Alzheimer: potrebbe essere vicino il vaccino

Non esiste ancora un vaccino approvato per l’Alzheimer, ma studi su proteina tau e vaccinazioni comuni mostrano risultati promettenti. La prevenzione potrebbe iniziare prima del previsto.

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    Immaginare un vaccino per l’Alzheimer suona, per molti, come un’ipotesi ancora lontana, confinata tra le utopie mediche o le promesse vaghe della ricerca. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa sta cambiando. I laboratori di neuroscienze stanno esplorando piste sempre più concrete, e alcuni candidati vaccini hanno iniziato a muovere i primi passi verso la sperimentazione clinica. Non siamo ancora al traguardo, ma il cammino ha preso una direzione più definita. E a sorpresa, non tutto ruota intorno a nuove molecole sperimentali: anche i vaccini tradizionali, nati per altre malattie, sembrano offrire una protezione inattesa contro la demenza. La prevenzione, insomma, potrebbe arrivare da strade impreviste.

    Un vaccino contro la proteina tau

    Tra le ipotesi più promettenti c’è lo sviluppo di un vaccino diretto contro la proteina tau, una delle due principali responsabili della degenerazione cerebrale nell’Alzheimer, insieme alla beta-amiloide. Un team dell’Università del New Mexico ha realizzato un vaccino sperimentale basato su virus-like particles, cioè particelle virali inattivate modificate per esporre una porzione della proteina tau. Lo scopo è stimolare il sistema immunitario a riconoscere e neutralizzare queste proteine tossiche prima che possano aggregarsi nei neuroni.

    Nei test preclinici su modelli animali, il vaccino ha prodotto una risposta immunitaria efficace, riducendo la presenza delle placche tau e migliorando le funzioni cognitive. È attualmente in fase di preparazione la sperimentazione clinica sull’uomo (fase 1), ma serviranno ancora anni di studi per verificarne la sicurezza e l’efficacia. In uno scenario ottimistico, un’approvazione da parte dell’FDA potrebbe arrivare entro cinque anni.

    I vaccini classici come scudo contro la demenza

    Nel frattempo, la scienza sta rivelando un legame sorprendente tra vaccinazioni comuni e riduzione del rischio di Alzheimer. Studi epidemiologici condotti su larga scala mostrano che gli anziani che ricevono regolarmente vaccini contro influenza, polmonite, herpes zoster e difterite hanno meno probabilità di sviluppare Alzheimer, con percentuali di rischio ridotto che vanno dal 20% al 40%.

    • Influenza: riduzione del rischio fino al 40%
    • Tetano, difterite, pertosse: riduzione del 30%
    • Herpes zoster: 20-27%
    • Polmonite: circa 25%

    La spiegazione non è ancora definitiva, ma le ipotesi più accreditate puntano su un duplice effetto: da un lato, una modulazione dell’infiammazione sistemica, fattore cruciale nella genesi dell’Alzheimer; dall’altro, un sistema immunitario meglio “allenato”, più efficiente anche nella rimozione delle proteine tossiche che si accumulano nel cervello. Una linea di ricerca che apre prospettive interessanti sulla prevenzione neurodegenerativa attraverso interventi già disponibili.

    Farmaci innovativi: nuove armi, ma non vaccini

    Parallelamente, stanno arrivando sul mercato nuovi farmaci biologici, come lecanemab e donanemab, che agiscono contro la beta-amiloide, cercando di rallentare il declino cognitivo nelle fasi iniziali della malattia. Non si tratta di vaccini: non prevengono né curano l’Alzheimer, ma cercano di contenerne la progressione. Questi anticorpi monoclonali, pur con alcuni limiti e rischi, segnano un’evoluzione nella terapia, e confermano che il sistema immunitario può essere un alleato strategico.

    Una prospettiva cautamente ottimista

    Al momento, non esiste ancora un vaccino approvato contro l’Alzheimer, ma la traiettoria della ricerca è più chiara di quanto non fosse un decennio fa. L’idea di stimolare l’organismo a riconoscere le proteine neurotossiche prima che facciano danni non è più solo una teoria da laboratorio. Se i risultati delle prime fasi cliniche saranno confermati, potremmo trovarci davanti a una delle svolte più significative nella lotta contro una delle malattie più temute del nostro tempo.

    Nel frattempo, le vaccinazioni ordinarie, già raccomandate per la salute generale, offrono un vantaggio inatteso: una barriera parziale ma reale contro la degenerazione cognitiva. In attesa del vaccino specifico, potenziare ciò che già abbiamo potrebbe essere il modo più intelligente per guadagnare tempo — e lucidità.

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