Vi ricordate cos’è successo in Ruanda 30 anni fa? La storia di un genocidio

Il genocidio del Ruanda del 1994 conta circa un milione di vittime e riflette l'eredità del colonialismo europeo. Ecco perché è importante ricordarlo.

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    DISCLAIMER. Quest’anno ricorre il 30esimo anniversario di uno degli eventi più sanguinosi del XX secolo: il Genocidio del Ruanda. Non ci interessano in modo particolare le date, ma le circostanze e gli eventi. Ricordare quello che è successo può aiutarci a vedere gli stessi schemi e le stesse dinamiche che si ripetono nel mondo di oggi. Riconoscerli significa anche lottare per fare in modo che non si ripetano di nuovo, non importa se sono trascorsi trenta, cento o mille anni. Quello che facciamo oggi, quindi, non vuole essere una commemorazione, ma solo un’occasione in più per ricordare.

    Quand’è che un certo numero di morti diventa notizia? E quanto deve essere grande questo numero?
    O non è una questione di numeri, ma di vittime e carnefici?

    Siamo tutti d’accordo che ogni vita ha un valore, ma è indubbio che se parliamo di media è necessario che gli eventi assumano una certa portata perché se ne parli. Ed ecco quindi che sono molte le guerre nel mondo non raccontate, le vittime senza nome, le stragi o le catastrofi passate in secondo piano.

    Trent’anni fa tornavo da scuola, mia madre mi preparava il pranzo che mangiavo mentre guardavo i Simpson in televisione. Poi facevo i compiti, guardavo qualche altro cartone animato e andavo al parco a giocare a pallone con i miei amichetti. Tornavo a casa, doccia, cena e televisione: c’era il Gabibbo su Striscia la Notizia, o Fiorello al Karaoke.

    Nel frattempo, in un Paese dell’Africa grande più o meno come la mia regione, il Veneto, andava in scena uno degli eventi più tragici della storia moderna, che ha contato circa un milione di vittime. Un numero che diventa ancora più drammatico se si pensa che queste morti sono concentrate in soli quattro mesi. Tra il 6 aprile e il 16 luglio del 1994, in Ruanda è avvenuta una vera e propria strage umanitaria.

    La televisione a casa mia era spesso accesa, ma questa storia l’ho conosciuta e approfondita molti anni dopo.

    Oggi vi raccontiamo il genocidio del Ruanda, le cause che lo hanno scatenato e alcuni aspetti su cui vale la pena riflettere.

    Una tragedia annunciata

    Il genocidio in Ruanda del 1994 non è stato solo il risultato di tensioni etniche sfuggite al controllo. È stato, senza mezzi termini, l’ennesima eredità lasciata dall’Europa coloniale. Una tragedia che non ha visto colpevoli solo tra coloro che impugnavano i machete, ma anche tra chi, dall’altra parte del mondo, aveva piantato i semi dell’odio, chiuso gli occhi di fronte alla crisi, e lavato le mani di fronte al massacro di circa 800.000 persone, principalmente Tutsi.

    Etnia o costruzione coloniale?

    Per capire il genocidio del 1994, dobbiamo partire dalla radice del problema: la falsa dicotomia tra Hutu e Tutsi, le due principali etnie presenti in Ruanda. Nella narrazione della storia è passata l’idea che queste due etnie fossero divise da differenze ancestrali profonde. La verità, però, è che questa divisione è in gran parte un prodotto dell’ingerenza coloniale. Prima dell’arrivo degli europei, Hutu e Tutsi non erano gruppi etnici rigidi, ma piuttosto classi sociali interscambiabili, definite da ruoli economici: i Tutsi, in generale, erano allevatori, mentre gli Hutu erano agricoltori. Esisteva una certa fluidità sociale tra le due categorie.

    Nel 1916, il Belgio prende il controllo del Ruanda e inizia a cementare l’idea che Hutu e Tutsi siano etnie distinte, quasi come se fossero razze diverse. Utilizzando una pseudoscienza razzista, i colonialisti belgi favoriscono i Tutsi, descrivendoli come più vicini agli europei a livello razziale. Questa narrazione assurda diventa legge: i belgi introducono carte d’identità che identificano formalmente l’appartenenza etnica. La divisione sociale diventa una questione burocratica e istituzionalizzata. Gli Hutu, la maggioranza, vengono relegati a una posizione subordinata, mentre i Tutsi vengono elevati a classe dominante.

    Viene così innescata una vera e propria bomba a orologeria.

    L’esplosione del conflitto

    Nel 1959, le tensioni etniche cominciano a esplodere. Una rivoluzione Hutu spazza via la monarchia Tutsi sostenuta dai belgi, e nel 1962 il Ruanda ottiene l’indipendenza. Ma, ironicamente, i colonizzatori belgi fanno un’altra inversione: abbandonano i Tutsi, che avevano prima favorito, e cominciano a sostenere la leadership Hutu. Ne derivano massacri e persecuzioni contro i Tutsi, che si intensificano per decenni, costringendo molti Tutsi all’esilio.

    Nel frattempo, si formano movimenti ribelli Tutsi, come il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), che cercano di tornare in patria e rivendicare i propri diritti. Ma le tensioni interne non fanno che crescere. È un pendolo di odio che continua a oscillare, alimentato dalla retorica etnica e dalle cicatrici coloniali mai sanate.

    Il 1994

    Quando l’aereo del presidente ruandese Juvénal Habyarimana, un Hutu, viene abbattuto il 6 aprile 1994, la scintilla finale accende l’incendio. Inizia un’ondata di violenza pianificata e coordinata contro i Tutsi. Le milizie Interahamwe, sostenute dal governo Hutu estremista, danno il via a un genocidio inimmaginabile. Interi villaggi vengono massacrati, uomini, donne e bambini uccisi senza pietà a colpi di machete.

    Il mondo guarda, ma non agisce.

    E qui entra in scena l’Europa. O, meglio, la sua indifferenza. Le potenze occidentali, tra cui la Francia, non solo chiudono un occhio, ma in alcuni casi forniscono assistenza militare agli estremisti Hutu, sostenendo un governo che stava orchestrando un genocidio. Le Nazioni Unite si mostrano impotenti e paralizzate dalla politica. I caschi blu vengono ritirati proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario intervenire.

    Le ferite del colonialismo

    Il genocidio ruandese non è solo un evento da attribuire all’odio etnico tra Hutu e Tutsi. È il risultato diretto delle politiche coloniali europee che hanno imposto un sistema di divisioni razziali, trasformando differenze sociali flessibili in rigide barriere etniche, piantando il seme della discordia per decenni. E quando tutto è esploso nel sangue e nella violenza, i Paesi che avevano contribuito a creare quel caos si sono limitati a guardare.

    Oggi il Ruanda è un Paese in ripresa, ma le cicatrici del 1994 sono ancora fresche. La storia del genocidio non può essere raccontata senza ricordare il ruolo delle potenze coloniali europee nel costruire il terreno fertile per quell’odio. Non possiamo parlare di pace e riconciliazione senza prima fare i conti con il passato, un passato che l’Europa preferisce spesso dimenticare.

    Ma c’è una verità ineludibile: il genocidio in Ruanda è stato una tragedia coloniale.

    Un milione è un numero troppo grande per essere dimenticato, o non raccontato.

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