I resi gratuiti degli acquisti online generano troppe emissioni

da | Ago 7, 2023 | inquinamento, news | 0 commenti

I resi degli acquisti online si traducono in 24 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Questo il dato che emerge da un’analisi della National Retail Federation sugli acquisti online e i resi degli statunitensi.

Pochi click per acquistare praticamente qualsiasi cosa e altrettanti pochi click per restituirla al mittente. Una pratica, quella del reso gratuito, che tutela il consumatore e incentiva gli acquisti, ma provoca un effetto a catena disastroso, che si traduce in perdite per gli esercenti, tanti rifiuti ed emissioni inutili.

All’origine del problema, una gestione totalmente inconsapevole degli acquisti da parte dei consumatori.

Nuove abitudini di acquisto

L’e-commerce ha rivoluzionato il nostro modo di fare acquisti: non è più necessario andare fisicamente in un negozio per acquistare qualcosa, è sufficiente avere una carta di credito e uno smartphone, un tablet o un pc. Pochi click e la merce entro qualche giorno arriva comodamente a domicilio. Una pratica che di per sé avrebbe le potenzialità per una gestione più sostenibile degli acquisti: meglio un solo furgone che trasporta 100 pacchi, invece di 100 auto private che si recano in altrettanti negozi. Inoltre, acquistare online, potrebbe portare a una riflessione in più: mi serve veramente questo oggetto? E se poi non ha le caratteristiche giuste o non è come lo vedo online?

Eppure è chiaro che queste idee sulla pratica hanno ben altro impatto. E buona parte del problema deriva proprio dalla possibilità di fare resi gratuiti. Rendere un prodotto acquistato online, specie se senza costi, diventa un valore aggiunto per il consumatore anche più dubbioso, che deciderà di finalizzare l’acquisto nonostante qualche incertezza.

La pratica del reso gratuito sposta la selezione dell’oggetto in una seconda fase. Mentre in negozio cerchiamo un oggetto, valutiamo e tocchiamo con mano le caratteristiche e decidiamo poi se acquistarlo, comprando online rimandiamo la decisione in un secondo momento, ovvero quando l’oggetto sarà fisicamente nelle nostre mani.

È il caso degli acquisti di moda. Molti, indecisi sulla taglia o sul colore, scelgono di prendere un capo in più colorazioni o taglie, tenendo poi un solo prodotto e restituendo il resto.

Quello che può sembrarci a impatto zero (due click su un sito), in realtà corrisponderà a un momento di confezionamento dell’oggetto (plastica e carta destinate a quell’unico utilizzo) e trasporto del pacco (quindi consumo di carburante e relative emissioni) fino a casa nostra. E se l’acquisto non va bene? Torna al mittente, facendo la strada appena percorsa al contrario, senza troppi problemi e, soprattutto gratuitamente, per chi acquista.

Il problema di per sé non sta tanto nella pratica del reso, che è comunque legittima e che consente al consumatore di avere una buona esperienza con un certo brand, con la possibilità di essere tutelato in tutte le fasi dell’acquisto, quanto, come sempre, nelle sregolate modalità di acquisto dei consumatori.

Acquisti online e resi: qualche dato

È stato proprio il colosso degli acquisti online, Amazon, ad avviare la pratica dei resi gratuiti per i clienti. A costo zero per i clienti, ma decisamente più impattanti sia per gli esercenti che per l’ambiente, vista la quantità di rifiuti e le emissioni generate dai trasporti. Anche le altre aziende, poi, dai marchi di abbigliamento all’editoria all’elettronica, per non subire troppo la concorrenza, si sono dovute adeguare a questa pratica, garantendo anche queste, magari con qualche limitazione in più, il reso gratuito.

Negli USA, solo nel 2022, secondo la National Retail Federation, i clienti hanno reso il 17% della merce acquistata su Amazon. Praticamente 816 miliardi di dollari di profitto andato perduto. Secondo l’indagine, per ogni miliardo di dollari di vendite, il rivenditore medio incorre in 165 milioni di dollari di resi.

Per l’ambiente, quel 17% di resi corrisponde a 24 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, oltre a una quantità smisurata di rifiuti (tra packaging e merce considerata invendibile dopo la restituzione).

Dal magazzino a casa e poi di nuovo al magazzino

Ripercorriamo il tragitto che fa un oggetto acquistato su un e-commerce come Amazon.

Scelto un oggetto da acquistare, in pochi secondi si finalizza l’acquisto. L’articolo verrà prelevato dal magazzino e imballato, successivamente spedito a un centro di smistamento assieme ad altri pacchi destinati a una stessa area. Verrà quindi caricato su un furgone e consegnato all’acquirente.

Aperto il pacco, se l’acquisto non va bene, il cliente chiederà di effettuare il reso. Non sarà necessario fornire una spiegazione, il reso potrà essere gestito in ogni caso. Già in questa fase potrebbero crearsi due situazioni ulteriormente impattanti. Il cliente potrebbe scegliere di rendere il prodotto qualche giorno dopo. Nel frattempo potrebbe aver già cestinato il packaging, dovendo quindi provvedere al confezionamento con altra carta e plastica. Il reso poi potrebbe essere gestito presso un punto di ritiro (qui più pacchi destinati al reso verranno caricati insieme e rispediti al mittente). Per comodità, però molti acquirenti scelgono il ritiro a domicilio (e, di conseguenza, un viaggio in più direttamente a casa del cliente).

Una volta tornato alla base, il pacco verrà aperto e, mentre il packaging diventerà semplicemente un rifiuto, per l’oggetto il percorso potrebbe essere più complesso. Dalla restituzione al venditore (che riprenderà la merce, la imballerà di nuovo e la rispedirà ad Amazon per nuova consegna) alla discarica, per gli oggetti non più adatti all’acquisto.

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