Le nuove regole per la caccia nella riforma 2025 (che non condividiamo)

La riforma 2025 sulla caccia riduce tutele ambientali, amplia l'attività venatoria e ignora gli impegni europei sulla biodiversità. Una proposta sbilanciata, regressiva e pericolosa.

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    La riforma caccia 2025, proposta dal governo italiano, ha suscitato un’ondata di critiche, e a ragione. Presentata dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, la bozza ridefinisce i confini – letterali e simbolici – del rapporto tra uomo, natura e gestione della fauna. La riforma caccia 2025 si presenta come un pacchetto di modifiche che sembrano uscire più da un manuale di lobbying venatorio che da una riflessione seria sulla conservazione ambientale. Un’operazione chirurgica, sì, ma praticata con l’accetta.

    Una libertà di caccia mascherata da regolamentazione

    La norma stabilisce un massimo di tre giorni settimanali per l’attività venatoria, con martedì e venerdì sempre off-limits. Ma il trucco è nell’autonomia concessa alle Regioni, che potranno decidere arbitrariamente i giorni consentiti. Una flessibilità che più che tutela sembra invito. Anche la stagione venatoria resta estesa, con pre-aperture che fanno sorridere per la loro specificità: specie bersaglio non meglio precisate diventano il pretesto per eludere limiti temporali.

    Il taglio delle aree protette: chirurgia ambientale inversa

    La misura più sconcertante della riforma caccia 2025 è la clausola sulle aree protette. Ogni Regione dovrà assicurarsi che queste non superino il 30% del territorio agrosilvopastorale, pena l’intervento diretto del Ministero dell’Agricoltura. Non dell’Ambiente, si badi. Il che già suggerisce chi tiene il coltello dalla parte del manico. Si paventa così l’assurdo: una regressione normativa che riapre le porte alla caccia in foreste demaniali, sentieri escursionistici e, potenzialmente, persino in aree come spiagge e oasi naturalistiche. L’Italia del turismo naturalistico ringrazia.

    Armi, richiami e roccoli: un revival del secolo scorso

    Sul fronte tecnico, la riforma introduce limiti che sembrano pensati più per rassicurare l’opinione pubblica che per porre reali vincoli. Si parla di fucili a due colpi, archi, falchi: un bestiario da romanzo medievale più che un quadro normativo moderno. Ma il punto più grave è l’espansione dell’uso di richiami vivi, che passano da 7 a 47 specie. Una follia etologica, che rende più complesso ogni controllo. E poi c’è il ritorno dei roccoli, impianti di cattura vietati dall’UE: una rievocazione nostalgica di metodi obsoleti e crudeli, che rischia di costarci caro in sede europea.

    ISPRA silenziato, cinghiali nel mirino

    Nel nuovo assetto, l’ISPRA perde centralità nella definizione dei calendari venatori, ruolo che passa al Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale. Traduzione: meno scienza, più pressione politica. Intanto si autorizza la caccia al cinghiale tutto l’anno, fino a mezzanotte, con visori notturni. Il pretesto è la peste suina, ma il risultato è una normalizzazione dell’emergenza per giustificare la caccia permanente. Una soluzione che ignora del tutto le dinamiche ecologiche, offrendo risposte muscolari a problemi complessi.

    Confronto tra normativa attuale e riforma proposta

    AspettoRegole attuali (L.157/92)Novità della riforma 2025
    Giorni di cacciaFino a 3 giorni/settimanaMax 3 giorni/settimana, martedì e venerdì sempre chiusi
    Aree protetteMinimo 20% del territorioMassimo 30% del territorio, riduzione se superato
    Territori di cacciaCampagne, boschiEstensione a aree demaniali, sentieri, spiagge
    Richiami vivi7 specie, limiti di possesso47 specie, nessun limite di possesso
    RoccoliVietatiPossibile riapertura
    Caccia al cinghialePeriodi limitatiTutto l’anno, anche di notte in selezione
    Ruolo ISPRACentraleRidimensionato

     

    Una riforma fuori tempo massimo

    Questa bozza di legge non è solo inadeguata: è anacronistica. Va in direzione opposta rispetto agli impegni europei sulla biodiversità, che puntano ad aumentare le aree protette entro il 2030. Trasforma la tutela ambientale in un fastidio regolamentare da aggirare. E lo fa in nome di una presunta modernizzazione che è, in realtà, solo regressione culturale. Se questa riforma passerà, a perdere non sarà solo la fauna selvatica, ma il senso stesso di convivenza tra società umana e mondo naturale.

    tags: attualità

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