Vivere da single in Italia costa troppo: la crescita del co-living

L’aumento del co-living in Italia riflette le difficoltà economiche sempre più diffuse tra single e famiglie mononucleari, strette tra affitti elevati e redditi stagnanti. Più che una scelta abitativa, il co-living appare spesso come un adattamento forzato a un sistema che rende l’autonomia abitativa un privilegio e non una possibilità accessibile.

Vivere da single in Italia costa troppo: la crescita del co-living - immagine di copertina

    Vivere da soli in Italia non è mai stato semplice, ma negli ultimi anni è diventato un esercizio di resistenza economica. Affitti in salita, bollette instabili, salari fermi e una precarietà cronica hanno trasformato l’autonomia abitativa in un lusso sempre meno accessibile. In questo contesto si inserisce la crescita del co-living, una soluzione che promette di ridurre i costi e, almeno sulla carta, di rispondere a un bisogno abitativo reale. Ma la domanda resta aperta: è una risposta strutturale o l’ennesimo adattamento forzato a un sistema che non funziona?

    Il single come nuovo povero urbano

    In Italia vivere da single significa pagare di più per tutto. L’affitto non si dimezza se l’inquilino è uno solo, le spese fisse restano tali e il mercato immobiliare continua a premiare chi può condividere o chi arriva con garanzie familiari solide. Nelle grandi città il monolocale è diventato una rarità costosa, spesso in condizioni discutibili, mentre la stanza singola ha ormai raggiunto prezzi che fino a pochi anni fa sembravano impensabili.

    Il problema non riguarda solo studenti e giovani lavoratori. Anche over 35, separati, lavoratori autonomi e professionisti si ritrovano intrappolati in un modello abitativo che non contempla davvero la vita da soli. L’idea di indipendenza, per anni raccontata come traguardo naturale dell’età adulta, si scontra con una realtà in cui il reddito medio non regge il peso dell’autonomia.

    Co-living: soluzione abitativa o compromesso sociale

    co-living

    Il co-living si inserisce in questa frattura. Spazi abitativi condivisi, spesso ben progettati, con camere private e aree comuni pensate per il lavoro e la socialità. Il modello arriva dal mondo anglosassone e si diffonde soprattutto nei centri urbani dove la pressione immobiliare è più forte.

    La promessa è semplice: costi più bassi, meno solitudine, servizi inclusi. In molti casi funziona, soprattutto per chi si muove spesso, per chi lavora da remoto o per chi non vuole legarsi a contratti lunghi e rigidi. Ma dietro l’estetica curata e il linguaggio della community si nasconde un punto critico: il co-living non nasce per scelta, ma per necessità.

    Condividere una casa non è una novità. Per decenni è stata una strategia informale per sopravvivere ai costi della città. La differenza oggi è che la condivisione è diventata un prodotto. Il co-living è spesso gestito da società private, con rendimenti elevati e un target ben definito: persone sole, con redditi medi, disposte a rinunciare a metri quadri pur di restare dentro la città.

    Questo passaggio segna una trasformazione profonda. L’abitare condiviso non è più un esperimento sociale, ma una risposta di mercato a un fallimento politico. Invece di calmierare gli affitti o investire seriamente in edilizia pubblica, si normalizza l’idea che vivere da soli sia un’eccezione e non un diritto possibile.

    Il rischio di una nuova normalità al ribasso

    Il successo del co-living racconta più il problema che la soluzione. Se vivere da single diventa insostenibile, la condivisione smette di essere una scelta e diventa una condizione obbligata. Il rischio è quello di abbassare l’asticella delle aspettative, accettando spazi più piccoli, meno privacy e maggiore instabilità come standard inevitabile.

    In un paese che invecchia, che vede crescere il numero di persone sole e famiglie mononucleari, ignorare il tema dell’abitare significa alimentare una disuguaglianza silenziosa. Il co-living può essere una risposta temporanea, ma non può sostituire una politica abitativa che riconosca il diritto alla casa anche a chi vive da solo.

    Vivere insieme perché da soli non si può più

    Il fenomeno del co-living in Italia è il sintomo di una trasformazione più ampia. Non parla solo di nuove forme dell’abitare, ma di un modello economico che scarica sui singoli il peso dell’adattamento. Vivere insieme non perché lo si desidera, ma perché da soli non si regge più il costo della vita.

    Finché vivere da single resterà un privilegio e non una possibilità concreta, il co-living continuerà a crescere. Non come scelta culturale, ma come risposta obbligata a un sistema che ha smesso di proteggere chi cerca semplicemente uno spazio proprio nel mondo.

    tags: attualità

    Ti consigliamo anche

    Link copiato negli appunti