Divieto di portare a spasso i cani in Iran: è un animale impuro

L’Iran ha esteso il divieto di portare i cani a spasso in oltre 20 città. Il motivo? Impurità rituale, resistenza all’Occidente e controllo sociale. Ma i cittadini, soprattutto i giovani, rispondono con una ribellione silenziosa (a quattro zampe).

Divieto di portare a spasso i cani in Iran: è un animale impuro - immagine di copertina

    L’Iran ha deciso di intensificare una delle sue battaglie più emblematiche contro ciò che viene percepito come minaccia all’identità culturale e religiosa del Paese: a partire da giugno 2025, il divieto di portare a spasso i cani in pubblico è stato esteso a oltre venti città, dopo che già nel 2019 era stato imposto nella capitale Teheran. Da Isfahan a Kermanshah, da Ilam a Robat Karim, le autorità locali hanno dichiarato che chiunque venga sorpreso con un cane per strada rischia multe, arresti e il sequestro dell’animale. I procuratori sono stati chiari: la norma non è simbolica, ma sarà applicata con rigore. La giustificazione ufficiale parla di salute pubblica, sicurezza e ordine sociale, ma scavando più a fondo, emerge una stratificazione ben più complessa di motivazioni ideologiche, religiose e identitarie.

    I cani sono najis: impurità rituale o ideologia del controllo?

    Ma da dove viene il divieto di portare a spasso i cani  in Iran? Secondo la giurisprudenza islamica, i cani rientrano nella categoria dei najisesseri impuri dal punto di vista rituale – perché la loro saliva, e in alcuni casi il loro pelo, renderebbero impuro il fedele che vi entra in contatto. Non si tratta di una posizione univoca: il Corano non condanna i cani, anzi, ne parla positivamente in alcuni passaggi, come nel versetto sui Compagni della caverna, in cui un cane fa da sentinella a un gruppo di giovani pii.

    È la letteratura dei hadith a fornire la base più solida per questa avversione, tradizioni orali del Profeta che, in alcuni casi, sconsigliano la loro presenza nelle case. L’Iran, nella sua lettura sciita più rigorosa, ha fatto di questa interpretazione una norma sociale. Ma la religione, come spesso accade, è anche uno strumento di disciplina del corpo e dello spazio pubblico.

    L’animale occidentale: il cane come simbolo culturale da reprimere

    Oltre alla questione rituale, il cane in Iran è diventato un vero e proprio oggetto politico. Possederne uno, portarlo al guinzaglio, accarezzarlo in un parco, non è solo un gesto affettivo o un’abitudine urbana: è un’affermazione identitaria. Per il potere teocratico iraniano, il cane rappresenta lo stile di vita occidentale, importato attraverso i social media, la cultura pop e i modelli borghesi delle metropoli globalizzate.

    La guida suprema Ali Khamenei, già nel 2017, definì riprovevole possedere cani per motivi non strettamente funzionali. Nel 2021, 75 parlamentari firmarono una proposta di legge contro il possesso di animali domestici, considerandolo un virus sociale che avrebbe potuto “corrompere” la purezza dell’identità iraniana. Il cane, in questo contesto, non è più soltanto un animale: è un emblema di disobbedienza silenziosa.

    La resistenza a quattro zampe: tra repressione e ribellione

    Paradossalmente, proprio l’inasprimento delle restrizioni ha generato un effetto opposto: la diffusione sotterranea e sempre più ostinata della passione per i cani. Le giovani generazioni iraniane, specialmente nelle aree urbane più colte e connesse al mondo, vedono nel possedere un cane un piccolo atto di libertà. In un Paese dove persino l’abbigliamento femminile è sorvegliato, portare a spasso un cane diventa un gesto rivoluzionario, una forma di autoaffermazione in un ambiente che costantemente tenta di ridurre al silenzio ogni espressione personale.

    Non sono pochi coloro che scelgono le ore notturne per aggirare i controlli, o che si rifugiano in periferie meno sorvegliate. I video di cani nascosti nei bagagliai delle auto, o portati di corsa lungo vicoli secondari, circolano sui social come atti di eroismo quotidiano. L’animale, qui, non è solo compagno domestico: è alleato in una resistenza civile.

    Una politica che zoppica: contraddizioni interne e fallimenti annunciati

    Il regime iraniano sembra non comprendere, o forse sottovalutare, la portata simbolica delle sue stesse azioni. Ogni nuova città che si aggiunge alla lista dei divieti non fa che rafforzare la percezione di uno Stato ossessionato dal controllo del dettaglio, intento a inseguire guinzagli per reprimere idee. Le autorità parlano di ordine e sicurezza, ma i cittadini vedono vessazione e anacronismo.

    Il cane diventa il termometro di una società divisa: da un lato l’ortodossia imposta, dall’altro un desiderio crescente di autonomia, anche se espresso in forme apparentemente minime. In un Iran dove il dissenso esplicito è pericoloso, la passeggiata col cane si trasforma in gesto poetico e dissidente, mentre il potere rincorre ombre a quattro zampe senza mai cogliere la profondità del messaggio.

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