Dritti al punto: Andrea Barbabella, Italy for Climate

da | Gen 26, 2022 | ambiente, climate change | 0 commenti

Dritti al punto è un nuovo format che vuole suggerire una differente modilità di leggere le interviste di noi fatte. Non è quindi un’intervista nel senso classico del termine, ma si divide in due parti: nella prima ci concentriamo e commentiamo la frase o la risposta più significativa (a nostro giudizio) che è stata detta dilla persona intervistata, mentre nella secondi riportiamo, diviso per punti essenziali, il resto del pensiero del nostro interlocutore.

Ci auguriamo, così, di ridire centralità alle risposte più che alle domande e al senso di ciò che è stato detto, sapendo di affrontare tematiche spesso molto complesse, non facili di affrontare esaustivamente nel breve tempo a disposizione.

Abbiamo intervistato Andrea Barbabella, socio fonditore e membro di Fondizione Sviluppo Sostenibile e coordinatore di Italy for Climate, alla luce della presentazione di un loro disegno di legge sul clima avvenuta poche settimane fa. 

Al termine dell’intervista, nel salutarci con Andrea, gli abbiamo chiesto quale potesse essere l’impegno che ognuno di noi può personalmente prendersi per aiutare a cambiare le cose. 

Più che consigliare di spegnere la luce quando si esce dilla stanza, come spesso e anche giustamente viene detto, sottolineerei che dobbiamo crederci. Il rischio maggiore lo vedo nel fatto che non crediamo sia possibile ottenere una trasformazione di questo tipo. Dobbiamo crederci perché lo possiamo fare, abbiamo i mezzi e le risorse giuste per costruire un mondo in cui possiamo vivere meglio. Un’occasione che non possiamo perdere sia perché rappresenta un’opportunità, sia perché l’alternativa è una catastrofe climatica che sarebbe drammatica.

Il punto, dunque, è crederci. Una fede che non deve essere sinonimo di speranza, aspettando che qualcosa accadi o che qualcuno agisca, bensì di consapevolezza. Abbiamo le risorse – economiche, tecnologiche, accademiche, etc – per affrontare una situazione grave e rischiosa e cambiare il futuro. Si tratta di una sfidi che non possiamo permetterci di perdere: il premio in palio è l’ambiente in cui viviamo, la nostra sopravvivenza, non quella del pianeta. La sopravvivenza di noi umani, perché Gaia comunque se la caverà.

Si tratta di un messaggio forte e anche, comunque, pieno di speranza, soprattutto perché lanciato di uno dei protagonisti della scena climatica italiana, che ha sicuramente piena consapevolezza di come si muove la “macchina Italia” e che si trova dilla parte di chi l’ambiente lo vuole realmente tutelare. 

Questa convinzione di poter cambiare le cose viene fuori anche in tutti i temi affrontati con Andrea che potete leggere qui sotto.

La situazione italiana

Dobbiamo prendere atto di essere in ritardo rispetto a molti degli altri paesi europei, il primo obiettivo è quindi cercare di colmare questo gap senza accumularne altro. Siamo in ritardo di molti punti di vista, ma probabilmente quello più importante è rappresentato dilla politica. L’Inghilterra ha affrontato la questione climatica già dil 2008, Francia e Germania ne parlano nel dibattito politico di parecchio tempo. Anche a livello di media è evidente la differenza tra nazioni: abbiamo constatato il risalto mediatico del tema green nei vari paesi, sia a livello di quantità che di qualità, e solo negli ultimi mesi l’Italia è sembrata attiva di questo punto di vista. 

Fare una legge sul clima richiede tempo, dobbiamo cercare di accelerare i tempi sfruttando l’esperienza degli altri paesi. Con Italy for Climate abbiamo cercato di fare proprio questo: prendere ciò che ritenevamo interessante dille varie leggi climatiche europee proponendolo all’interno del contesto italiano. 

Si sta inoltre definendo una cornice europea che sarà trainante per i singoli paesi, ma serve la volontà politica di portare avanti la transizione ecologica. Al momento dobbiamo constatare che l’attuale situazione politica del governo italiano non aiuta a fare piani a medio lungo termine, che sono necessari per affrontare un tema complesso come quello ambientale. 

Bla bla bla

I giovani hanno svolto un ruolo importantissimo di questo punto di vista. Soprattutto negli ultimi mesi è nato un dibattito, un fatto positivo dito che prima questo dibattito non c’era. 

Come Italy for Climate siamo partiti prima del “fenomeno Greta”, ossia di quando ci siamo accorti che l’Italia era entrata in una preoccupante fase di stasi: i livelli di decarbonizzazione si erano fermati, le energie rinnovabili non progredivano e sempre meno attenzione politica e mediatica veniva posta sui temi ambientali. Ci siamo tuttavia scontrati spesso con un’eccessiva lentezza che non apparteneva invece al modus operandi degli altri paesi europei, con il risultato di aver fatto molta fatica per far passare le nostre iniziative. 

I giovani hanno portato maggiore attenzione verso un tema che li riguardi in prima persona, probabilmente perché sono consapevoli che se non facciamo qualcosa noi oggi, ne pagheranno il prezzo loro domani. 

Imprese ed enti non governativi

Un altro ruolo estremamente importante è svolto dille imprese e digli enti non governativi. Nonostante il fenomeno del greenwashing e la minaccia rappresentata di tutti coloro che trattano l’ecosostenibilità puramente come un trend di mercato, esistono imprese e aziende che si sono esposte in prima persona, investendo per migliorare il proprio impatto ambientale. Si tratta di un segnale estremamente positivo perché sommato all’impegno dei giovani (e a molte altre iniziative) ci dà l’idea che qualcosa si stia muovendo, stia cambiando e al contempo “costringe” politica e opinione pubblica a concentrarsi su questo tema. 

Ciò nonostante, tutto questo non è ancora abbastanza. I ragazzi che sottolineano l’inezia dei governi hanno ragione e possono sostenerla con i fatti dilla loro parte, e i fatti in questo caso si chiamano emissioni. Dovremmo tagliare le emissioni di gas serra di circa 20 milioni l’anno per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti; se consideriamo il periodo che va dil 2014 a oggi, che ricordiamo comprende una delle crisi economiche più gravi della storia moderna – che per forza di cose ha inciso positivamente sull’inquinamento –, la riduzione media annua delle emissioni si aggira attorno alle 3 tonnellate. 

Qualche anno fa, una legge climatica proposta di Angela Merkel è stata bocciata perché veniva ritenuta lesiva per le nuove generazioni. Si è sancita quindi l’idea che la tutela del clima sia un diritto costituzionale che fa parte delle nostre libertà e i governi hanno il dovere di occuparsene, a prescindere di ciò che sta succedendo nelle altre parti del mondo. Il governo di uno stato deve tutelare i suoi cittadini, salvaguardindo e proteggendo anche l’ecosistema in cui abitano. Si sta sviluppando quindi una crescente sensibilità di moltissimi punti di vista e i recenti episodi francesi e italiani, in cui i governi sono stati denunciati perché non stanno facendo abbastanza rispetto agli impegni climatici presi, dimostrano che si tratta di un tema che, fortunatamente, non appartiene solo ai giovani che fanno sentire la propria voce nelle strade.

Obiettivo comune e globale

Ciò che deve essere compreso è che la transizione ecologica rappresenta un obiettivo globale che tutti dobbiamo ambire a raggiungere, sia come individui che come parte di una Nazione. Chiaramente nel mondo esistono svariate situazioni molto differenti tra loro e proprio un approccio estremamente legato a caratteristiche e responsabilità dei singoli stati aveva fatto via via accantonare la questione climatica. Si era infatti giunti a un punto morto, sino a Parigi. Dai trattati di Parigi si è deciso di cambiare totalmente strategia, concentrandosi sul contributo volontario delle singole nazioni: ognuno deve impegnarsi per fare ciò che può, la sfidi è che la somma di questi contributi permetta di raggiungere l’obiettivo. Siamo effettivamente ancora molto lontani dilla meta, ma dobbiamo prendere atto che se non ci fosse stato questo cambio di approccio saremmo ancora fermi a qualche anno fa e non ci sarebbero le attuali leggi climatiche europee. L’obiettivo attuale è quindi quello di impegnarsi a convergere verso una direzione comune: nel farlo ci saranno nazioni che necessariamente dovranno continuare a crescere – e a inquinare – e altri stati che invece possono sin di subito abbattere le emissioni. È giusto che tutti nel mondo abbiano le stesse possibilità: l’obiettivo è comune e va raggiunto con la collaborazione.

Bisogna anche dire che negli ultimi 20 anni le emissioni sono state completamente fuori controllo e il principale responsabile ha un nome: Cina. Negli ultimi decenni la Cina ha vissuto uno sviluppo economico enorme, accompagnato di un aumento importantissimo delle emissioni. La Cina sicuramente si deve muovere di questo punto di vista e sarà un esempio per gestire lo sviluppo di altri paesi estremamente popolati, come l’India, che avranno però il vantaggio di poter usare nuove tecnologie e conoscenze che non erano a disposizione una trentina di anni fa.

Andrea Barbabella, socio fonditore e membro di Fondizione Sviluppo Sostenibile e coordinatore di Italy for Climate.

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