
Crollò tra applausi e lacrime, nel novembre del 1989, il muro che per ventotto anni aveva spezzato Berlino e con essa il respiro di un intero secolo. Quel momento sembrò l’alba di un’epoca nuova, il tempo in cui nessun popolo avrebbe più costruito barriere di cemento o di paura. Ma la speranza durò poco. Da allora i muri che dividono il mondo sono tornati, moltiplicati, disseminati in ogni continente come cicatrici visibili di un’umanità che non ha imparato a riconoscersi. Sono confini che si arrampicano tra dune e deserti, tra quartieri e religioni, tra ricchezza e miseria, mentre l’eco del muro di Berlino sopravvive come un monito dimenticato. L’uomo ha smesso di innalzare torri verso il cielo e ha ricominciato a scavare fossati tra sé e l’altro, convinto che la sicurezza risieda nella distanza. Eppure, ogni muro, anche il più solido, racconta la stessa storia di fragilità e di timore: quella di una specie che continua a dividersi proprio mentre afferma di voler essere libera.
Sommario
- Il muro tra Israele e Cisgiordania
- Il muro tra Stati Uniti e Messico
- Il muro tra India e Pakistan
- Il muro tra Malesia e Thailandia
- Il muro tra Grecia e Turchia
- Il muro tra Israele ed Egitto

- Il muro tra Marocco e Sahara Occidentale
- Il muro tra Finlandia e Russia
- Il muro tra Yemen e Arabia Saudita
- Il muro tra le due Coree
- Il muro tra Botswana e Zimbabwe
- Il muro tra Ucraina e Russia
Il muro tra Israele e Cisgiordania

Inizia a serpeggiare tra le colline della Cisgiordania nel 2002, un muro di cemento alto otto metri e lungo oltre settecento chilometri, che divide Israele dai territori palestinesi. Lo chiamano barriera di sicurezza, ma per chi vive al di là della linea grigia è un confine di dolore. Il tracciato, stabilito unilateralmente da Israele, attraversa villaggi, taglia uliveti, separa famiglie dai propri campi e città dalla loro identità. Non corre lungo la linea verde riconosciuta dal diritto internazionale, ma ingloba insediamenti ebraici, allargando i confini dello Stato. Ogni mattina migliaia di palestinesi affrontano file interminabili ai checkpoint, sotto lo sguardo dei soldati e delle telecamere, mentre le loro vite scorrono sospese tra l’attesa e la memoria.
Il muro tra Stati Uniti e Messico

Corre tra deserti e città, si allunga per oltre mille chilometri come una ferita d’acciaio che taglia in due il continente americano. È uno dei più noti muri che dividono il mondo, il confine più attraversato della Terra, quello che separa la speranza dalla sopravvivenza. Nato negli anni Novanta per fermare l’immigrazione e il traffico di droga, ha assunto nel tempo il volto della paura, diventando simbolo di un’umanità divisa dal proprio stesso sogno. Le sue sbarre arrugginite affondano nell’oceano Pacifico, come se volessero trattenere anche le onde. Gli artisti hanno provato a restituirgli respiro con colori e installazioni, come le altalene rosa di Ronald Rael che per un attimo hanno unito i bambini di El Paso e di Anapra nel gioco condiviso. Eppure, tra sabbia e acciaio, restano imprigionate le storie di chi tenta di oltrepassarlo: migranti, animali, culture.
Ne abbiamo parlato anche qui: Il muro Messico-Usa è un vero problema per la fauna selvatica
Il muro tra India e Pakistan

Tra le vette del Kashmir, dove l’aria è sottile e la neve riflette la luce come un vetro, corre una linea che brucia ancora dopo quasi ottant’anni. È la Linea di Controllo, tracciata nel 1949 e trasformata in una barriera di filo spinato, torri e sensori lunga più di settecento chilometri, uno dei tanti muri che dividono il mondo contemporaneo. Nata da una ferita religiosa e politica, separa due nazioni nate dalla stessa terra e divise dal timore reciproco. Il confine tra India e Pakistan è visibile persino dallo spazio, illuminato da migliaia di proiettori che ne marcano la forma come una cicatrice luminosa. Da un lato l’India, dall’altro il Pakistan, entrambi potenze nucleari, eternamente sospese tra pace e minaccia. Le luci che rischiarano la notte del Kashmir non servono a illuminare, ma a ricordare che l’ombra della diffidenza è più resistente del ghiaccio.
Il muro tra Malesia e Thailandia
Nella giungla del sud-est asiatico, un muro corre silenzioso tra Malesia e Thailandia. Nato nel 2006 per fermare la guerriglia separatista e i traffici di armi, oggi si allunga per decine di chilometri, sorvegliato da droni e pattuglie che scandiscono la frontiera tra due mondi apparentemente vicini. Nel 2025 la Malesia ha approvato nuovi tratti di barriera, un progetto da miliardi di ringgit per controllare migrazioni e contrabbando. È una linea sottile che attraversa foreste, villaggi e mercati, dove le voci si mescolano in più lingue e le religioni convivono tra sospetto e necessità. Sotto la superficie della sicurezza, questo muro racconta la paura di contaminarsi, il timore di un confine poroso che svela più di quanto difenda. E mentre il verde della giungla riconquista lentamente il cemento, resta il ricordo delle tombe nascoste nei boschi di Wang Perah, testimoni di un passaggio umano troppo spesso cancellato.
Il muro tra Grecia e Turchia
Nel nord-est dell’Egeo, dove il fiume Meriç (Evros) traccia un confine tra Grecia e Turchia, si eleva una barriera che racconta la tenacia delle frontiere moderne. Costruita all’inizio degli anni Duemila per frenare i flussi migratori verso l’Unione Europea, la recinzione metallica e le sbarre di cemento si estendono oggi per decine di chilometri, sorvegliate da torri, telecamere e sensori ad alta tecnologia. All’inizio del 2025 la Grecia ha annunciato l’estensione del tratto di altri cinque chilometri nel distretto del Meriç, come parte di una strategia che mira a sigillare i buchi lungo la frontiera. In quella terra sospesa, isolati dal terreno e dal tempo, migranti, rifugiati e residenti guardano spesso una linea che non separa soltanto nazioni ma tensioni antiche.
Il muro tra Israele ed Egitto
Nel deserto del Negev si alza uno dei muri che dividono due popoli. È il muro tra Israele ed Egitto, lungo oltre duecento chilometri, parte di un progetto chiamato Hourglass. Inaugurato nel 2013 da Benjamin Netanyahu, fu pensato per frenare l’ingresso dei migranti africani e per difendere un confine ritenuto vulnerabile dopo la caduta di Mubarak. La recinzione, alta quindici metri in alcuni tratti, è sorvegliata da torri, telecamere e sensori che scrutano il silenzio del Sinai. Da allora quasi nessuno riesce più ad attraversarlo.
Il muro tra Marocco e Sahara Occidentale
Nel silenzio del deserto, tra dune che sembrano onde pietrificate, si stende per oltre duemilasettecento chilometri il muro del Sahara Occidentale. È una muraglia di sabbia e pietre, difesa da bunker, fossati e migliaia di mine antiuomo, costruita dal Marocco tra il 1981 e il 1997 per separare i territori sotto il suo controllo da quelli del Fronte Polisario. Più che un confine, è una frontiera militare che taglia in due un popolo, quello sahrawi, lasciando da un lato l’occupazione e dall’altro l’esilio. Il cessate il fuoco del 1991 ha fermato le armi ma non la tensione: la linea resta presidiata, sorvegliata, pronta a ricordare che la guerra può dormire senza mai scomparire. È il muro più lungo d’Africa, un’opera invisibile nella sua semplicità eppure potentissima, simbolo di un conflitto congelato nel tempo.
Il muro tra Finlandia e Russia

Nel silenzio dei boschi del nord, la Finlandia sta innalzando una recinzione lunga duecento chilometri lungo il confine con la Russia. Tre metri di acciaio sormontato da filo spinato, sorvegliato da telecamere e luci. È una frontiera costruita sulla paura, nata dopo l’invasione dell’Ucraina e la crescente tensione tra Mosca e Helsinki. Lungo i mille e trecento chilometri che separano i due Paesi, il muro non difende solo un territorio ma una scelta politica: quella di una nazione che teme la pressione russa e si prepara a un futuro incerto. Il progetto, dal costo di oltre trecento milioni di euro, sarà completato entro il 2026, trasformando una linea di alberi e neve in una barriera tecnologica.
Il muro tra Yemen e Arabia Saudita
Lungo il deserto che separa la povertà dallo sfarzo, si allunga un muro di cemento armato e sabbia, costruito dall’Arabia Saudita per chiudere il confine con lo Yemen. Iniziato nel 2003 e completato dieci anni dopo, corre per oltre millesettecento chilometri, disseminato di sensori e torri di controllo, un corridoio di silenzio che attraversa dune e villaggi abbandonati. Ufficialmente serve a fermare i traffici e l’ingresso di miliziani, ma nella realtà segna la distanza tra due mondi che condividono la stessa lingua e lo stesso sole, uno dei tanti muri che dividono un’umanità in cerca di equilibrio. Sul lato yemenita, la guerra civile ha trasformato il Paese in un mosaico di poteri, tra ribelli Houthi, gruppi jihadisti e un governo in esilio. Sull’altro lato, il Regno custodisce la sua ricchezza dietro un confine che non difende soltanto la sicurezza, ma un’idea di purezza e di controllo.
Il muro tra le due Coree

Sul 38º parallelo, corre una striscia lunga 248 chilometri che separa la Corea del Nord da quella del Sud. Non è un muro di cemento ma una linea di filo spinato e torri di controllo, una zona demilitarizzata larga quattro chilometri che da settant’anni custodisce un silenzio armato. È uno dei muri che dividono il posto più sorvegliato del mondo, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato al 1953, anno dell’armistizio che mise fine alla guerra ma non al conflitto. Da un lato, il Nord isolato e rigido, dall’altro, il Sud tecnologico e moderno; due volti di una stessa nazione che ancora si scrutano da lontano. A Panmunjeom, nella Joint Security Area, soldati immobili si osservano a pochi metri, fermi come statue di una storia irrisolta.
Il muro tra Botswana e Zimbabwe
Nel cuore dell’Africa australe, tra il deserto del Kalahari e i fiumi che disegnano confini invisibili, un muro di filo spinato separa due destini opposti. Da un lato il Botswana, stabile e prospero, divenuto simbolo di crescita e ricchezza grazie ai diamanti; dall’altro lo Zimbabwe, piegato da decenni di crisi e povertà. La barriera, lunga quasi cinquecento chilometri, fu innalzata nel 2003 e completata nel 2008 con la giustificazione di fermare la diffusione dell’afta epizootica, ma dietro la scusa sanitaria si nascondeva il timore dell’immigrazione e del contagio sociale. Migliaia di persone in fuga dalla miseria cercavano di attraversare quel confine, spesso a piedi, spesso di notte, in un viaggio che trasformava la speranza in reato. Oggi la barriera resiste tra rotture e riparazioni, simbolo di una divisione che il tempo non riesce a dissolvere. Ha cambiato la vita delle comunità locali, divise dalle loro terre e dai corsi d’acqua, e ha spezzato i percorsi naturali della fauna. Elefanti, zebre e gazzelle si sono trovati davanti a una recinzione che non distingue tra uomo e animale.
Il muro tra Ucraina e Russia

Tra le pianure dell’Est Europa, dove un tempo scorreva libero il confine tra due popoli fratelli, oggi si alza una barriera di cemento e paura. Dopo il 2014, quando la guerra nel Donbass ha spezzato l’illusione di una convivenza possibile, l’Ucraina ha deciso di fortificare la propria frontiera con la Russia. Il progetto prevede fossati, filo spinato, torrette di sorveglianza, sensori di movimento e, nei punti più critici, persino mine anticarro. È un dei tanti muri che dividono non solo per fermare incursioni militari, ma anche a marcare una frattura politica e culturale ormai insanabile. Finanziato in parte da fondi pubblici e in parte da partner stranieri, il muro corre per chilometri tra le province contese, laddove la terra è ancora segnata dalle esplosioni e dal fumo della guerra.
