Decarbonizzare per salvare il Pianeta: un piano per l’India

da | Dic 9, 2022 | ambiente, energie rinnovabili, inquinamento | 0 commenti

La COP27 a Sharm el Sheik si è conclusa il 18 novembre, con non poche difficoltà e diversi contrasti.

Già ancora prima di cominciare, le polemiche su un incontro così significativo per le sorti del nostro Pianeta erano state ampie e diffuse: l’Egitto, il Paese ospitante, è una dittatura militare e la campagna pubblicitaria di promozione dell’evento aveva assunto i toni della réclame da villaggio turistico (abbiamo parlato delle contraddizioni della COP27 in questo articolo).

Travagliata è stata anche la conclusione dell’evento e molto vicina anche la possibilità che si risolvesse in un nulla di fatto.

Il fondo per i Paesi emergenti colpiti dalla crisi climatica, definito loss and damage, è stata la causa dello scontro tra Paesi ricchi (capeggiati da Usa e Ue) e quelli in via di sviluppo (rappresentati dalla Cina). Nonostante ne abbia contestato il tempo di applicazione e l’onerosità, l’Europa ha dovuto cedere alle pressioni del G77+Cina che ne chiedevano l’attivazione, mettendo comunque dei paletti: destinare il fondo ai soli Paesi emergenti (escludendo le superpotenze come la Cina e l’India, che anzi devono contribuire a finanziarlo) e confermare e consolidare gli impegni di mitigazione del cambiamento climatico, già fissati nel corso della COP26.

Se, infine, il fondo loss and damage è stato effettivamente la conquista maggiore tirando le somme dell’incontro, il tema della mitigazione è stato affrontato in modo piuttosto nebuloso. L’obiettivo resta sempre quello di mantenere il riscaldamento globale entro l’1,5°: sì, ma come? Mancano effettivamente riferimenti espliciti alla riduzione della CO2 e all’eliminazione dei combustibili fossili e del gas.

«Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, questa è una domanda a cui questa COP non ha risposto» ha affermato Antonio Guterres. 

La tappa del 2030 per la riduzione delle emissioni del 43% rispetto al 2019 potrebbe essere troppo vicina: senza un reale impegno di decarbonizzazione, il taglio delle emissioni potrebbe essere solo dello 0,3% rispetto al 2019.

I Paesi che ancora non hanno aggiornato gli obiettivi di decarbonizzazione sono quindi invitati a farlo entro il 2023.

Ultima tra le cinque maggiori economie a presentarli, l’India ha esposto i suoi NDC (Nationally Determined Contributions) ad agosto, proprio un paio di mesi prima dell’inizio della COP27, formalizzando quanto già preannunciato durante la Conferenza di Glasgow.

L’idea da cui parte l’India è che occorre dare priorità a una transizione che coinvolga tutti i combustibili fossili, non solo il carbone: anche l’Unione Europea ha sostenuto l’idea di un graduale abbandono dei combustibili fossili, ovvero di una strategia di sviluppo progressivo, a basse emissioni, che però non metta a rischio la sicurezza energetica, l’occupazione e la crescita. La sostenibilità della transizione, come ha sottolineato Bhupender Yadav, ministro dell’Ambiente indiano, sta anche nel garantire sicurezza alimentare ed energetica, senza lasciare nessuno indietro.  Ci si aspetta inoltre che siano gli stessi Paesi sviluppati a fare da guida nel processo di transizione e decarbonizzazione, avendo più tecnologia e disponibilità finanziaria. 

Un piano ambizioso, quello presentato dall’India, che intende ridurre, entro il 2030, l’intensità delle emissioni del suo PIL del 45% e raggiungere circa il 50% della capacità complessiva di energia elettrica a partire da risorse rinnovabili.

L’NDC aggiornato ad agosto, dunque, assieme ad altre iniziative promosse dal governo (come agevolazioni fiscali e incentivi), promuove la produzione e l’adozione di energia rinnovabile, con l’obiettivo di migliorare le capacità produttive indiane, aumentare le esportazioni, creare nuovi posti di lavoro green nel settore energetico, automobilistico e nell’industria. I programmi sostenuti dal governo toccano diversi ambiti, dall’agricoltura alle imprese, dalla mobilità alla gestione dei rifiuti. Il tutto continuando a separare la crescita economica dalle emissioni di gas nocivi per l’atmosfera (questo è un passaggio in più occasioni sottolineato dai portavoce del governo indiano).

Il percorso era stato già definito durante la COP26, dove l’India aveva annunciato di puntare allo zero netto entro il 2070. Prospettiva singolare se si pensa che si tratta di un Paese emergente, che ha basse emissioni pro-capite, ma dal 2019 è il terzo più grande emettitore di CO2 a livello globale (occupa in realtà il quarto posto, se consideriamo l’Europa dei 27, come riporta l’analisi del 2022 CO2 emissions of all world countries della Commissione europea). Il 70% di queste emissioni sono dovute a sei settori: energia, acciaio, automotive, aviazione, cemento e agricoltura.

Il report Decarbonizzare l’India: tracciare un percorso per una crescita sostenibile, frutto di una ricerca interdisciplinare della Sustainability Practice di McKinsey in India ci fornisce un’interessante prospettiva da cui poter guardare il prossimo decennio: con un’azione intenzionale, infatti, l’India può affrontare una decarbonizzazione su ampia scala, senza per questo rinunciare alla crescita economica. Un assunto questo che negli anni è stato spesso posto come aut aut quando si parla di Paesi in via di sviluppo: è lecito pensare che la crescita economica per questi Paesi sia possibile solo seguendo lo stesso percorso dell’Occidente di inizio Novecento? Oppure si possono percorrere altre strade?

Il report parte da due scenari, uno che si basa sulle attuali politiche e tecnologie, l’altro accelerato, elaborando due piani differenti: entrambi sono ugualmente ordinati e completi dell’analisi di tutti i settori, ne vengono esplorate le interconnessioni e si fornisce una visione pragmatica.

Si espongono più di cento leve per la decarbonizzazione nei sei settori che inquinano maggiormente e si propongono quattro “opportunità trasversali”: idrogeno verde; cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio (CCUS); soluzioni climatiche naturali; economia circolare.

L’analisi di McKinsey dimostra quindi che una transizione pianificata e strutturata ha enormi vantaggi per questo Paese. Con un piano ordinato, l’India potrebbe non solo raggiungere i suoi obiettivi, ma, integrando alcuni aggiustamenti come l’acciaio verde o l’aumento del costo del carbonio, potrebbe anche anticiparli. 

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