Ma veramente Trump pensava di vincere il Premio Nobel per la Pace?

Com'è possibile che Donald Trump pensasse veramente di poter vincere il Nobel per la pace? Scopriamolo insieme.

Ma veramente Trump pensava di vincere il Premio Nobel per la Pace? - immagine di copertina

    Sembra finalmente chiudersi il periodo in cui una delle notizie più amplificate dai media era l’ipotesi che Donald Trump potesse vincere il premio Nobel per la Pace. Un’ossessione, l’ultimo grande obiettivo, il paradosso definitivo che ci avrebbe confermato di vivere realmente in Matrix.

    Magari per qualcuno si è trattata solo di una notizia da telegiornale, utile a fare un po’ di clamore. Ma la realtà è che Donald ci credeva davvero. Ma com’è possibile che un giorno ambisci a vincere il premio Nobel, e il giorno dopo invadi il Venezuela?

    Le logiche dei potenti non sono sempre chiare a noi… gente normale. Per cui proviamo a capire com’è possibile che Donald Trump, che tra le altre cose ha partecipato a un incontro di Wrestling, pensasse davvero di poter vincere il premio Nobel.

    Perché Trump pensava di poter vincere il Nobel

    Trump si vanta di essere un grande negoziatore, l’uomo dei deal impossibili, soprattutto quando si parla di pace. Nella sua testa è il responsabile di almeno sette tregue: Israele e Iran, India e Pakistan, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, Armenia e Azerbaijan, Cambogia e Thailandia, Egitto ed Etiopia, Serbia e Kosovo. Nonostante recentemente si sia vantato di aver contribuito alla pace tra Albania e Azerbaijan, dimostrando di non sapere nemmeno i nomi degli Stati coinvolti in conflitti (dato che si trattava dell’Armenia e non dell’Albania), Trump ha la tendenza ad attribuirsi meriti ben al di sopra del suo effettivo operato.

    Probabilmente, come leader internazionale, ha un ruolo nelle discussioni che riguardano queste tematiche, ma ciò non significa che sia (sempre) l’ago della bilancia.

    L’ossessione di Trump sembra invece essere una questione di invidia verso il presidente Barack Obama, che il Nobel lo ha portato a casa al primo anno di carica. “Se mi chiamassi Obama me lo avrebbero già dato” ha dichiarato Trump in uno dei tanti interventi deliranti con cui riempie le news quasi quotidianamente.

    Il contentino #1

    Forse per placare il malumore di Donald, completamente a caso ci ha pensato la Fifa a consegnare il “Premio FIFA per la pace” a Trump. Un premio di cui sino a qualche settimana fa non si sapeva nemmeno dell’esistenza, ma che Infantino si è sentito di attribuire a Trump per il suo impegno a rendere il mondo un posto migliore.

    Non che la Fifa abbia un bel curriculum eh… tra corruzione, assegnazioni di mondiali e appalti veicolati e la miriade di scandali delle ultime decadi, non è che siano proprio i più adatti a consegnare premi per la pace. Ma tant’è.

    Il contentino #2

    Non pago del “Premio Fifa per la pace”, Trump ha ricevuto un secondo riconoscimento, questa volta più significativo. Maria Corina Machado, effettiva vincitrice del premio Nobel per la Pace grazie al suo impegno per la lotta contro la dittatura venezuelana, ha consegnato – più o meno simbolicamente – il premio a Donald Trump dopo che, ironia della sorte, ha invaso il Venezuela.

    Ma si sa, di questi tempi non si dice più “invadere”, si preferisce il termine “liberare”. E così la liberazione del Venezuela è valsa a Donald la stima della Machado e la conseguente, e non ufficiale, premiazione.

    È certamente vero che l’operazione militare degli Stati Uniti ha, di fatto, tolto un dittatore da un Paese che si trovava da molti anni in difficolta, ma sicuramente due cose sbagliate non ne faranno una giusta, com’è sempre stato e come sempre sarà.

    Anche perché Trump, forse un po’ rosicando per il premio Nobel non vinto ufficialmente, ha dichiarato apertamente che sfrutterà gli impianti petroliferi del Venezuela finché lo riterrà utile. Fatalità, il petrolio è spesso in mezzo quando c’è una guerra, anzi, una liberazione.

    Che cosa ha combinato Trump di non pacifico

    trump wwe

    Venezuela a parte, ci sono alcune macchie nere sul curriculum di Trump che gli avrebbero potuto far immaginare di non essere proprio il più indicato per il Nobel per la Pace.

    Ha messo dazi e sanzioni a mezzo mondo; l’altro ieri si è svegliato con l’idea di invadere la Groenlandia; non è proprio in buoni rapporti con l’Iran. Utilizza quotidianamente un linguaggio che non solo non è pacifico, ma non dovrebbe nemmeno appartenere al peggiore dei politici. Sta contribuendo a un clima nazionale di forte tensione. E siamo ancora in attesa di capire se c’entra qualcosa con gli Epstein File. E come abbiamo anticipato, ha partecipato anche a un incontro di Wrestling, nominando anche Triple H, famoso lottatore da ring, membro del Consiglio dello Sport della Casa Bianca.

    Diciamo che la lista dei contro non è breve.

    Però…

    Per quanto Trump sia quindi un cattivone e con la sua chioma bionda non ispiri a tutti simpatia, dati alla mano non è il Presidente più guerrafondaio della storia del mondo e degli Stati Uniti. Parla tanto, e questo attira i riflettori spostandoli dai fatti, ma non è proprio il peggiore se si parla di guerra (che in un certo senso è il contrario di pace).

    Si potrebbe pensare a Nixon negli anni ’70 e alla guerra in Vietnam, o a Bush e alle sue discusse campagne in Medio-Oriente. Ma questi due Presidenti sono comunque passati alla storia come cattivi.

    Se scaviamo un po’ nel CV proprio del vincitore del Premio Nobel Barack Obama, all’apparenza uno dei Presidenti Usa più illuminati della storia, scopriamo anche qui qualche macchiolina: Libia, Siria, Yemen e un uso massiccio di droni militari. Meno operazioni di guerre mirate, seguite sicuramente da meno deliri mediatici, ma un utilizzo più drastico e attento delle nuove e letali tecnologie militari.

    Diciamo che in generale è difficile che un leader mondiale, soprattutto il Presidente degli Stati Uniti, bianco o nero che sia, possa essere il candidato ideale per un premio per la pace. Lasciamo almeno questo genere di riconoscimenti agli attivisti e a quelle persone illuminate che dedicano la propria vita, e non un giorno all’anno in cui si svegliano bene, a una giusta causa e a migliorare il mondo.

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