
Chiunque abbia frequentato l’università lo sa: lo studio non è un’attività neutra. Non è solo una questione di pagine da leggere o appunti da riordinare. È un esercizio continuo di resistenza mentale. Passi ore sui libri, cambi metodo quando quello precedente non funziona, conti le pagine che ti separano dall’esame. Ripeti fino a notte fonda, poi la mattina ti svegli con la sensazione di aver dimenticato metà di ciò che sapevi.
Il carico emotivo non si vede, ma pesa, tra ansia da prestazione, confronto con i colleghi e paura di non essere abbastanza preparati. E mentre tutto questo accade, fuori c’è chi minimizza e invita a “prenderla con più leggerezza”. Il malessere dovuto a ritmi di studio così intensi viene spesso ridimensionato da chi non lo vive più.
In Malesia, dove l’istruzione è percepita come un passaggio decisivo per il futuro economico e sociale, questo stress ha assunto proporzioni tali da portare alla creazione di una casa di riposo per giovani stanchi. Un luogo pensato per ragazzi che, prima ancora di entrare davvero nel mercato del lavoro, dichiarano di sentirsi esausti.
Una casa di riposo per giovani

In Malesia, nella cittadina di Gopeng, esiste uno spazio di più di 3 ettari immerso nel verde che si presenta come una “youth retirement home”, una casa di riposo per giovani dove il target dichiarato sono ragazzi under 30, soprattutto della Gen Z, già stanchi di lavoro e studio prima ancora di aver costruito una carriera stabile.
Il concetto di pensione così si sposta fuori dal suo contesto naturale. Non più il punto di arrivo di una vita lavorativa, ma una pausa anticipata, una sorta di sospensione volontaria dalla competizione. Non esistono veri limiti anagrafici: se ti senti “young at heart”, puoi partecipare. Il costo è di circa 2.000 ringgit al mese, con vitto incluso, una cifra che in valuta britannica equivale a poco meno di 400 sterline.
In cosa consiste questa esperienza di “ritiro”?
A fondarla è stato un ragazzo di 26 anni, che ha spiegato che il cuore del progetto è l’assenza di obblighi. Non si va lì per migliorare il proprio curriculum, per fare networking o per potenziare competenze. Si va per rallentare.
E anche le attività proposte sono essenziali: nutrire i pesci, coltivare ortaggi, camminare nella natura, partecipare a momenti condivisi senza una finalità produttiva. Tre pasti al giorno. Il tempo non è scandito da notifiche, scadenze, metriche.
Eppure, definirlo semplicemente un wellness retreat è riduttivo. Qui il punto non è il benessere come performance migliorata, ma la sospensione della performance stessa. E così, in un contesto in cui ogni esperienza tende a essere capitalizzata – sui social, nel lavoro, nell’immagine pubblica – il “fare niente” assume una valenza quasi provocatoria.
È reale o è solo marketing virale?
Alcune testate hanno messo in dubbio la solidità del progetto, ipotizzando che l’operazione sia stata amplificata dai social più di quanto non lo sia nella realtà. Il nome stesso, così netto e provocatorio, sembra studiato per diventare virale. Video su TikTok, dichiarazioni brevi, slogan facilmente condivisibili: l’ecosistema digitale ha fatto il resto.
Stabilire se l’iniziativa sia un modello destinato a consolidarsi o un esperimento destinato a esaurirsi non cambia il dato centrale. L’idea ha funzionato perché ha intercettato una sensibilità diffusa: se migliaia di giovani si riconoscono in una “casa di riposo” a venticinque anni, qualcosa deve pur significare.
Perché parlare di pensione prima ancora di iniziare a lavorare?

Per capire il contesto, bisogna guardare ai dati. Uno studio condotto dall’Universiti Putra Malaysia nel 2021 su oltre 1.200 studenti ha rilevato che il 60,5% presentava sintomi di ansia, il 45,6% segnalava depressione e il 40% dichiarava livelli significativi di stress. Gli studenti degli istituti privati risultavano più esposti a disagio psicologico, complice il peso delle tasse universitarie, dei prestiti e di percorsi accademici più onerosi.
A questo si aggiunge il mercato del lavoro. Secondo un’analisi del Khazanah Research Institute del 2024, circa un terzo dei laureati svolge lavori non coerenti con il proprio titolo di studio. Non si tratta solo di disoccupazione, ma di sottoccupazione: competenze che non trovano spazio adeguato, aspettative ridimensionate, frustrazione che si accumula.
La pressione non nasce al primo contratto, ma si costruisce durante l’università, tra confronti costanti con i coetanei, paura di rimanere indietro, consapevolezza di un mercato competitivo. La carriera non è più confinata all’ufficio, ma si sposta nello smartphone, nei profili LinkedIn, nei gruppi WhatsApp, nelle metriche pubbliche che misurano risultati e visibilità.
Parlare di pensione a 25 anni diventa quindi perfettamente sensato perché intercetta le esigenze reali di una generazione che si sente già in affanno.
Non è una fuga dal lavoro. È una fuga dall’iperattivazione
Ridurre il fenomeno a mancanza di resilienza sarebbe superficiale. La stanchezza che emerge non coincide con il rifiuto del lavoro in sé. Riguarda piuttosto uno stato di attivazione costante: notifiche, scadenze, confronto permanente, esposizione continua al giudizio.
Quando la prestazione diventa lo sfondo stabile della quotidianità, il sistema nervoso non conosce pause reali. E lo stesso recupero non avviene in modo spontaneo; va organizzato, pianificato, acquistato. Da qui l’attrattiva di un luogo che promette l’assenza di richieste.
Quella della casa di riposo per giovani non è solo una trovata virale e non riguarda soltanto la Malesia. È il segnale di un cambiamento nel modo in cui oggi viviamo il tempo, dove il riposo sembra poter esistere solo all’interno di un’esperienza strutturata.
E quando a vent’anni si parla già di pensione, anche solo per gioco, forse la parola a cui prestare attenzione non è pensione, ma esaurimento.