Nessuno ama i mostri quanto Guillermo Del Toro. E con questo suo nuovo Frankenstein, presentato in anteprima alla Mostra di Venezia e ora su Netflix, il regista messicano compie un gesto che è insieme archeologico e autobiografico: riesuma un mito, lo ricuce e ci mostra la Creatura non come un errore, ma come un grido di salvezza. Un’opera sontuosa e malinconica, barocca senza mai essere vuota, in cui l’orrore non sta nelle cicatrici ma nell’indifferenza, e la scienza non è il problema, ma la scusa. È il racconto di un padre e di un figlio, o meglio: del trauma di un figlio che è costretto a supplicare l’amore di chi lo ha messo al mondo. Un film che chiede: senza uno sguardo che ci accolga, esistiamo davvero?
Un cast perfetto a servizio di Del Toro
Il film porta la firma inconfondibile di Guillermo del Toro, che oltre a dirigerlo ne firma anche la sceneggiatura. Al centro della scena troviamo Oscar Isaac nei panni di Victor Frankenstein, scienziato megalomane e codardo emotivo, e Jacob Elordi in quelli della Creatura: un gigante dal volto scavato, fragile, pieno di domande e di rabbia. Accanto a loro, una Mia Goth intensa e sfuggente, Christoph Waltz in un ruolo subdolo e affilato, Felix Kammerer, Charles Dance e altri volti che danno spessore a una messa in scena teatrale, ma mai sopra le righe.
La durata è cospicua (149 minuti), ma non si avverte come tale. La fotografia, le scenografie, i costumi – tutto sembra uscito da un museo vittoriano con febbre emotiva: sontuoso, decadente, impeccabile. E poi ci sono gli occhi. Quelli della Creatura, certo. Ma anche quelli del pubblico, che alla fine della proiezione veneziana hanno regalato al cast (ad Elordi in particolare) una standing ovation di 13 minuti. E lacrime. Sì, le sue.
Non è un horror: è un dramma sull’amore che manca
Chi si aspetta un horror convenzionale con fulmini e villaggi inferociti resterà perplesso, o forse grato. Perché questo Frankenstein è piuttosto una tragedia moderna sul rifiuto, una parabola dolorosa sull’identità e sull’origine. La Creatura di Elordi non è un mostro: è un figlio rifiutato. Un’anima gettata al mondo senza manuale d’istruzioni, che cammina, uccide, chiede, implora: “Guardami. Dimmi che esisto.” E Frankenstein, il padre, lo scienziato, l’uomo che gioca a Dio, si ritrae. Si nega. Non sa amare ciò che ha fatto.
Del Toro rende tutto questo con una regia che si muove tra pietà e terrore. La creatura è costruita con lentezza, con rispetto quasi liturgico. Il film parla della genitorialità come urgenza etica: chi dà vita ha il dovere di accompagnarla. In fondo, questo non è un film su un mostro, ma su un bambino abbandonato. È l’opera del padre e del figlio, della mancanza d’amore come ferita fondante, del bisogno struggente di approvazione come condizione per diventare pienamente umani.
Un’estetica sontuosa, ma non solo apparenza
Certo, visivamente il film è un banchetto gotico: ogni scena pare dipinta con mani da miniaturista e febbre da visionario. Ma non c’è manierismo sterile. Ogni dettaglio serve a costruire un mondo coerente, coerentemente cupo. È l’Ottocento che abbiamo letto, ma come non l’abbiamo mai visto. Gli ambienti opprimenti, i vestiti rigidi, le luci oblique, tutto accompagna lo spettatore in una lenta discesa nella colpa. Del Toro racconta tra fedeltà e rielaborazione: non tradisce Mary Shelley, ma la rilegge alla luce dei suoi fantasmi personali. Il risultato? Un’opera adulta, elegante e vulnerabile.
Il culto è servito: premi, polemiche e frenesia online
Il film è un tripudio di consensi: festival, critici, pubblico – tutti in delirio gotico. La rete si è riempita di fan che lo dichiarano “il miglior Frankenstein mai fatto”, mentre altri lo trovano troppo raffinato per colpire davvero allo stomaco. Ma anche questo è parte della sua forza: non cerca di piacere a tutti. E tra le curiosità spicca un retroscena: pare che Jacob Elordi sia entrato nel cast dopo aver “provocato” del Toro su Twitter anni fa, con un commento sarcastico diventato virale. Un modo piuttosto Frankensteiniano per farsi notare. Anche questo, in fondo, è un atto di nascita.
