Dopo il successo di Oldboy, Park Chan-wook torna sul grande schermo con No Other Choice, un film che conferma la sua capacità di osservare l’animo umano senza sconti e senza indulgenze. Se Parasite ha aperto definitivamente le porte del cinema coreano al pubblico globale, autori come Park Chan-wook ne rappresentano da anni la spina dorsale creativa: registi capaci di unire rigore formale, violenza emotiva e una lucidissima critica sociale.
Con No Other Choice, Park non cerca di replicare il clamore di Oldboy, ma ne raccoglie l’eredità più profonda: quella di un cinema che mette lo spettatore davanti a dilemmi morali irrisolvibili, costringendolo a guardare fino in fondo. A guidare questo nuovo viaggio c’è Lee Byung-hun, volto noto anche al grande pubblico internazionale grazie a Squid Game, qui in una delle interpretazioni più intense e controllate della sua carriera.
Il film racconta la discesa lenta e inesorabile di un uomo qualunque, intrappolato in una società che promette infinite possibilità ma, nei fatti, riduce lo spazio di manovra fino a soffocarlo. No Other Choice non è un thriller nel senso classico, ma un dramma psicologico che utilizza la tensione come strumento per parlare di lavoro, status sociale, fallimento e sopravvivenza. La violenza, quando arriva, non è mai gratuita: è il risultato di una pressione continua, quasi amministrativa.
La regia di Park Chan-wook è chirurgica. Ogni inquadratura è studiata, ogni movimento di macchina sembra misurare la distanza tra ciò che il protagonista è e ciò che è costretto a diventare. Gli spazi sono ordinati, razionali, apparentemente neutri, ma finiscono per trasformarsi in gabbie visive. È un controllo formale che richiama il Park di Oldboy, ma spogliato dell’eccesso, più freddo, più maturo, forse ancora più spietato.
Lee Byung-hun regge il film con una performance magnetica. Il suo personaggio non cerca la simpatia dello spettatore, e proprio per questo risulta profondamente umano. Il volto, lo sguardo, i silenzi raccontano un uomo che perde progressivamente la capacità di distinguere tra scelta e necessità. Dopo Squid Game, dove incarnava il potere e il controllo, qui Lee Byung-hun si muove sul versante opposto, mostrando cosa significa essere schiacciati da un sistema che non ammette debolezze.
C’è anche una vena di ironia nerissima che attraversa il film, un sarcasmo sottile che rende ancora più amara la visione. Park Chan-wook non giudica, non assolve e non offre soluzioni. No Other Choice è un film che osserva, espone e poi si ritrae, lasciando lo spettatore solo con il peso delle domande sollevate.
Da vedere.
