Chi verrebbe richiamato in guerra se l’Italia entrasse in conflitto

In caso di guerra, l’Italia attiverebbe un sistema di mobilitazione progressiva: prima i militari in servizio, poi i riservisti, infine i civili maschi tra 18 e 45 anni. Esclusi Vigili del Fuoco e forze di polizia civile.

Incredibile ma vero: tra le cose più cercate su internet oggi c’è: chi verrebbe richiamato in guerra se l’Italia entrasse in conflitto? In un’epoca segnata da crisi internazionali, tensioni geopolitiche e conflitti regionali che si riaccendono come fuochi sotto la cenere, immaginare l’Italia coinvolta in una guerra non è più per molti uno scenario di distopico e irreale. Nel nostro ordinamento giuridico esiste una catena di mobilitazione pronta ad attivarsi in caso di dichiarazione di guerra. La chiamata alle armi, in questo contesto, non è un’ipotesi remota ma una possibilità prevista dalla legge. A stabilirne i meccanismi sono norme tutt’altro che obsolete, capaci di riattivare in poche settimane una macchina militare che oggi sembra sopita, ma tutt’altro che smantellata. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: chi verrebbe davvero coinvolto nella chiamata alle armi? E su quali basi si costruirebbe una mobilitazione di massa?

La prima linea: i militari in servizio attivo

Nel momento in cui il Parlamento deliberasse lo stato di guerra e il Presidente della Repubblica firmasse il relativo decreto, a entrare subito in azione sarebbero i militari professionisti. Si tratta del personale in servizio permanente effettivo presso le Forze Armate italiane: Esercito, Marina Militare e Aeronautica Militare. A questi si aggiungono i Carabinieri e gli operatori della Guardia di Finanza, entrambi inquadrati a pieno titolo come forze armate. Sono donne e uomini addestrati, pronti all’impiego in operazioni belliche e dotati di formazione tecnico-operativa costantemente aggiornata. In caso di guerra, sarebbero loro la prima risposta dello Stato: il fronte compatto e già operativo che garantirebbe una difesa immediata.

I riservisti: ex militari congedati da meno di cinque anni

Qualora le forze attive non fossero sufficienti a coprire le esigenze di un conflitto su larga scala, il passo successivo sarebbe l’attivazione della riserva. Non si tratta di un concetto astratto, ma di una realtà giuridica e organizzativa ben definita: chi ha concluso il servizio militare da meno di cinque anni rimane, per legge, soggetto a richiamo. Questi ex militari, spesso ancora in piena forma fisica e con competenze recenti, potrebbero essere impiegati con rapidità e flessibilità. La loro integrazione nei ranghi avverrebbe in tempi brevi, grazie alla conservazione di profili anagrafici e professionali all’interno dei registri della Difesa. È una riserva silenziosa, ma perfettamente strutturata, che rappresenta il secondo scaglione di una mobilitazione nazionale.

Il popolo in armi: i civili maschi tra i 18 e i 45 anni

Se anche la riserva risultasse insufficiente, si procederebbe con il richiamo della popolazione civile. In questo caso, le liste di leva – che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, vengono tuttora aggiornate ogni anno dai Comuni – tornerebbero a giocare un ruolo decisivo. Tutti i cittadini maschi tra i 18 e i 45 anni, giudicati idonei alla visita medica, sarebbero potenzialmente arruolabili. Si tratterebbe di un passaggio drammatico: milioni di giovani e meno giovani, fino a ieri immersi nella quotidianità civile, improvvisamente catapultati in un contesto bellico. Le donne, invece, non verrebbero chiamate d’ufficio ma potrebbero scegliere volontariamente di arruolarsi. Una possibilità che, almeno per ora, resta una scelta individuale e non un obbligo. Le donne in gravidanza, in ogni caso, sono automaticamente escluse. Una distinzione che riflette un impianto normativo ancora legato a logiche tradizionali, benché mitigato dal principio di volontarietà.

Chi resta fuori: le forze di polizia civile e i Vigili del Fuoco

Esistono categorie espressamente escluse dalla chiamata alle armi in Italia. Non per privilegi, ma per una precisa scelta di ruolo istituzionale. I Vigili del Fuoco, la Polizia di Stato, la Polizia Penitenziaria e la Polizia Locale sono considerati corpi civili, dunque non soggetti a richiamo in ambito militare. La loro funzione, in tempo di guerra, rimarrebbe cruciale ma interna ai confini: gestione dell’ordine pubblico, protezione civile, soccorso alla popolazione. È una distinzione sostanziale, che disegna con nettezza i confini tra difesa armata e sicurezza civile.

La leva non è abolita: può essere riattivata in ogni momento

Dal 2005 la leva obbligatoria è stata sospesa, ma mai formalmente abolita. Ciò significa che, in caso di guerra, il Presidente della Repubblica potrebbe riattivarla con decreto, sulla base dell’articolo 78 della Costituzione. Il rifiuto alla chiamata è ammesso solo per gravi motivi di salute, certificati da una commissione medica. Nessun obiettore di coscienza, nessun “preferirei di no”: il diritto alla diserzione non esiste, salvo cause fisiche documentate. In tempi di pace, è una clausola dormiente; in tempi di guerra, diventerebbe immediatamente cogente.

La nostra speranza è che l’entrata in conflitto dell’Italia sia remota se non irreale. Ma di questi tempi ci tocca stare a guardare le decisioni di singole persone in merito alla vita di milioni di persone.

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