Il carcere in Italia è al collasso. E non possiamo dire che non lo sapevamo

Con un tasso di affollamento al 133% e 91 suicidi nel 2024, le carceri italiane vivono una crisi profonda. Ecco cosa c'è da sapere sul nuovo report di Antigone.

Non è un’emergenza, ma un crollo annunciato. Il XXI Rapporto Antigone – intitolato Senza respiro – fotografa un sistema penitenziario che non respira più da tempo. Le carceri italiane sono sovraffollate, i diritti compressi, i percorsi rieducativi ridotti al minimo. Si muore troppo e si vive male. Ma mentre il numero dei suicidi cresce, la risposta politica continua a essere la stessa: repressione. Eppure questa realtà non è nuova e il problema non semplicemente che il sistema stia esplodendo, ma che l’abbiamo lasciato marcire in silenzio.

Sovraffollamento: spazi saturi, persone invisibili

Al 30 aprile 2025 le persone detenute risultano essere 62.445 persone, ma i posti effettivamente disponibili sono meno di 47.000. Il tasso di affollamento reale è del 133%. Tradotto: 16.000 persone vivono in spazi che non esistono.

In 58 istituti su 189, il tasso di affollamento supera il 150%. A Milano San Vittore si arriva al 220%; a Foggia 212%; a Lucca 205%. Solo 36 carceri non presentano criticità strutturali. Nella maggior parte, nemmeno i 3 mq calpestabili per persona, soglia stabilita dalle corti europee, sono garantiti.

Nelle carceri italiane si continua a morire

Nel 2024 si è raggiunto il record storico di suicidi in carcere: 91 casi. Il dato più alto mai registrato, superando anche il tragico primato del 2022 (84 suicidi). I decessi totali sono stati 246. Mai così tanti.

Aumentano anche i tentati suicidi (2,5 ogni 100 detenuti), i comportamenti autolesivi (20,3 ogni 100 detenuti), le aggressioni tra reclusi e al personale.

Anche i minori dietro le sbarre

Nel 2022 erano 381, oggi sono 611: +54% di minori detenuti in due anni. Nove istituti minorili su diciassette sono già sovraffollati.

La causa? Da rintracciare anche nel Decreto Caivano (2023), che ha reso più facile il trasferimento punitivo dei giovani nei circuiti per adulti, spezzando percorsi educativi e preferendo la scorciatoia della punizione alla strategia del recupero.

Formazione in carcere e nuovi provvedimenti in tema di sicurezza

Una carcerazione sempre più lunga e più dura. La percentuale di detenuti in attesa di giudizio è al 26,5%. In quasi un terzo dei casi, il carcere è ancora la misura cautelare principale, ma solo il 6% dei detenuti accede a percorsi di formazione professionale.

Nel frattempo, però, si discute di DDL Sicurezza. Provvedimenti nati nel nome dell’ordine, che però rischiano di colpire il disagio sociale più che risolverlo. Nel 2023 è stato approvato il Decreto Caivano, che consente il trasferimento di detenuti tra i 18 e i 21 anni dagli istituti minorili alle carceri per adulti, limita l’uso della messa alla prova e introduce sanzioni penali per la dispersione scolastica. Mentre quest’anno è entrato in vigore il Decreto Sicurezza, che ha introdotto il reato di “rivolta” nelle carceri italiane e nei CPR, inasprito le pene per resistenza a pubblico ufficiale, reati contro le forze dell’ordine e proteste non autorizzate, e aumentato le sanzioni per imbrattamento di beni pubblici.

La distanza tra il principio e la realtà delle carceri italiane

L’articolo 27 della Costituzione italiana afferma che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. È un principio chiaro: la pena non è solo una sanzione, ma un’opportunità di cambiamento e reinserimento nella società. Questo obiettivo si realizza, almeno sulla carta, attraverso strumenti come il programma di trattamento individuale, l’osservazione scientifica della personalità, i permessi premio, le misure alternative. Ma tutto ciò richiede condizioni materiali, spazi adeguati, personale formato e un sistema in grado di osservare, valutare, costruire percorsi.

I dati raccontati da Antigone mostrano un sistema che, oggi, non riesce a garantire nemmeno il minimo indispensabile. Il carcere italiano continua a definirsi rieducativo, ma le sue condizioni strutturali, normative e culturali sembrano remare altrove.

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