviamo in una società in cui, oltre il discorso della body positivity e dell’inclusività, vige ancora una forte paura del grasso. È tendenzialmente qualcosa da cui stare lontani (chi di noi non ha pensato di dover compensare la brioche presa a colazione con un allenamento intenso? La fetta di pizza con un’insalata il pasto successivo? E su), da evitare con cura e con la cura del corpo.

Dovremmo forse mettere uno stop a questo genere di credenze e atteggiamenti. Chi è vegan rifiuta di discriminare gli (altri) animali in base a diverse abilità, capacità cognitive e – sì – forma e struttura fisica o biologica. Un esercizio di decostruzione che non può che portare con sé la decostruzione dello stigma dei corpi grassi, altro pregiudizio dannoso.

Il mio corpo è un tempio? Anche meno

Da persona vegana, quindi, non vivo nel mantra dal sapore un po’ new age «il mio corpo è un tempio». Lo rispetto, certo, e gli dedico una giusta cura. Ma non rinuncio ai momenti di socialità che prevedano alcolici e cibo spazzatura – né al mio scoop di gelato mentre guardo una nuova serie a casa. Ho imparato, però, a rispettare i corpi: tutti, nella loro diversità.

Una scelta di vita – i greci, sì, la chiamerebbero dieta – che non richiede certo nessuna rinuncia.

Tag: vegan

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