FOMO: la paura di perdersi qualcosa nell’era dell’iperconnessione

La FOMO, o paura di perdersi qualcosa, è una condizione sempre più diffusa nell’era digitale, alimentata da social media e dinamiche di confronto. Si manifesta con ansia, decisioni compulsive e può diventare una vera dipendenza psicologica.

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    La FOMO è uno di quei termini nati su internet che sembrano usciti da un episodio di Black Mirror scritto durante una crisi esistenziale. Eppure, dietro l’acronimo accattivante — Fear Of Missing Out — si cela una condizione psicologica molto concreta e sempre più diffusa, alimentata da un mondo in cui il confronto è costante e la quiete mentale un ricordo d’infanzia. Non si tratta solo di un disagio passeggero o di un capriccio da millennial annoiato: la FOMO è diventata un sintomo sociale, una patologia culturale che inizia con lo scroll compulsivo e può finire con una vera e propria dipendenza. Ma cos’è davvero questa paura di perdersi qualcosa, e perché oggi è così difficile sottrarsi alla sua presa?

    Cos’è la FOMO e da dove viene

    La FOMO, in senso stretto, è l’ansia che deriva dalla sensazione di essere esclusi da esperienze gratificanti che altri stanno vivendo. Un termine coniato nei primi anni Duemila, ma esploso nel lessico comune a partire dall’avvento dei social network. Non è un semplice disagio passeggero: secondo numerosi studi psicologici, questa forma di ansia può influenzare profondamente la percezione di sé, dell’altro e del tempo. La radice evolutiva è piuttosto intuitiva: in quanto animali sociali, essere tagliati fuori dal gruppo significava — in tempi remoti — una questione di sopravvivenza. Oggi, quel meccanismo si è inceppato, impazzito, e ha trovato terreno fertile in un ecosistema digitale che premia l’ostentazione, il paragone e l’illusione del “sempre qualcosa di meglio altrove”.

    Come si manifesta nella vita quotidiana

    La FOMO non bussa alla porta con cartellino da visita, ma si insinua con discrezione. Si annida nella voglia di controllare continuamente le notifiche, nella scelta spasmodica tra eventi, nella difficoltà cronica a prendere decisioni per paura di perdere l’opzione “più interessante”. È quel tarlo che rovina anche le esperienze migliori, perché nella testa c’è sempre l’idea che da un’altra parte stia succedendo qualcosa di più stimolante. Non è raro che chi soffre di FOMO viva con un perenne senso di inadeguatezza, come se la propria esistenza fosse sempre un passo indietro rispetto a quella — idealizzata — degli altri. Il paradosso è che più si cerca di essere “ovunque”, più si finisce per non essere mai davvero “presenti”.

    Perché è sempre più diffusa

    L’ambiente digitale in cui ci muoviamo è il perfetto incubatore della FOMO. Le piattaforme social sono progettate per generare coinvolgimento emotivo e senso di urgenza: ogni storia su Instagram è una clessidra che scade, ogni reel su TikTok è una finestra su vite migliori (o così sembrano). La gamification della realtà ha trasformato anche la sfera più intima in una vetrina da curare. I meccanismi di like, visualizzazioni e commenti stimolano il circuito dopaminergico del cervello, lo stesso attivato da sostanze psicoattive. E come ogni stimolo dopaminergico, anche questo crea assuefazione: più si consuma, più se ne ha bisogno. In questo scenario, la FOMO non è un effetto collaterale: è il carburante stesso del sistema.

    Quando diventa una vera dipendenza

    Esattamente come accade per altre forme di dipendenza comportamentale, anche la FOMO può evolvere in un disturbo vero e proprio. Gli psicologi parlano sempre più spesso di nomofobia (la paura di rimanere senza smartphone) e di “dipendenza da social media”, due fenomeni strettamente correlati alla FOMO. Nei casi più gravi, si osservano sintomi come insonnia, ansia cronica, difficoltà di concentrazione e isolamento sociale, ironicamente provocato proprio dal desiderio di non essere mai esclusi. L’incapacità di staccarsi da una narrazione collettiva costruita ad arte si traduce in una perdita del senso di sé. E la verità è che chi vive in costante attesa di un altrove migliore, finisce spesso per disertare l’unico luogo reale: il presente.

     

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