
Case Green 2030. Immagina di svegliarti tra cinque anni e scoprire che la tua casa, quel rifugio costruito con sacrifici e mutui trentennali, non vale più nulla. Non è la trama di un distopico film catastrofista, ma un possibile scenario delineato dalla nuova direttiva europea sull’efficienza energetica degli edifici, nota come Case Green 2030. Il titolo è volutamente provocatorio, certo, ma poggia su basi più che solide: a partire dal 2030, milioni di immobili in Europa rischiano di diventare invendibili o fortemente svalutati. E a meno che tu non abbia già messo mano al cappotto termico, forse è il caso di preoccuparsi.
Il pugno verde di Bruxelles
La nuova direttiva EPBD, conosciuta anche come “Case Green 2030”, punta a rivoluzionare il patrimonio edilizio europeo. Gli edifici con classe energetica troppo bassa, in particolare quelli classificati come G, saranno progressivamente esclusi dal mercato. L’obiettivo è tanto ambizioso quanto perentorio: ridurre drasticamente le emissioni di CO2 e portare tutto il parco immobiliare europeo verso la neutralità climatica. Tradotto in termini molto concreti: se la tua casa è una ghiacciaia d’inverno e un forno d’estate, potrebbe presto trasformarsi in un peso economico.
Svalutazione e ristrutturazioni salate
Il mercato non è cieco, e di fronte a norme sempre più stringenti, gli immobili inefficienti stanno già perdendo appeal. Gli analisti stimano che, in assenza di interventi, il valore di queste abitazioni potrebbe crollare drasticamente. Non solo: per riportarle a uno standard accettabile serviranno investimenti non trascurabili. Si parla di una media di 35.000 euro per unità immobiliare, cifra che rischia di tagliare fuori intere fasce di proprietari. Il rischio è duplice: non riuscire a vendere, ma nemmeno a sostenere i costi di adeguamento.
Un orizzonte incerto ma implacabile
È vero, la direttiva EPBD non è ancora legge in tutti i suoi dettagli. Gli Stati membri avranno margine di manovra nell’applicazione concreta, potendo definire requisiti minimi e modalità di attuazione in base alle proprie specificità nazionali (e questo significa che l’impatto effettivo della direttiva potrebbe variare da Paese a Paese). Ma la traiettoria è già segnata, e aspettare ulteriori chiarimenti rischia di essere una scusa per non agire. In Italia, dove il 60% del patrimonio edilizio risale a prima del 1970, il problema ha proporzioni epiche. Il tempo degli sconti fiscali generosi potrebbe finire, lasciando i proprietari soli di fronte a un bivio: adeguare o deprezzare. La prospettiva della Case Green 2030 dovrebbe suonare come un campanello d’allarme, non come un’ipotesi remota.
Il clima non aspetta la burocrazia
A rendere ancora più cupo il quadro ci pensa il cambiamento climatico. Le abitazioni situate in aree a rischio alluvione o siccità prolungata stanno già subendo un calo di valore. Secondo alcune stime, il climate risk potrebbe ridurre fino al 9% il valore medio degli immobili globali entro il 2050. Se a questo aggiungiamo la non conformità energetica, il quadro si fa ancora più fosco. Insomma, non si tratta più solo di una questione ecologica, ma di una concreta svalutazione patrimoniale. La Case Green 2030 non è quindi un vezzo da eurocrati, ma una questione che tocca da vicino la stabilità economica di milioni di famiglie.
Una transizione da governare (in fretta)
Quello che serve è una strategia pubblica all’altezza della sfida: incentivi mirati, accesso agevolato al credito, formazione per tecnici e cittadini. Perché la transizione non può ricadere tutta sulle spalle del singolo proprietario. Eppure, in attesa di piani strutturali, il tempo scorre inesorabile. Chi resta fermo rischia di ritrovarsi con un bene immobiliare che è tutto tranne che un investimento.