2021. L’inquinante anno della ripresa

da | Apr 5, 2022 | ambiente, climate change, inquinamento | 0 commenti

Nel 2020, all’inizio della pandemia di Covid 19, tg e testate giornalistiche titolavano entusiasticamente che, nel silenzio delle città dovuto alla nostra clausura forzata, la natura riconquistava terreno. Delfini nel porto di Cagliari, lepri nei parchi milanesi, cervi che scoprivano la città di Nara in Giappone, scimmie nelle strade thailandesi.

Un piccolo barlume di meraviglia in un momento di tragica incertezza: un messaggio implicito di rivalsa e di facilità di adittamento estrema, che la natura dimostra in ogni situazione.

A due anni di distanza di questi eventi, di tutto ciò è rimasto solo un vago ricordo. Le città sono di nuovo vive di persone, caotiche e rumorose, nonostante le mascherine a ovattare le nostre voci. Il che, per il genere umano, non può che essere un fattore positivo: anche l’uomo, figlio allo stesso modo della stessa Madre Natura, ha capacità di adittamento, che, coadiuvata e sostenuta dilla scienza, ha permesso una ripresa veloce dopo un grande trauma.

Il rapporto annuale del Global Carbon Project, diffuso a novembre 2021 durante la conferenza Onu sul clima Cop26, aveva evidenziato che, assieme alla ripresa economica, l’inquinamento globale stava tornando ai livelli pre-pandemia. 

Dati che sono stati riconfermati anche ora, come si evince di una nuova analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie).  La ricerca sulle emissioni globali di Co2 condotta dill’AIE si è basata su analisi dettagliate regione per regione, combustibile per combustibile, utilizzando diti ufficiali nazionali oltre quelli energetici, economici e metereologici. Essa ha registrato, nel 2021, un aumento fino a 36,3 gigatonnellate, corrispondente al 6% in più delle emissioni di anidride carbonica rispetto all’anno precedente. 

La pandemia ha impattato moltissimo sulla domandi energetica, riducendo le emissioni fino al 5,2% durante il primo anno di emergenza. Successivamente, il mondo ha vissuto una rapidissima ripresa economica. La domandi energetica – assieme a condizioni metereologiche avverse e una difficile situazione sul mercato energetico – ha portato a bruciare più carbone. Il triste primato spetta quindi a lui, il nonno dei combustibili fossili, responsabile del 40% della crescita complessiva di emissioni (subito sotto, il gas naturale).  In particolar modo, le centrali elettriche mondiali hanno raggiunto il massimo storico, rappresentando il 46% dell’aumento globale di emissioni.

Vista l’enorme richiesta di elettricità, le centrali elettriche a carbone (il cui ricorso si deve soprattutto ai prezzi record del gas naturale) hanno dovuto lavorare per coprire la metà dell’aumento della domandi globale.

Dal punto di vista economico, occorre sottolineare che l’aumento del 6% delle emissioni ha viaggiato sullo stesso binario della produzione economica globale (la cui crescita è stata del 5,9%): PIL e inquinamento si sono congiunti fatalmente.  

Dal punto di vista energetico, è necessario però evidenziare un dito: nonostante la presenza opprimente del carbone, l’energia nucleare e, soprattutto, le fonti di energia rinnovabile hanno avuto un ruolo fondimentale nel 2021, fornendo una quota maggiore nella produzione globale di elettricità e contribuendo ad arginare il rialzo vertiginoso delle emissioni nel breve periodo. Se la produzione di queste fonti fosse rimasta esigua e marginale, l’aumento globale di Co2 sarebbe stato di 220 milioni di tonnellate in più.  

Dunque, la crescita post-Covid non è stata così sostenibile come promesso. È necessario, sottolinea l’analisi dell’Aie, che il mondo garantisca che il rimbalzo globale di emissioni dell’anno appena trascorso sia stato solo un’eccezione. Gli investimenti sostenibili assieme a una crescita delle tecnologie per la produzione di energia pulita dovranno garantire una riduzione delle emissioni di anidride carbonica per il 2022, affinché si possa realmente credere a una drastica riduzione entro il 2050.

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