Cenere alla cenere è un concetto tutt’altro che green: ecco quanto inquina la cremazione

da | Mag 20, 2024 | ambiente, inquinamento | 0 commenti

Forse per una sorta di minimalismo post-mortem, sempre più italiani scelgono la cremazione per sé stessi o per i propri cari dopo il passaggio a miglior vita. Anche la Chiesa Cattolica ha legittimato la pratica, spiegando che la resurrezione non verrà compromessa, spazzando via così le ultime reticenze dei cattolici indecisi.

Secondo un recente aggiornamento Istat, nel 2021 in Italia su 709.035 decessi, il 34,44% delle sepolture è stato effettuato tramite cremazione. Un recente studio della Società italiana dei medici per l’ambiente (Isde) ha evidenziato però che l’atto di ridurre un corpo in cenere non è così innocuo come sembra: dai danni alla salute a quelli ambientali, il congedo da questo mondo potrebbe essere ben più inquinante di quello che pensiamo.

Pericoli per la salute

La combustione nei forni crematori rilascia una varietà di sostanze pericolose. Tra queste: monossido di carbonio, acido cloridrico, mercurio, ossidi di azoto, biossido di zolfo, composti organici volatili, metalli pesanti, diossine, furani, policlorobifenili e particolato. Non solo: anche la combustione delle bare e degli indumenti della salma provoca la dispersione di altre sostanze nocive nell’aria.

Visto che la maggior parte degli inceneritori sono ubicati proprio all’interno dei cimiteri, a loro volta inseriti direttamente all’interno dei centri urbani, il problema della cremazione sopraggiunge proprio per il contatto della popolazione con queste sostanze.

Sebbene quantitativi e impatto effettivo siano dati ancora poco definibili, piuttosto noto è l’effetto che queste sostanze hanno sul nostro corpo. Il particolato, ad esempio, è noto per i suoi effetti cancerogeni e per causare altre patologie croniche. Le diossine e i policlorobifenili, non biodegradabili, possono accumularsi nel suolo, nella catena alimentare e negli organismi viventi, portando a tumori maligni, difetti di sviluppo fetale e alterazioni ormonali e metaboliche. Sebbene le emissioni di composti organici volatili siano relativamente basse, esse rappresentano una fonte significativa di inquinamento odorigeno. Inoltre, i sistemi di filtraggio aumentano le emissioni di NOx, contribuendo ulteriormente all’inquinamento atmosferico.

L’impatto sull’ambiente

L’Isde sottolinea poi che, oltre all’impatto sulla salute umana, utilizzare forni crematori ha anche notevoli impatti ambientali. Innanzitutto, richiedono un elevato consumo energetico e, ovviamente, se l’energia proviene da fonti fossili, il problema è sempre lo stesso: emissioni di gas serra (in particolare gli ossidi di azoto) ed esaurimento delle risorse.

Le stime attribuiscono ai forni crematori circa l’1% delle emissioni nazionali per ciascun Paese europeo e per ognuno degli inquinanti che abbiamo menzionato prima. Piccola eccezione il totale delle emissioni derivate da diossine e furani che si attesta attorno allo 0.2%. Va sottolineato inoltre che, mentre nel resto d’Europa l’argomento è oggetto di studi e sottoposto a normative aggiornate, in Italia le informazioni e i dati restano ancora molto limitati. Molto probabile, quindi, che i livelli di concentrazione degli inquinanti siano sottostimati.

Oltre al grosso problema correlato all’inquinamento dell’aria, va considerato lo smaltimento delle ceneri. Queste possono contenere metalli pesanti e altre sostanze tossiche che, se gestite impropriamente, contaminano il suolo e le falde acquifere, compromettendo gli ecosistemi.

Un vuoto normativo

Inquinamento a parte, l’Isde sottolinea di voler non bocciare a priori la cremazione, quanto, piuttosto, di voler mettere in luce una situazione decisamente ancora fumosa. Le emissioni in atmosfera e l’assenza di una legislazione aggiornata costituiscono un serio problema (ma decisamente sottovalutato) per l’ambiente e la salute pubblica.

La realizzazione di impianti, senza norme tecniche adeguate, in zone densamente urbanizzate, spesso già critiche dal punto di vista ambientale, può aumentare l’inquinamento del suolo e delle falde acquifere. La produzione locale di gas serra potrebbe contraddire inoltre gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni: una questione da non dimenticare, soprattutto per gli obiettivi europei previsti per il 2030.

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