
Che strana società, la nostra. Così avanzata da riuscire a mappare il DNA in quattro ore, ma così primitiva da dover inventare il party per sole donne per permettere alle persone che si identificano come tali di ballare in pace. Succede davvero, e non in un episodio di Black Mirror, ma nella realtà. A Roma, a Berlino, a Sidney: in tutto il globo, dalla capitale dell’Impero a quella dei canguri, prende piede una nuova forma di intrattenimento notturno — ma con orario da pomeriggio inoltrato. Il party per sole donne è la risposta ironicamente necessaria a un bisogno reale: divertirsi senza dover essere in allerta costante. Dietro l’apparente frivolezza dell’etichetta, racconta qualcosa che dovrebbe farci riflettere più del prezzo dell’ingresso.
Discoteche per chi la mattina ha da fare
La formula è semplice: si inizia presto, intorno alle 18.00, si balla, si ride, ci si diverte, senza dress code, senza pressioni, senza maschi. Poi, tutte a casa, fresche e riposate, pronte per la riunione delle 9 o per accompagnare i figli a scuola. È una rivoluzione logistica e sociale allo stesso tempo. Perché — e qui viene il punto — l’esistenza stessa di questi spazi parte da un presupposto inquietante: per potersi davvero rilassare, le donne devono chiudersi dentro un locale da cui gli uomini sono esclusi. Altro che empowerment: siamo ancora a livello di autodifesa.
Il club che non ti giudica (ma ti capisce)
L’atmosfera di questi eventi è volutamente inclusiva e rilassata. Si può venire in abito da sera o in tuta da pilates, si può ballare da sole, in gruppo o in pigiama, se proprio ci si tiene. Nessuno giudica, nessuno fischia, nessuno insegue. Per molte donne, sembra il paradiso: ed è proprio questo il dettaglio tragico. L’assenza del disagio è ormai considerata un lusso. E se per ottenerla serve uno spazio separato, chiuso, purificato dall’elemento maschile, allora forse abbiamo un problema che va ben oltre l’intrattenimento serale.
Tra sorellanza e sopravvivenza
Non si tratta di misandria travestita da night out: il punto non è chi resta fuori, ma cosa succede quando non entra. Molte frequentatrici raccontano la leggerezza di potersi muovere, ballare, perfino sudare, senza la sensazione costante di dover tenere sotto controllo lo spazio intorno. Non è una festa: è una tregua temporanea. E qui è difficile non pensare a Curfew, la serie in cui le donne vivono in un mondo in cui uscire la notte significa rischiare la vita. Certo, qui non ci sono coprifuochi istituzionali, ma a ben guardare, c’è una libertà così fragile che ha bisogno di un badge all’ingresso per essere garantita.
Una moda? Anche. Un sintomo? Sicuro.
Queste discoteche “women only” sono anche una moda, certo: un prodotto del mercato, con la sua estetica curata, la sua comunicazione inclusiva, il suo target ben definito. Ma sono prima di tutto una risposta concreta a un disagio radicato. Sono spazi che si diffondono perché evidentemente servono, e raccontano con discrezione una verità scomoda: la normalità, per molte donne, è ancora un campo minato in minigonna.
E allora sì, ben vengano questi spazi. Ben vengano le danze anticipate, le sorellanze a tempo determinato, i brindisi senza occhi addosso. Non sono la soluzione, certo. Ma sono un indizio. E forse anche un promemoria: se ballare in pace richiede un permesso speciale, è il mondo che deve cambiare playlist.