
Non è di certo un segreto: con oltre 400 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno, l’inquinamento da plastica rappresenta una delle più gravi piaghe ambientali dei nostri tempi. Tanto che, entro il 2050, potrebbero esserci negli oceani più frammenti di questo materiale che pesci. E senza contare i rischi delle microplastiche che, oltre a contaminare l’intera catena alimentare, possono penetrare in profondità nei tessuti umani, tanto da essere state rilevate sia nei polmoni che nella placenta. Una risposta potrebbe però giungere proprio da quella natura che, senza sosta, l’uomo continua a bistrattare: vi sono funghi, insetti e batteri che sono in grado di decomporre la plastica, tanto da renderla virtualmente innocua. Ma rappresentano davvero una soluzione a un problema così endemico?
I funghi come biodegradatori naturali

I funghi stanno sempre più emergendo come i protagonisti dello sviluppo sostenibile umano. Non solo come superfood del futuro, ovviamente per le varietà commestibili, e nemmeno per il loro ruolo nella medicina: alcune specie sono infatti in grado di scomporre la plastica. È quanto emerge da alcuni studi condotti negli anni, che eleggono proprio funghi e miceti come i candidati principali per ripulire mari e aree verdi dalla presenza ingombrante di questo materiale.
Una prima ricerca ha coinvolto un fungo rilevato in Pakistan, peraltro all’interno di una discarica di rifiuti: l’Aspergillus tubingensis. Dalle analisi condotte, è emerso che questa specie è in grado di degradare il poliuretano in poche settimane, producendo in pochissimo tempo dei fori visibili sulle superfici in plastica, tanto da ridurne la massa del 20-30% in pochissimi giorni. Una scoperta importante, perché il poliuretano è uno dei polimeri maggiormente utilizzati per il packaging e, di conseguenza, uno dei rifiuti più abbandonati nell’ambiente.
Questa specie non è però isolata. Una recente review di decine di studi scientifici diversi ha infatti identificato ben 400 specie di funghi che potrebbero essere utili nell’accelerare la biodegradazione della plastica: merito di alcuni enzimi extracellulari, quali cutinasi, lipasi e perossidasi, in grado di rompere i legami polimerici del materiale, favorendone una degradazione senza contaminazione del suolo. In particolare è emerso che, grazie ad alcune specifiche proteine, molti funghi riescono ad aderire alle superfici idrofobiche della plastica, facilitandone la decomposizione.
Gli insetti che divorano polimeri sintetici

Oltre ai funghi, la ricerca scientifica si sta orientando anche verso gli insetti, come veri e propri divoratori di polimeri sintetici. Questa capacità sembra essere dovuta a uno speciale microbioma presente nell’apparato boccale e digerente di alcune specie, dove alcuni enzimi digestivi si uniscono a batteri – come l’Escherichia coli e varie specie di Bacillus – per scomporre i polimeri della plastica. Ad esempio:
- le larve di Zophobas atratus, un coleottero di origine Sudamericana e oggi diffuso in tutto il mondo, possono degradare i polimeri del PET – la plastica utilizzata per le bottiglie di plastica – in pochissimo tempo. Un folto gruppo di migliaia di larve, ad esempio, può ingoiare e digerire in 40 minuti l’equivalente di una bottiglietta da mezzo litro;
- le larve di Alphitobius diaperinus, un coleottero nativo del Kenya e anche impiegato per la produzione di farine alimentari, sono in grado di decomporre i polimeri del polistirene – ovvero, del polistirolo – riducendone del 50% la dimensione in circa 30 giorni.
I batteri: alleati microscopici nella lotta alla plastica

La lotta alla plastica può inoltre approfittare di alcuni alleati invisibili all’occhio umano, ma particolarmente efficaci: i batteri. Diverse specie si sono infatti rilevate particolarmente capaci di decomporre questo materiale, a volte trasformando polimeri in più innocui monomeri, altre provocandone la degradazione completa.
È il caso della Ideonella sakaiensis, ad esempio, che produce uno speciale enzima, chiamato non a caso PETasi. È infatti in grado di scomporre i polimeri del PET in monomeri più semplici, nell’arco di circa sei settimane. Altri, come lo Pseudomonas, attaccano polietilene e polipropilene – plastiche impiegate per sacchetti, cartellette, raccoglitori e contenitori flessibili – riducendone la massa anche del 20% in circa due mesi.
Il problema della plastica è risolto?
Funghi, insetti e batteri si rivelano delle straordinarie risorse per gestire il problema dell’inquinamento da plastica, ma non rappresentano ancora la soluzione definitiva. Sia per le difficoltà e i costi nel loro utilizzo – spesso, il processo di degradazione deve avvenire in ambienti controllati, dove vi sono le condizioni ideali per lo sviluppo delle varie specie utilizzate – sia per l’estrema diffusione della plastica. Tuttavia, man mano che le tecniche si faranno più raffinate, questi alleati avranno un ruolo sempre più predominante.
L’obiettivo principale da raggiungere è ridurre l’enorme dipendenza che l’uomo ha verso questo materiale che, per quanto comodo e versatile, rappresenta uno dei più pericolosi inquinanti: può richiedere anche oltre 600 anni per potersi degradare completamente. In questo senso, le scelte di consumo dei singoli rappresentano un punto di partenza fondamentale per fare la differenza.