Ci sono libri che non si leggono: si incontrano. Come certe persone che, appena le conosci, ti fanno ridere e poi — quasi senza accorgertene — ti cambiano qualcosa dentro. In principio erano le mutande è uno di quei libri. Romanzo d’esordio di Rossana Campo, uscito nel 1992, è diventato in fretta un piccolo culto. Ma non per moda, non per il solito snobismo letterario. Piuttosto perché sapeva — e sa ancora — dire cose vere nel modo più spiazzante possibile: con leggerezza, con linguaggio vivo, con un’ironia che non chiede scusa.
Chi lo legge per la prima volta, oggi, potrebbe anche pensare che sia stato scritto ieri. Perché non è invecchiato di un giorno. Le sue donne, le sue contraddizioni, i suoi desideri e le sue cadute parlano ancora forte. E la voce narrante — quel tono da confessione fatta davanti a un bicchiere, quel flusso parlato che non cerca approvazione — è un pugno di libertà lanciato in faccia alla narrativa educata.
Un romanzo, un flusso di coscienza
Campo, in questo libro, non si limita a raccontare: lascia parlare. Lascia parlare le sue protagoniste con la lingua che hanno, non con quella che dovrebbero usare. Niente frasi scolpite nella pietra, niente punteggiatura da manuale. La sua prosa è un gesto: una ribellione al corsetto linguistico che per secoli ha ingabbiato la scrittura delle donne. Ecco allora che la virgola si sposta, il punto si nasconde, le maiuscole si prendono pause. È tutto volutamente disruptive, ed è proprio per questo che funziona. Non è solo stile, è sostanza. È corpo.
Chi ha fatto un corso di scrittura con Rossana Campo – come questa autrice – sa che non è un vezzo: è una scelta politica e poetica. Campo scrive come pensa, come ascolta, come guarda. E chi la ascolta dal vivo lo capisce subito: c’è una straordinaria intelligenza emotiva dietro quelle righe che sembrano semplici.
Donne che non devono redimersi
Le protagoniste del romanzo non cercano redenzione, non chiedono scusa, non ambiscono a diventare eroine. Vivono, inciampano, amano male, si arrabattano. Ed è in questa umanità imperfetta che risiede la loro forza. In tempi in cui la rappresentazione femminile oscilla spesso tra la santificazione e la vittimizzazione, In principio erano le mutande sceglie la terza via: l’ironia. Campo non idealizza, non moralizza. Racconta. E nel farlo regala dignità anche agli errori, anche alle risate amare. C’è un femminismo narrativo qui, ma non è da manuale. È quello che si costruisce nei corpi, nei desideri, nei dialoghi storti e veri. È un femminismo vissuto, e quindi credibile.
Perché leggerlo oggi (o di nuovo)
Perché abbiamo ancora bisogno di sorridere, anche quando parliamo di cose serie. Perché serve una scrittura che non pretenda di spiegare tutto, ma che ci accompagni tra le pieghe della vita quotidiana. Perché, semplicemente, In principio erano le mutande è uno di quei libri che non ti chiedono di essere capiti. E poi c’è lei, Rossana Campo. Una voce unica, capace di farci sentire meno sole, meno storte, meno fuori posto. Una scrittrice che ha fatto dell’empatia una pratica narrativa. Se non l’avete ancora letta, questo è il momento. Se l’avete già letta, rileggetela: i libri veri non finiscono mai davvero.
