Proclamata (e poi revocata) la legge marziale in Corea del Sud. La cronaca di una crisi istituzionale

Il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol ha dichiarato e rapidamente revocato la legge marziale, scatenando tensioni politiche e proteste.

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    La democrazia non è mai garantita e se ancora non fosse chiaro, nonostante i recenti accadimenti storici e politici, un evento, durato pochissime ore, ne ha dato prova certa. In Corea del Sud, lo scorso 3 dicembre, il presidente Yoon Suk Yeol ha gettato il Paese nel caos politico dichiarando la legge marziale. La motivazione? Presunte minacce filo-nordcoreane e un’opposizione accusata di sabotare il governo. Una mossa drastica che richiamato alla mente episodi cupi della (non troppo lontana) storia sudcoreana portando a proteste di massa, tensioni politiche estreme e un presidente sempre più isolato.

    La legge marziale è durata in realtà poche ore: tempo di proclamarla che era già stata revocata. Ma la vera portata di questa crisi va oltre l’annullamento del decreto o le indagini che lo hanno travolto. Quello che è successo ha aperto una ferita profonda e sanguinante nel sistema democratico del Paese e oggi solleva interrogativi sul futuro politico e sulla stabilità delle sue istituzioni.

    Corea del Sud: perché è stata proclamata la legge marziale

    Ma veniamo ai fatti. Il 3 dicembre 2024, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol – di destra e molto contestato: è stato eletto nel 2022 con solo lo 0.8% di scarto – ha dichiarato la legge marziale in un discorso televisivo, sostenendo che fosse necessaria per proteggere l’ordine costituzionale da presunte minacce filo-nordcoreane e dall’opposizione politica, accusata di ostacolare il governo. Questo provvedimento ha comportato la sospensione delle attività parlamentari, la censura dei media e il divieto di manifestazioni pubbliche.

    La decisione ha ovviamente scatenato una forte reazione politica e civile. L’Assemblea Nazionale, dominata dall’opposizione, ha agito rapidamente: con 190 voti contrari su 300 membri, ha revocato la legge marziale, annullando di fatto il decreto presidenziale. Anche il Partito del Potere Popolare, al governo, ha espresso il suo dissenso. Han Dong-hoon, leader del partito, ha definito “tragica” la decisione e chiesto chiarimenti e sanzioni per i responsabili. Nel frattempo, anche la società civile si è mobilitata con manifestazioni di massa davanti all’Assemblea, chiedendo le dimissioni del presidente.

    Di fronte alla crescente pressione, il presidente Yoon ha revocato la legge marziale poche ore dopo averla proclamata, ma il danno politico era ormai fatto.

    Indagini in corso

    Ora, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol si trova al centro di un’inchiesta senza precedenti per ribellione e abuso di potere. È stato infatti richiesto dall’Ufficio per le indagini sulla corruzione di alti funzionari (CIO) e approvato dal ministro della Giustizia, il divieto di espatrio che impedirà al presidente di lasciare il Paese per un massimo di sei mesi. Previsto dalla legge sull’immigrazione, questo divieto può essere applicato per proteggere l’interesse nazionale o la sicurezza pubblica.

    Il People’s Power Party, la formazione politica di Yoon, ha cercato di contenere le conseguenze politiche, ottenendo dal presidente la promessa di trasferire i poteri al primo ministro. Tuttavia, l’opposizione ha definito questa mossa una violazione della Costituzione e un ulteriore colpo di Stato.

    Il presidente Yoon, 63 anni, è rimasto fuori dalla scena pubblica da sabato, dopo una breve dichiarazione televisiva di scuse. Nonostante l’annullamento della legge marziale e il mancato raggiungimento del quorum per la sua mozione di impeachment, il clima politico resta teso. Proprio in queste ultime ore, tra l’altro, si è dimesso il ministro dell’Interno sudcoreano. Nel frattempo, il consenso attorno a Yoon continua a precipitare, complici anche gli scandali che coinvolgono la first lady, Kim Keon-hee.

    Questa situazione rappresenta un punto critico per la democrazia sudcoreana e solleva dubbi sulla legittimità delle recenti azioni presidenziali, aprendo un dibattito più ampio sulla necessità di riforme istituzionali.

    Cosa significa dichiarare la legge marziale

    La legge marziale è una misura straordinaria che trasferisce poteri significativi dalle autorità civili a quelle militari. Implica restrizioni sulle libertà individuali, come il diritto di riunione e di espressione, e introduce spesso tribunali militari al posto di quelli civili. Se da un lato può essere giustificata come risposta a emergenze gravi, dall’altro ovviamente viene criticata per i rischi di abuso di potere e per l’erosione delle istituzioni democratiche.

    Uno sguardo al passato

    C’è da dire che l’episodio del 3 dicembre 2024 ha di fatto riaperto vecchie ferite. Anche se la legge marziale è stata rapidamente revocata, ha messo in luce la fragilità delle istituzioni democratiche di fronte a tensioni interne e politiche. Una vicenda che ha ricordato al Paese (e al mondo) i pericoli insiti nella concentrazione del potere e nell’uso strumentale di misure straordinarie.

    In Corea del Sud proclamare la legge marziale, ricordiamolo, non è un evento eccezionale. Nella storia recente, sono tre gli episodi hanno segnato la storia del Paese:

    • il più recente è il massacro di Gwangju avvenuto nel 1980, quando durante la dittatura di Chun Doo-hwan, la legge marziale portò alla repressione violenta delle proteste democratiche e all’uccisione di centinaia di persone.
    • Nel 1960, la rivolta di aprile. Durante la presidenza di Syngman Rhee, le elezioni presidenziali fraudolente portarono a proteste di massa. Sebbene Rhee abbia imposto misure rigide, non riuscì a mantenere il controllo, e la legge marziale fu revocata con il suo esilio.
    • La guerra di Corea (1950-1953). In pieno conflitto, il governo sudcoreano impose la legge marziale per fronteggiare l’emergenza nazionale.

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