Almeria, il Mar de Plástico: come si è formata la più grande area serricola d’Europa

Un'area grande due volte la città di Milano interamente dedicata a serre per la produzione di frutta e ortaggi per tutta l'Europa. Il Mar de Plastico: il grande orto del nostro continente.

Se cercate la regione di Almería su Google Maps, noterete una punta di terra completamente bianca, circondata a sud dal blu del mare e, nelle altre direzioni, dal verde e dal marrone della terra. Di cosa si tratta? Del Mar de Plástico: un’immensa area occupata da serre. Quel bianco è infatti il colore delle coperture sotto cui vengono coltivati prodotti destinati all’esportazione in tutto il mondo. Guardando l’immagine su Maps, è evidente quanto sia estesa quest’area, soprattutto se si considerano le dimensioni delle regioni circostanti e il livello di zoom necessario per osservarla.

Perché si chiama Mar de Plástico

almeria mar de plastico - area

L’espressione Mar de Plástico nasce da una semplice constatazione visiva. Sulle colline e lungo la costa tra El Ejido e la città di Almería, le serre si susseguono senza soluzione di continuità: migliaia di ettari di film plastico bianco che, visti dall’alto, ricordano le increspature di un mare ghiacciato.

Ogni serra è un modulo relativamente semplice, costruito con strutture metalliche o in legno e coperto da sottili teli in polietilene. Il bianco della plastica riflette la luce solare, riducendo il surriscaldamento interno nelle giornate più calde e creando la famosa macchia chiara che i satelliti NASA hanno fotografato decine di volte.

Proprio questo effetto visivo ha reso l’espressione Mar de Plástico la sintesi perfetta della trasformazione del paesaggio: una superficie artificiale così estesa da diventare icona planetaria del connubio fra agricoltura intensiva e plastica.

Quanto è grande il Mar de Plástico

Le stime più recenti parlano di oltre 32.000-40.000 ettari di serre, pari a circa 320-400 chilometri quadrati.

La città di Milano, per esempio, occupa circa 182 chilometri quadrati. Questo vuol dire che il Mar de Plastico copre una superficie grossomodo equivalente a due città di Milano affiancate, interamente ricoperte di serre. Per un singolo distretto agricolo, non parliamo dunque di un fenomeno locale, ma di un’infrastruttura territoriale comparabile, per scala, a porzioni significative del territorio italiano.

Cosa si produce sotto la plastica

almeria mar de plastico - ortaggi

Il motivo per cui l’area esiste è semplice: produrre enormi quantità di ortaggi destinati soprattutto ai mercati del Nord Europa durante l’inverno. Secondo diverse stime, le serre di Almería producono fra 2,5 e 3,5 milioni di tonnellate di frutta e verdura l’anno.

Le colture principali sono pomodori, peperoni, cetrioli, zucchine, meloni, angurie, insalate e melanzane, con un ruolo crescente di lattuga e prodotti di quarta gamma. La logica è quella di massimizzare le rese grazie al controllo del microclima:

  • le serre permettono di anticipare i cicli e raccogliere in mesi in cui in molte regioni europee il campo aperto è fermo;
  • l’uso di substrati inerti, fertirrigazione e, sempre più spesso, colture senza suolo consente una gestione molto precisa dei nutrienti;
  • varietà ibride e selezionate sono scelte per resistenza, produttività e uniformità commerciale.

Dietro l’espressione Mar de Plastico c’è quindi una macchina produttiva altamente tecnificata, progettata per fornire ortaggi standardizzati, a basso costo relativo e disponibili tutto l’anno sugli scaffali europei.

Dove vengono esportati i prodotti di Almeria

Il Mar de Plastico non produce per il solo mercato spagnolo: è, di fatto, un’infrastruttura al servizio del sistema alimentare europeo. Oltre il 60% dei prodotti viene esportato, con percentuali che in alcune filiere superano ampiamente questa quota.

Storicamente, circa il 99,8% delle esportazioni ortofrutticole di Almeria è destinato all’Europa, con una piccola frazione diretta a Stati Uniti e Canada. I principali Paesi importatori sono Germania, Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Italia, che insieme assorbono gran parte del flusso di pomodori, peperoni, cetrioli e insalate.

In pratica, il “dietro le quinte” di molte insalate invernali vendute nei supermercati italiani e del Nord Europa passa per l’etichetta “prodotto in Spagna” e, più nello specifico, per la filiera dell’Almeria. Camion refrigerati collegano quotidianamente il sud-est della Spagna ai centri logistici d’Europa, trasformando questo distretto in un nodo critico delle catene di approvvigionamento alimentare.

L’impatto ambientale del Mar de Plastico

Quando si parla di sostenibilità, il Mar de Plastico è un caso complesso: da un lato ha trasformato un’area semidesertica in un polo agricolo ad altissima produttività; dall’altro ha creato una serie di criticità ambientali rilevanti.

Acqua: un’abbondanza apparente

L’Almeria è una delle regioni più aride d’Europa, con precipitazioni annue intorno ai 200 millimetri. Per sostenere milioni di tonnellate di produzione orticola, il sistema si basa sullo sfruttamento intensivo delle falde acquifere, storicamente sovrasfruttate, su pozzi profondi, spesso oltre i limiti consentiti, sulla salinizzazione progressiva di alcuni acquiferi, e sulla crescente dipendenza da acqua desalinizzata e da misure di gestione integrata delle risorse idriche.

Dal punto di vista tecnico, possiamo leggere il modello Almeria come una forma di “esportazione d’acqua virtuale”: ogni chilo di pomodoro o peperone esportato incorpora l’acqua usata per produrlo, sottratta a un territorio già fragile dal punto di vista idrico. Le rese sono altissime, ma il bilancio di lungo periodo per gli acquiferi è critico, nonostante i progressi di efficienza dati da micro-irrigazione e fertirrigazione.

Plastica: rifiuti, microplastiche e circolarità incompleta

Il cuore del modello Almeria è, ovviamente, la plastica. Qui entrano in gioco diversi flussi di rifiuti: teli di copertura, film pacciamanti, tubazioni di irrigazione, fili, cassette, imballaggi. Studi recenti stimano che l’agricoltura intensiva della zona generi, in media, oltre 1.500 chilogrammi di rifiuti plastici per ettaro all’anno, per un totale di decine di migliaia di tonnellate di plastica agricola ogni anno (fra circa 30.000 e quasi 50.000 tonnellate secondo diverse analisi).

Una parte significativa viene raccolta e inviata a riciclo, e alcune fonti indicano tassi di recupero in crescita, con una buona quota dei teli di copertura che rientra in circuiti di riciclaggio. Fra plastica dispersa, gestione illegale e infrastrutture di trattamento ancora insufficienti, però, una frazione importante resta nell’ambiente. Organizzazioni ambientaliste e studi regionali stimano che migliaia di tonnellate di plastica agricola ogni anno non vengano correttamente raccolte, con rischi di trascinamento verso i corsi d’acqua e il Mediterraneo.

Con il tempo, la frammentazione meccanica e fotochimica di questi materiali genera microplastiche che si accumulano nei suoli, potenzialmente interferendo con la struttura del terreno, la fauna del suolo e la qualità delle acque sotterranee. Anche se molte ricerche si concentrano su altri Paesi, gli studi europei sui suoli agricoli mostrano una presenza quasi sistematica di microplastiche in campi dove si fa uso intensivo di plastiche agricole, il che rende verosimile un quadro simile per l’area di Almeria.

Chimica: fertilizzanti, pesticidi e biocontrollo

Storicamente, l’agricoltura intensiva dell’Almeria ha fatto largo uso di fertilizzanti minerali e pesticidi di sintesi, inclusi principi attivi classificati come altamente pericolosi. Questo ha generato pressioni significative come rischio di inquinamento delle acque sotterranee da nitrati e fitofarmaci, esposizione degli operatori agricoli a sostanze tossiche e perdita di biodiversità funzionale nei suoli e negli ecosistemi circostanti.

Negli ultimi vent’anni, il distretto ha avviato un’evoluzione interessante dal punto di vista della sostenibilità: l’adozione sempre più diffusa di lotta biologica integrata. L’introduzione di insetti utili, come predatori e parassitoidi, ha ridotto in modo significativo l’uso di pesticidi in molte colture, in particolare in quelle destinate alla GDO che richiede standard stringenti su residui chimici.

Questo passaggio al biocontrollo non cancella l’impatto passato né le criticità esistenti, ma mostra come il modello Almeria possa essere tecnicamente riprogettato in chiave più ecocompatibile, almeno sul fronte fitosanitario, se accompagnato da regolazione, controlli e domanda di mercato consapevole.

Suolo, biodiversità e paesaggio

Dal punto di vista pedologico, il sistema di serre intensive comporta una riduzione della copertura vegetale naturale, sostituita da infrastrutture artificiali, la compattazione dei suoli e modifiche profonde alla loro struttura, specie dove si utilizzano substrati e teli di pacciamatura, e un accumulo di residui organici e plastici, con la necessità di una gestione accurata per evitare fenomeni di degrado e perdita di fertilità.

Sul piano della biodiversità, la semplificazione estrema del paesaggio riduce habitat per fauna e flora spontanee, frammenta gli ecosistemi e aumenta la dipendenza da input esterni (come insetti utili allevati e introdotti artificialmente). Il Mar de Plastico è l’esempio concreto di come l’intensificazione agricola possa aumentare la produttività per unità di superficie, ma al prezzo di un forte impoverimento ecologico se non accompagnata da corridoi ecologici e strategie di rinaturalizzazione.

Clima e albedo: un effetto ambivalente

Un aspetto poco intuitivo riguarda il clima locale. L’enorme superficie bianca dei teli plastici aumenta l’albedo, cioè la quantità di energia solare riflessa verso l’atmosfera. Alcuni studi e analisi della NASA indicano che questa reflectance ha portato a un raffreddamento locale di alcuni decimi di grado rispetto alle aree circostanti, in controtendenza rispetto al riscaldamento globale della regione.

Da un punto di vista energetico, il quadro è più complesso. Bisogna considerare anche le emissioni associate alla produzione dei materiali plastici, la logistica di esportazione su lunga distanza e il consumo energetico per irrigazione, raffrescamento e gestione post-raccolta.

In sintesi, l’effetto di “raffreddamento locale” non compensa automaticamente l’impronta climatica complessiva del sistema, che resta significativa se valutata lungo l’intero ciclo di vita.

Cosa ci insegna il Mar de Plastico

Guardare al Mar de Plastico solo come a uno scandalo ambientale o, all’opposto, solo come a un miracolo agricolo rischia di essere fuorviante. È entrambe le cose: un laboratorio estremo in cui vediamo, amplificati, i dilemmi globali del sistema alimentare contemporaneo.

Da un lato, dimostra che è tecnicamente possibile trasformare un’area arida in una macchina produttiva capace di sfamare decine di milioni di persone, con rese elevate e un crescente ricorso a biocontrollo e tecnologie efficienti. Dall’altro, mostra i limiti di un modello basato su una forte dipendenza da plastiche, acqua scarsa, lavoro spesso precario e filiere lunghe.

Alla fine, la domanda più onesta che il Mar de Plastico ci pone è semplice: siamo disposti, come consumatori europei, a ripensare il nostro rapporto con la stagionalità o preferiamo avere immense aree agricole da sfruttare tutto l’anno, ma pagandone il prezzo?

tags: attualità

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