
Cosa diresti a te stesso se potessi farlo senza l’urgenza di una risposta immediata, senza sapere quando quelle parole torneranno indietro? Scrivere una lettera al proprio io futuro è un’esigenza che nasce spesso così: non da un progetto preciso, ma da un bisogno difficile da definire, dal desiderio di fissare un momento prima che scivoli via. È un gesto che arriva nei passaggi importanti, ma anche in giornate qualunque, quando ci si accorge che certi pensieri chiedono più spazio di quello che trovano nella mente.
Mettere per iscritto ciò che siamo oggi, sapendo che sarà letto da una versione diversa di noi, cambia il modo in cui scegliamo le parole. Si scrive con più attenzione, a volte con cautela, altre con una sincerità sorprendente. Dentro finiscono aspettative, promesse fatte quasi sottovoce, ricordi recenti che sembrano già lontani. Non c’è una forma giusta, né un obiettivo da raggiungere: c’è solo il tentativo di lasciare una traccia, di raccontarsi senza sapere chi, un giorno, la raccoglierà.
A Parigi esiste il Café Pli, un luogo che ha trasformato questa pratica in un’esperienza concreta e condivisa. Seduti a un tavolino con una bevanda calda davanti, si può scrivere una lettera destinata a restare chiusa per anni. Le buste vengono conservate, il tempo fa il suo corso, e solo più avanti quelle parole torneranno al mittente. Un gesto fatto di carta e attesa, che restituisce alla scrittura il suo peso reale.
Il Café Pli: un luogo, un tempo sospeso

Il Café Pli è prima di tutto una caffetteria, con tavoli, un menu essenziale, il rumore discreto delle tazze appoggiate sul bancone. Ci si siede, si ordina una bevanda, si prende una cartolina o un foglio di carta e si scrive una lettera destinata a tornare indietro dopo un anno, cinque anni, vent’anni. Un intervallo preciso, scelto prima ancora di iniziare a scrivere, come se stabilire una data aiutasse a capire a chi ci si sta davvero rivolgendo.
La lettera può essere indirizzata a sé stessi, ma anche a qualcun altro: una persona cara, un figlio, un amico, qualcuno che in futuro festeggerà un compleanno, un traguardo, un passaggio importante. Le parole vengono poi chiuse in una busta, sigillate, affidate allo staff del caffè che si occuperà di conservarle e spedirle nel momento stabilito. Nel frattempo restano lì, ferme, mentre tutto il resto continua a muoversi.
Scrivere per ritrovarsi, nel tempo

Scrivere una lettera al proprio io futuro non è un esercizio di previsione, né un tentativo di controllare ciò che verrà. È piuttosto un modo per fermarsi e osservare il punto esatto in cui ci si trova, senza la pressione di dover arrivare a una conclusione. Nel momento in cui si scrive, il futuro resta sullo sfondo; al centro rimane il presente, con tutto ciò che contiene.
Sì, perché affidare le proprie parole a un tempo lungo cambia la prospettiva. Sapere che quella lettera verrà riletta tra diversi anni porta a scegliere con maggiore attenzione cosa lasciare sulla pagina e cosa, invece, tenere lasciare scivolare via. Non si scrive per impressionare, né per costruire una versione ideale di sé, ma per fissare un pensiero onesto, una sensazione autentica, qualcosa che meriti di essere ricordato.
C’è poi l’esperienza della rilettura, che avverrà molto più avanti. Ritrovare parole scritte tempo prima permette di misurare il cambiamento, di riconoscere ciò che è rimasto e ciò che si è trasformato. A volte emerge una distanza inattesa, altre volte una continuità rassicurante. In entrambi i casi, la lettera diventa uno strumento di ascolto, un modo per riconoscersi senza giudizio, attraverso il tempo che è passato.
Ma non serve per forza prendere un aereo e arrivare fino a Parigi: si può scegliere di farlo anche a casa propria, conservando la lettera in un punto nascosto ricordandosi poi di leggerla a tempo debito. Al di là dell’esperienza parigina, infatti, questa pratica offre un dono importante: uno spazio in cui rallentare, prendere posizione rispetto a sé stessi e accettare che il futuro resti, in parte, imprevedibile. Scrivere una lettera da aprire anni dopo significa concedersi la possibilità di essere diversi, senza perdere il filo di ciò che si è stati.