L’Accademia reale svedese per le scienze economiche ha assegnato il Premio Nobel 2024 per l’Economia a Daron Acemoglu (MIT), Simon Johnson (MIT), e James A. Robinson (Università di Chicago) per i loro studi sulle istituzioni e il loro impatto sulla prosperità delle nazioni.
I tre economisti, attraverso il loro lavoro, hanno dimostrato che le differenze nello sviluppo economico degli Stati dipendono in gran parte dal funzionamento e dalla qualità delle loro istituzioni: Paesi con istituzioni fragili e uno scarso stato di diritto faticano a crescere e progredire.
Come ha sottolineato Jakob Svensson, Presidente del comitato per il Premio in Scienze Economiche: “Ridurre le grandi differenze di reddito tra i Paesi è una delle sfide più grandi del nostro tempo. I vincitori hanno dimostrato l’importanza delle istituzioni sociali per raggiungere questo obiettivo”.
Scopriamo di più su Daron Acemoglu e perché le sue riflessioni sono così interessanti in questo periodo storico.
Chi è Daron Acemoglu?
Daron Acemoglu è un economista di fama internazionale, attualmente professore al Massachusetts Institute of Technology (MIT). Nato in Turchia nel 1967 da una famiglia di origine armena, ha studiato economia a Londra, dove ha conseguito il dottorato. È tra gli economisti più citati al mondo grazie ai suoi studi sulle istituzioni economiche, lo sviluppo e la disuguaglianza.
Acemoglu è noto soprattutto per il suo lavoro sulla relazione tra istituzioni e crescita economica, che ha esplorato nel suo libro più celebre, Perché le nazioni falliscono, uscito nel 2012 e scritto con James A. Robinson.
Potere e progresso, uscito l’anno scorso e scritto con Simon Johnson, è invece un’analisi delle conseguenze sociali delle rivoluzioni tecnologiche e del loro impatto sull’occupazione e sulla disuguaglianza.
Perché la crescita dei Paesi dipende dalle istituzioni
Per Acemoglu e gli altri studiosi premiati, le attuali differenze nella crescita e nella prosperità dei Paesi dipendono essenzialmente dalle istituzioni sociali introdotte durante la colonizzazione.
Quando gli europei colonizzarono diverse parti del mondo, le istituzioni delle società indigene cambiarono, ma non lo fecero allo stesso modo ovunque. In alcune aree, i colonizzatori stabilirono sistemi economici estrattivi che sfruttavano le risorse e la popolazione locale per il proprio beneficio. In altri casi, vennero create istituzioni inclusive che, al contrario, favorirono la prosperità a lungo termine dei migranti europei.
E sta proprio qui l’origine delle attuali differenze tra le nazioni: le ex colonie che erano ricche, ma in cui erano stati introdotti sistemi economici estrattivi, in molti casi si sono impoverite; altre, inizialmente povere, hanno prosperato proprio grazie a istituzioni inclusive.
Nei sistemi economici estrattivi, questo schema porta un grande guadagno nell’immediato a chi detiene il potere, bloccando però la crescita a lungo termine. Un altro grave problema, poi, è la poca propensione di chi è al potere a rinunciare ai benefici a breve termine a favore dell’introduzione di istituzioni inclusive che porterebbero molti più vantaggi, a lungo termine, per tutti.
Esclusivamente in presenza di minacce di rivoluzione (e solo a volte), chi è al potere riesce rivalutare questo paradigma e ad aprire la strada alla democratizzazione e a un cambiamento duraturo.
Tecnologia e progresso: il ruolo dell’intelligenza artificiale
Se parliamo di progresso, poi, altra interessante riflessione da fare è quella sulla tecnologia.
Nel suo ultimo lavoro, Potere e progresso, Daron Acemoglu analizza gli effetti delle rivoluzioni tecnologiche sulla società. Lo studio è uscito nel 2023, nel pieno di una nuova rivoluzione, dove algoritmi e intelligenza artificiale sono entrati prepotentemente in molti ambiti della società e nel mondo del lavoro.
In un’intervista per “Repubblica” fatta a giugno in occasione del World Investment Forum, dove Acemoglu era redattore, lo studioso ha espresso preoccupazioni profonde per il potere concentrato nelle mani delle Big Tech e l’impatto dell’intelligenza artificiale, verso la quale si indirizza un eccessivo (e cieco) ottimismo. Le rivoluzioni tecnologiche passate, ha sottolineato l’economista, non hanno sempre portato benefici diffusi, e lo stesso rischia di accadere anche ora, se l’intelligenza artificiale rimane nelle mani di pochi grandi attori.
Le grandi acquisizioni da parte di colossi come Google, Meta e Microsoft, hanno infatti creato un (pericoloso) “oligopolio” tecnologico. Questo fenomeno, sicuramente facilitato dalla debolezza delle leggi antitrust negli Stati Uniti, potrebbe essere bloccato proprio attraverso lo smembramento delle grandi società tecnologiche.
Molto interessante infine la riflessione sull’uso dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. “Dovremmo pensarla come una tecnologia capace di riassumere grandi quantità di dati in modo efficace, aiutando i lavoratori a risolvere problemi: così non sarebbe una tecnologia di automazione, anche se in parte la permetterebbe, bensì un complemento” spiega Acemoglu nell’intervista.
Se gli effetti sull’occupazione saranno “negativi, ma lenti”, anche quelli sulla produttività dovrebbero essere rivalutati: “L’incertezza è grande, ma stimo un beneficio sulla produttività tra lo 0,5 e lo 0,7% in dieci anni, e sul Pil tra l’1 e l’1,2%. Non trascurabile, ma non una rivoluzione”.
