Squali: la pesca ne uccide ancora troppi. E l’Italia è tra i maggiori consumatori

da | Gen 16, 2024 | alimentazione, vivere green | 0 commenti

La pesca degli squali continua, non registra alcuna riduzione nonostante le regolamentazioni, e anzi sta anche aumentando. A rivelarlo è uno studio internazionale pubblicato sulla rivista “Science” e curato da un team di ricercatori guidato da Boris Worm della Dalhousie University e Darcy Bradley dell’Università della California.

Una vera e propria decimazione: la popolazione di squali perde milioni di esemplari ogni anno e, dal conteggio, non si escludono le specie già a rischio di estinzione come gli squali martello.

L’analisi pubblicata su “Science”, infatti, evidenzia che la mortalità degli squali nei 150 Paesi analizzati è aumentata del 5% nel periodo compreso tra il 2012 e il 2019: sarebbero circa 80 milioni le catture di squali ogni anno, tra pesca mirata e quella accidentale. E se consideriamo anche le tante specie di squali non categorizzate correttamente, la stima delle morti su scala globale raggiunge i 101 milioni, solo nel 2019.

Nonostante quello delle pinne sia il commercio più redditizio e particolarmente feroce (la pratica del finning consiste nel tagliare le pinne e poi gettare nuovamente in mare l’animale, ormai morente), non possiamo considerare solo questo.

Quasi il 70% delle giurisdizioni marittime globali ha introdotto normative volte a eliminare il finning degli squali: eppure, i risultati sono lontanissimi da quelli sperati. Questi regolamenti potrebbero aver addirittura incrementato le catture, creando nuovi mercati per la carne di squalo e altri derivati.

Quanta carne di squalo mangiamo

Gli squali infatti non vengono catturati più solo per le loro pinne (ecco perché le regole di gestione della pesca dovrebbero andare oltre i divieti di finning).

Se infatti col tempo è diminuita la domanda di pinne di squalo, sta via via aumentando la domanda di carne di squalo. Brasile e Italia sono tra i principali consumatori.

Il perché è presto svelato: la carne di squalo è un sostituto più economico di altri tipi di pesce. Le etichette sono poi tutt’altro che chiare: molti consumatori mangiano carne di squalo senza nemmeno saperlo.

Riconoscere la carne di squalo è tutt’altro che semplice: nei ristoranti, supermercati e pescherie ci si ritrova a comprare una specie pensando che sia un’altra (è il caso, non troppo raro, di squalo smeriglio spacciato per pesce spada). Oppure se si dichiara la verità, resta comunque difficile per il consumatore identificare che si tratta di particolari specie di squali.

Verdesca, palombo, gattuccio, spinarolo, vitello di mare o boccanera: ecco i nomi con cui la carne di squalo conquista silenziosamente i banconi del pesce.

Anche nel cibo per animali

E la troviamo anche nel cibo degli animali.

Uno studio del Yale NUS College di Singapore ha analizzato 45 prodotti alimentari per animali di 16 marchi: dei prodotti, acquistati a Singapore, non sono stati rivelati i nomi e non abbiamo quindi modo di sapere quale di questi viene commercializzato anche in Italia o in Europa.

Dei 144 campioni presi in esame, un terzo presentava DNA di squalo: verdesca (Prionace glauca), squalo seta (Carcharhinus falciformis) e squalo pinna bianca (Triaenodon obesus).

Queste ultime due sono inserite nella lista rossa IUCN tra le specie considerate vulnerabili.

L’inchiesta Shark Prayed

A conferma di queste tendenze di mercato, l’indagine Shark Prayed, condotta dai fratelli Marco Spinelli, documentarista, e Andrea Spinelli, biologo marino, esperti del settore e appassionati del mare.

Shark Prayed è un documentario che si focalizza proprio sul commercio della carne di squalo, presente sia nei mercati ittici spagnoli (dove i fratelli hanno condotto l’indagine) che nei supermercati italiani.

Sulla sua pagina Facebook, Marco Spinelli documenta il suo lavoro con gli squali e mostra immagini di mercati dove vengono vendute ingenti quantità di carne di squalo.

«Questo è quello che abbiamo trovato in uno dei mercati ittici più importanti di Cádiz, Spagna: una quantità infinita di squali di qualsiasi tipo come il palombo, palombo stellato, mako e così via. – scrive Marco in un post – Ci tengo a precisare che il commercio di carne di squalo in Europa è legale. La Spagna è al primo posto per esportazioni mentre l’Italia, tra il 2009 e il 2019, è stata la prima nazione al mondo per importazioni per valore complessivo di prodotti importati. Il progetto Shark Preyed ha l’obiettivo di sensibilizzare, informare le persone, far luce su un problema fin troppo sottovalutato.

Perché gli squali? Perché sono gli animali al vertice della catena alimentare, componenti fondamentali degli ecosistemi marini, sono i custodi dei nostri mari e oggi a causa dell’uomo rischiano l’estinzione. L’Unione europea sarebbe responsabile di più del 20% del commercio mondiale di carne di squalo, un business che nel 2019 è arrivato a valere 2,6 miliardi di dollari. Contandone solo la parte legale e consentita.»

Cosa fanno Italia ed Europa

Un report pubblicato a marzo 2022 dall’International Fund for Animal Welfare (IFAW) ha evidenziato infatti un dato allarmante: l’Unione Europea è il maggiore fornitore nel commercio globale di squali.

I dati, raccolti dal 2003 al 2020, provengono dalle autorità doganali della Hong Kong Special Administrative Region, di Singapore e della provincia di Taiwan che dimostrano l’Europa in prima linea nel commercio di carne o parti di squalo.

In questo cotesto, il maggior importatore a livello europeo di carne di squalo è proprio il nostro Paese con oltre 4mila tonnellate importate. Per quanto riguarda le pinne, l’Italia ricopre il quinto posto nella classifica europea dopo Spagna, Portogallo, Olanda e Francia.

Una specie da preservare

Andare oltre il pregiudizio che vede questo animale cattivo e pericoloso, affamato di esseri umani, potrebbe essere il primo passo per una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Soprattutto perché lo squalo non si nutre di esseri umani (gli attacchi documentati si contano sulle dita di una mano).

Certamente, accanto a questo, devono essere approvate regolamentazioni ben più rigide e controllate di quelle attualmente vigenti, oltre a un sistema di tracciatura più preciso che permetta al consumatore di capire cosa sta realmente mangiando.

Più del 50% delle specie di squali sono in pericolo di estinzione e solo nell’ultimo mezzo secolo la popolazione delle specie che vivono in mare aperto si è ridotta di oltre il 70%.

Come evidenzia l’IFAW, le azioni da intraprendere sono diverse e vanno applicate in fretta. In primis, è fondamentale migliorare la raccolta dei dati e la tenuta dei registri commerciali, revisionando allo stesso tempo anche i codici merceologici per i prodotti derivati dagli squali e diffondendo l’uso dei codici tra i partner commerciali.

Fondamentale anche citare nella Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione tutte le specie di squali pescate per il commercio di carne. Allo stesso tempo combattere il commercio illegale e lavorare a livello nazionale per un maggiore controllo del commercio ittico anche attraverso l’analisi dei dati commerciali.

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