Ciclone Harry: facciamo un bilancio di quello che è successo al Sud Italia

Il ciclone Harry ha investito il Sud Italia con effetti rilevanti su coste, infrastrutture, agricoltura e comunità locali. L’evento ha messo in luce l’esposizione crescente del territorio agli eventi estremi e una gestione dell’emergenza segnata da attenzione mediatica discontinua e criticità strutturali ancora irrisolte.

Tra il 19 e il 21 gennaio 2026, con effetti residui nei giorni successivi, il Sud Italia è stato interessato dal ciclone Harry, un evento meteorologico di forte intensità che ha colpito in particolare Sicilia, Sardegna e Calabria. Venti di tempesta, piogge persistenti e mareggiate hanno causato danni diffusi a infrastrutture, coste e attività produttive, interrompendo collegamenti e isolando intere aree. In pochi giorni si sono accumulati effetti rilevanti su territori già fragili, con conseguenze immediate per cittadini e servizi essenziali.

A qualche giorno dal passaggio del ciclone Harry, quindi, cosa rimane oggi?

Che tipo di fenomeno è stato il ciclone Harry?

Il ciclone Harry è stato un ciclone mediterraneo, comunemente definito medicane, formatosi tra il Canale di Sardegna e il Nord Africa e sviluppatosi rapidamente verso il Sud Italia. A differenza delle consuete perturbazioni invernali, questo tipo di sistema concentra l’energia in un nucleo caldo, alimentato dal contrasto tra aria fredda in quota e temperature marine elevate. E, nel caso di Harry, le acque insolitamente miti del Mediterraneo hanno favorito un’intensificazione marcata del fenomeno.

Gli esperti collegano eventi di questa natura al cambiamento climatico, che nel bacino mediterraneo sta aumentando la probabilità di cicloni più compatti e violenti. Harry si inserisce così in una tendenza osservata negli ultimi anni, fatta di episodi meno frequenti ma più intensi e difficili da gestire per territori densamente abitati.

L’impatto sul Sud Italia: territori, danni e prime conseguenze

Tra il 19 e il 21 gennaio, il passaggio del ciclone Harry ha prodotto effetti estesi su gran parte del Sud Italia, con conseguenze particolarmente gravi in Sicilia, Sardegna e Calabria. Raffiche di vento molto forti, piogge concentrate in poche ore e mareggiate eccezionali hanno messo sotto stress infrastrutture costiere, reti di trasporto e servizi essenziali.

In Sicilia, l’impatto è stato particolarmente evidente lungo la fascia ionica e meridionale, con spiagge erose, stabilimenti balneari distrutti, porti insabbiati e tratti di lungomare compromessi. Le precipitazioni intense hanno interrotto collegamenti ferroviari e stradali, mentre numerose aziende agricole sono rimaste isolate, con colture danneggiate e cicli produttivi compromessi.

In Sardegna, le mareggiate hanno modificato l’assetto delle coste e colpito duramente porticcioli e infrastrutture litoranee, rendendo difficili le attività di pesca e i collegamenti locali. Anche il sistema agricolo ha subito ripercussioni, soprattutto nelle aree rurali più esposte.

In Calabria, in particolare lungo la fascia ionica, il ciclone ha provocato allagamenti, frane e una forte erosione costiera. Le onde, spinte da venti persistenti, hanno raggiunto altezze eccezionali. Quartieri costieri sono stati invasi da acqua e fango, con danni a negozi, infrastrutture, abitazioni e strutture turistiche.

Fortunatamente non ci sono state vittime, anche grazie alle allerte preventive e alle evacuazioni tempestive. Restano però danni economici ingenti e un territorio che, una volta cessata l’emergenza, si trova a fare i conti con effetti destinati a protrarsi nel tempo.

Dopo l’emergenza

Quando il vento cala e le mareggiate si ritirano, resta il punto più delicato: il terreno.

A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, le piogge intense legate al ciclone Harry hanno riattivato un movimento franoso di proporzioni eccezionali. Il fronte instabile si estende per circa quattro chilometri e, secondo le stime della Protezione civile, coinvolge fino a 350 milioni di metri cubi di terreno, una massa superiore a quella del disastro del Vajont del 1963. L’avanzamento della frana ha reso necessaria l’evacuazione di oltre 1.200 persone e l’istituzione di ampie zone rosse, con abitazioni dichiarate inagibili e la prospettiva, per molte famiglie, di non poter rientrare. Il fenomeno resta attivo, con cedimenti continui che impongono monitoraggi costanti e pongono il tema della delocalizzazione come nodo centrale della gestione post-emergenza.

Il caso di Niscemi è sicuramente simbolico perché rende evidente un meccanismo ricorrente: l’evento estremo non esaurisce i suoi effetti nelle ore della tempesta, li trascina nei giorni e nelle settimane successive, riaccendendo frane, smottamenti, cedimenti su versanti urbanizzati.

Anche in Calabria, lungo la fascia ionica, allagamenti e accumuli di fango hanno richiesto interventi prolungati, con mezzi al lavoro a Catanzaro Lido per liberare strade e ripristinare condizioni minime di sicurezza. Nel Crotonese, le piogge hanno persino provocato il crollo di una porzione del cimitero di San Mauro Marchesato, con le bare trascinate nel burrone.

Poi c’è la questione economica, che emerge con la conta dei danni e spesso cresce man mano che si rivelano gli effetti indiretti: filiere agricole ferme, infrastrutture rurali compromesse, aziende isolate. In Sicilia, ad esempio, un primo censimento regionale per l’agricoltura ha indicato danni per centinaia di milioni, concentrati soprattutto tra Catania, Messina e Siracusa.

Un’attenzione intermittente e un racconto incompleto

A colpire, oltre ai danni materiali, è stato il trattamento riservato all’evento nel racconto mediatico nazionale. Nei giorni in cui il ciclone Harry stava mettendo in ginocchio ampie porzioni del Sud, l’evento ha trovato solo uno spazio marginale nei principali notiziari e nei grandi programmi di approfondimento. Le cronache si sono concentrate su singoli episodi o su brevi aggiornamenti, senza restituire la dimensione sistemica dell’accaduto. È mancata una lettura d’insieme capace di collegare territori, numeri, conseguenze economiche e fragilità strutturali.

Questa frammentazione ha contribuito a ridurre la percezione dell’evento, le cui disastrose conseguenze sono però strettamente collegate alla vulnerabilità strutturale di ampie aree del Sud Italia. I danni, le frane e le interruzioni raccontano un territorio che fatica ad assorbire eventi sempre più intensi e concentrati. Eppure, il ciclone Harry non può essere letto come un episodio isolato, né come una semplice anomalia stagionale. Negli ultimi anni il Mediterraneo sta mostrando una crescente propensione a eventi brevi ma molto concentrati, capaci di scaricare in pochi giorni quantità di energia e precipitazioni difficili da assorbire. In questo quadro, territori già segnati da fragilità strutturali e urbanistiche risultano più esposti, soprattutto lungo le coste e nelle aree collinari.

Nel Sud, però la sensazione è stata quella di un disastro osservato da lontano, come se la collocazione geografica ne avesse attenuato il peso simbolico. Un vuoto narrativo che ha lasciato spazio a iniziative spontanee, appelli dal basso e prese di posizione politiche, alimentando l’idea di un’emergenza gestita in silenzio, più che condivisa.

Harry è stato quindi l’ennesimo banco di prova, non solo un evento meteorologico, sia della nostra capacità di gestire un clima che cambia velocemente sia del modo in cui il nostro Paese osserva, protegge e racconta i suoi territori più esposti.

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