Cinque (buoni?) motivi per diventare vegan

da | Nov 8, 2023 | alimentazione, vivere green | 0 commenti

«A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio» (1). O quando, aggiungeremmo noi, scegli d’improvviso di diventare vegan. Cold turkey, si dice in inglese: alcune cose semplicemente succedono – e succedono d’improvviso, senza ragione, ed è meglio non pensarci se non si vuole uscire matti.

Per diventare vegan, in realtà, (buoni?) motivi esistono. La scelta di modificare le proprie abitudini alimentari – signora mia, è vero, le tradizioni sono importanti ed è difficile rinunciare ai tortellini della domenica, eppure, le assicuro, si può fare, e forse si deve – è spesso anzi attentamente ponderata: e intrapresa per differenti motivi, a seconda di sensibilità e inclinazioni personali. Abbiamo pensato a cinque motivi, ma probabilmente se ne potrebbero enumerare ancora. Intanto, come sempre, iniziamo, dalla…

A di Animali

Dietro alla scelta di non nutrirsi più di animali e dei loro derivati, di non vestirsi delle loro pelli, o di evitare quelle forme d’intrattenimento che li coinvolgano (i circhi, ma anche gli zoo e gli acquari) non possono che non esserci gli animali stessi.

Guardiamoci negli occhi: siamo una società, questo il termine, specista che considera cioè le specie animali come essenzialmente inferiori alla specie umana, e quindi dalla specie umana naturalmente sfruttabili. Certo, gli animali non sanno fare di conto, né costruire strumenti elaborati come i nostri, né ancora condividono con noi quell’attitudine al linguaggio o una tanto raffinata autocoscienza…

E quindi? Diceva il filosofo Jeremy Bentham che l’importante non è che gli animali possano parlare o ancora ragionare – basta che possano soffrire. E noi sappiamo che possono: ce lo mostrano loro stessi. E sappiamo anche che, ogni anno, oltre un miliardo di loro viene trasformato in prodotto alimentare. Un buon motivo, se non il primo, per decidere di ridurre questa incalcolabile sofferenza.

Un tema di empatia? Non necessariamente, o non solo

Diventare vegan è anche una scelta politica.

Prendere atto della loro sofferenza è certo un forte impatto, e ci permette d’improvviso d’intravvedere la creatura senziente dietro al prodotto ben confezionato sul bancone (hai mai notato come il mercato protegga i consumatori nascondendo la violenza connaturata ai processi di allevamento e macellazione? Chiamiamo carne quelli prima erano corpi, e anzi vi diamo via via nomi più astratti: lonza, filetto, fesa… Allontanandoci sempre più da quel che era l’animale), ma non è soltanto questione d’empatia.

È anche una questione politica: non mangiamo bambini né dipendenti delle poste non perché questi soffrano – più, o meno, di noi. Ma perché li riconosciamo come persone, il che vuole tendenzialmente dire soggetti portatori di diritti, che non è lecito sfruttare. Ecco, chi è vegan sceglie di rifiutare quella “linea di specie” che divide l’uomo da tutti gli altri animali, così come gli abolizionisti, nei secoli scorsi, rifiutavano la “linea del colore” come giustificazione di pratiche schiavili, o più in generale di discriminazione. As simple as that.

Per l’ambiente!

Dati aggiornati al 2023: la metà delle terre abitabili è stata spogliata dei propri cicli naturali per essere trasformata in terreni agricoli – di questa metà, quasi l’80% è destinata agli allevamenti, e parliamo di terreni che finiscono comunque per “rendere”, tramite carni e formaggi, solo il 18% dell’apporto calorico totale della popolazione mondiale: il gioco, per come è strutturato, vale la candela?

Per 200 grammi di proteine, la carne rossa comporta un dispendio di circa 100 kg di CO2, l’equivalente del un pieno di un’auto! Il tofu, che pure avrà i suoi difetti, ne produce solo 2… E, ancora, per produrre 1 kg di carne s’impiegano fra i cinque e i ventimila litri d’acqua – il grano, di contro, ne richiede fra i 500 e i 4000, mentre il tofu si attesta sulle 2500. La scelta vegan è quindi spesso dettata da una forte coscienza ambientale: davanti all’attuale emergenza climatica, le persone che scelgono un’alimentazione vegetale sono sempre di più. Possiamo salvare il mondo prima di cena, come scrive Jonathan Safran Foer.

Per la salute?

Argomento forse più scivoloso: esistono studi e contro studi sulla cosiddetta dieta plant-based. Eliminando dalla propria tavola carni e formaggi, alimenti tendenzialmente grassi, si riduce il livello di colesterolo, nitrati e nitriti, grassi saturi e così via. E si aggiungono, invece, fibre e antiossidanti. Carl Lewis, le sorelle Williams e Novak Djokovic sono vegani in splendida forma (lo è stato anche Mike Tyson, anche se non per lungo tempo).

Se il dibattito sul tema non è certamente chiuso, non sono comunque poche le persone che hanno sposato un’alimentazione vegetale semplicemente per stare meglio. Certo è che la scelta vegan porta a un maggiore livello di benessere – se non dei vegani che la praticano, degli animali che ne beneficiano, e, come si è visto, del Pianeta più in generale.

Per le altre persone

Non nel senso che ti sei innamorato della ragazza centrosocialina e ora vuoi far colpo – anche se non ci sarebbe niente di male: si diventa vegani anche per e con l’esempio di persone vicine –, ma nel senso che l’alimentazione vegan consente una più equa e giusta distribuzione delle risorse. Abbiamo già parlato del differente impatto sul suolo, sull’acqua e sull’aria che l’industria animale comporta. Un costo che incide asimmetricamente sulle comunità più povere: terreni delle regioni brasiliane Panatal e Cerrado sono per esempio state espropriate, al serrato ritmo di un incendio al giorno, per far spazio a piantagioni di soia (che twist! Soia non destinata al consumo umano, ma impiegata come mangime negli allevamenti intensivi).

Se ci pensi, la carne è sempre stata un alimento per ricchi, o da uomini – oggi, gli individui di sesso maschile che se ne astengono vengono definiti soy-boy: la carne non è roba da femminucce, mentre la soia, pare, sì –, rinforzando gerarchie sociali e relative diseguaglianze di status. Perché non ritrovarci tutte e tutti al tavolo, invece, davanti a un bel piatto di fave e cicorie – o di carciofi alla giudia, o di ribollita, o ancora a una marinara?

Forse, è più facile. Per tutti questi buoni motivi.

(1) Alessandro Baricco, Novecento: Un monologo teatrale, Feltrinelli, 1994.

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