Make America Healthy Again. Lo slogan è altisonante, evocativo, costruito per risuonare ben oltre l’ambito sanitario, e l’amministrazione di Donald Trump ne è perfettamente consapevole. Non parla soltanto di cibo o di salute pubblica, ma intercetta un immaginario più ampio, fatto di ritorno all’ordine, identità nazionale, diffidenza verso modelli provenienti dall’estero. È dentro questa cornice politica e simbolica che si colloca la nuova piramide alimentare presentata dagli Stati Uniti, promossa dal Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. Il documento, che formalmente nasce per affrontare l’emergenza dell’obesità e delle malattie croniche, parla in realtà delle priorità e delle linee di frattura dell’America contemporanea.
Dalla piramide classica a quella rovesciata
Per oltre trent’anni la piramide alimentare statunitense ha seguito uno schema fondato sui carboidrati: cereali alla base, frutta e verdura al centro, proteine e latticini in quantità moderate, grassi e zuccheri relegati al vertice. Un’impostazione nata negli anni Novanta, poi corretta con il modello MyPlate, che puntava a riequilibrare le porzioni riducendo l’eccesso di grassi saturi e colesterolo.
Le nuove Dietary Guidelines 2025–2030 segnano una discontinuità netta. La piramide viene capovolta e mette al centro proteine, soprattutto animali, latticini interi e grassi definiti “sani”. Verdura e frutta restano presenti, mentre i cereali, anche integrali, vengono ridimensionati. Il messaggio è esplicito: meno zuccheri, meno carboidrati raffinati, meno alimenti ultra-processati; più cibi “reali”, più sazietà, più apporto proteico.
Non si tratta solo di una modifica grafica. È un cambio di paradigma che rilegge decenni di raccomandazioni nutrizionali e prepara il terreno a una narrazione più ampia sul significato stesso di alimentazione sana negli Stati Uniti.
La nuova piramide funziona davvero dal punto di vista nutrizionale?

Dal punto di vista nutrizionale, la nuova piramide intercetta solo alcune criticità reali della dieta statunitense. La riduzione di zuccheri aggiunti, carboidrati raffinati e alimenti ultra-processati va nella direzione indicata da una parte consistente della letteratura scientifica. Anche la maggiore attenzione alla qualità degli alimenti, più che al semplice conteggio calorico, risponde a un’esigenza diffusa, certo. L’enfasi sulle proteine trova una giustificazione nella maggiore sazietà e nel supporto alla massa muscolare, elementi rilevanti in una popolazione segnata da sedentarietà e obesità.
Il quadro diventa però più fragile se si considera il contesto reale: negli Stati Uniti l’assunzione di proteine, soprattutto animali, è già elevata, e un ulteriore incremento rischia di consolidare squilibri esistenti.
La centralità di carni rosse e latticini interi solleva inoltre interrogativi sui grassi saturi, che restano associati a rischi cardiovascolari se consumati in eccesso. Nel complesso, la nuova piramide non è priva di basi scientifiche, ma di fatto seleziona alcune evidenze e ne trascura altre.
Una scelta soprattutto politica
Attenzione però, il rovesciamento della piramide alimentare va letto soprattutto come un atto politico. Come anticipato all’inizio, lo stesso slogan Make America Healthy Again è parte di una narrazione più ampia promossa dall’amministrazione di Donald Trump, in cui anche il cibo assume un valore identitario.
Il richiamo ai “cibi veri” e alla produzione nazionale si intreccia con un’idea di sovranità alimentare che rifiuta modelli percepiti come imposti dall’esterno. Le politiche europee, citate in modo selettivo nel dibattito pubblico, vengono utilizzate come termine di paragone più che come fonte di ispirazione reale. Da un lato se ne evocano alcuni aspetti, come la regolazione degli additivi, dall’altro si evita accuratamente di adottare strumenti più incisivi di politica alimentare, come le tasse sugli zuccheri o sistemi di etichettatura stringenti. La critica alle linee guida precedenti si intreccia con una diffidenza più generale verso le istituzioni scientifiche (tra cui anche l’OMS) e i modelli internazionali, accusati di aver imposto standard estranei al contesto nazionale.
Europa e organismi sovranazionali vengono progressivamente ridimensionati. Il messaggio implicito è che modelli fondati su mediazione, equilibrio e regolazione multilaterale risultino inadatti a rispondere alle sfide americane. La nuova piramide alimentare contribuisce così a costruire l’idea di un’America più autonoma, più decisa e capace di riscrivere le regole senza doversi allineare a standard globali. Una riaffermazione di forza culturale e politica che passa anche, simbolicamente, dal cibo.
Dietro tutto ciò è chiaro che ci siano poi necessità economiche e politiche ben precise. Dare maggiore importanza a proteine animali e latticini rafforza settori produttivi che rappresentano una parte rilevante dell’economia agricola statunitense e che hanno un peso politico significativo, soprattutto negli Stati rurali. Ecco quindi il messaggio diretto a un elettorato considerato decisivo, a cui si attribuisce la centralità non solo economica, ma anche culturale.
Ovviamente, l’obesità, il punto di partenza dichiarato della riforma, resta soprattutto una cornice narrativa utilizzata per giustificare un cambio di rotta netto, senza affrontare in modo sistemico le condizioni che alimentano il problema: disuguaglianze sociali, accesso limitato a cibo sano, sedentarietà diffusa, costi dell’assistenza sanitaria.
