
Ogni giorno, nei mezzi pubblici e negli spazi condivisi, si assiste a una scena ricorrente: uomini seduti con le gambe spalancate occupando più spazio di quanto necessitino. Questa abitudine, nota come manspreading, non è soltanto una questione di postura, ma una dimostrazione di come lo spazio venga inconsciamente distribuito in base a dinamiche di potere. Se fosse solo una questione di comfort, si vedrebbero molte più donne comportarsi allo stesso modo. Eppure, la tendenza femminile è quella di occupare meno spazio, di ritrarsi, quasi come se fosse innato il timore di risultare invadenti. Un’analisi antropologica e sociale del fenomeno ci mostra che non si tratta di una banale questione di comodità, bensì di un retaggio culturale profondamente radicato.
Il condizionamento culturale e le sue conseguenze
Perché il manspreading è così diffuso? La risposta affonda le radici in modelli educativi differenti tra uomini (e uomini educati) e donne. Fin da piccoli, i maschi sono incoraggiati a essere espansivi, dominanti, liberi di occupare spazio, mentre alle femmine si insegna la discrezione, la compostezza e la necessità di non disturbare. Crescendo, questi modelli diventano la norma e si riflettono nei comportamenti quotidiani. Il risultato? Donne compresse agli angoli dei sedili, uomini con le gambe larghe e il braccio appoggiato allo schienale accanto. La cosa più interessante è che questo comportamento viene spesso agito inconsciamente, senza una reale consapevolezza dell’invasione che comporta. Ed è qui che emerge il punto centrale: il privilegio non si misura solo nei grandi atti, ma nelle piccole abitudini quotidiane che passano inosservate.
Dati, reazioni e risposte al problema
Se fino a qualche anno fa il manspreading veniva percepito come un semplice fastidio, oggi numerosi studi e campagne di sensibilizzazione hanno acceso i riflettori su questo comportamento. In alcune città, come Madrid e New York, sono apparsi cartelli nei mezzi pubblici per scoraggiare la pratica. Le reazioni, prevedibilmente, sono state contrastanti: c’è chi ha accolto la campagna come una necessaria educazione al rispetto e chi, al contrario, l’ha vista come un attacco esagerato alla libertà personale. Ma la libertà personale può includere il diritto di invadere lo spazio altrui? La risposta sembra ovvia, eppure, nella realtà dei fatti, la lotta contro il manspreading è tutt’altro che vinta.
Il manspreading e la percezione della mascolinità
Un elemento fondamentale che spiega il radicamento del manspreading è la connessione con la percezione della mascolinità. Stare seduti con le gambe larghe viene inconsciamente associato a potere, sicurezza e virilità. Non a caso, le pose espansive sono spesso utilizzate in politica, nel mondo degli affari e nella comunicazione visiva per trasmettere autorità. Questa simbologia, per quanto inconsapevole, contribuisce a rendere il manspreading un’abitudine difficile da scardinare. Cambiare il modo in cui ci si siede significa, in un certo senso, rimettere in discussione un modello di mascolinità radicato e considerato normale. Ed ecco perché molte campagne contro il manspreading incontrano resistenze: non si sta solo parlando di spazio fisico, ma di un’intera costruzione sociale.
Educazione e consapevolezza: le armi per combattere il fenomeno
Se il manspreading è il risultato di un condizionamento culturale, la soluzione non può che passare attraverso l’educazione e la sensibilizzazione. Insegnare fin dall’infanzia il rispetto degli spazi condivisi è il primo passo per eliminare questa abitudine. Un’educazione che non imponga divieti in modo sterile, ma che porti a una riflessione su cosa significhi davvero rispetto reciproco. D’altra parte, anche le reazioni collettive possono avere un impatto: molte persone cambiano comportamento semplicemente se vengono fatte notare le proprie azioni. Un piccolo richiamo, una presa di coscienza, possono fare la differenza. E, chissà, magari un giorno prendere la metro senza dover schivare gambe altrui diventerà la normalità.