
I bambini di oggi hanno un pizzico di possibilità in più quando si tratta di scegliere con cosa giocare. Un bimbo può armeggiare con una cucinetta senza che qualcuno storca il naso, una bambina può ricevere in regalo un kit per esperimenti scientifici. Per i millennials e per le generazioni precedenti lo scenario era decisamente più rigido, eppure alcuni di quei vecchi schemi non sono scomparsi del tutto.
È inutile fingere che i giocattoli siano oggetti neutri. Anche loro partecipano alla costruzione delle differenze tra maschi e femmine, spesso in modo silenzioso ma molto efficace. Cambiano le confezioni, cambia il linguaggio del marketing, ma l’idea di fondo resta sorprendentemente stabile: esistono giochi che incoraggiano l’azione, la forza, la competizione e altri che spingono verso la cura, la dolcezza, l’estetica.
La domanda, allora, non riguarda solo cosa è cambiato negli ultimi decenni, ma quanto di quella vecchia divisione continua a sopravvivere nei giocattoli di oggi, magari sotto forme meno esplicite ma altrettanto riconoscibili.
Il giocattolo come educazione invisibile
Molto prima che si inizi a parlare apertamente di ruoli sociali o aspettative di genere, bambini e bambine entrano in contatto con una serie di segnali che orientano il modo in cui interpretano il mondo. I giocattoli fanno parte di questo sistema di segnali. Non sono semplici oggetti per passare il tempo: suggeriscono azioni possibili, immaginari, modalità di stare nello spazio e con gli altri.
Già negli anni Settanta Elena Gianini Belotti, nel suo libro Dalla parte delle bambine, osservava come l’educazione di genere inizi molto presto e spesso in modo impercettibile. Non si tratta solo di ciò che gli adulti dicono esplicitamente, ma anche di ciò che mettono a disposizione dei bambini. Attraverso giochi, libri, abitudini quotidiane e aspettative implicite, bambine e bambini vengono progressivamente indirizzati verso esperienze diverse.

Alcuni giocattoli invitano a prendersi cura di qualcuno: bambole da vestire, case da arredare, cucine in miniatura. Altri spingono verso l’azione: macchine da corsa, robot da assemblare, personaggi armati pronti a combattere. Non è solo una questione di preferenze individuali. Ogni gioco propone una piccola sceneggiatura, un modo di muoversi dentro il mondo.
Belotti metteva in luce proprio questo aspetto: il fatto che, fin dall’infanzia, le bambine vengano spesso accompagnate verso attività che simulano il lavoro domestico o la cura degli altri, mentre ai bambini viene offerto più spazio per l’esplorazione, l’iniziativa e la conquista. Attraverso il gioco, quindi, si costruisce familiarità con certi ruoli e distanza da altri.
Ancora oggi, cinquant’anni dopo la pubblicazione del saggio di Belotti, il panorama dei giocattoli appare più vario e meno rigidamente diviso rispetto al passato. Eppure la logica di fondo individuata da Belotti continua a riemergere con sorprendente regolarità. Non sempre in forma esplicita, ma abbastanza da ricordare che anche il gioco, apparentemente innocuo, contribuisce a definire ciò che una società considera appropriato per un bambino o per una bambina.
Rosa e celeste: stereotipi duri a morire
I negozi di giocattoli rispecchiano ancora piuttosto bene questa divisione: lo si nota proprio dalla distinzione tra un settore (rigorosamente blu) di giocattoli per bambini e un settore (rigorosamente rosa) di giocattoli per bambine. Una separazione che non riguarda solo l’estetica delle confezioni, ma soprattutto il tipo di esperienza che il gioco propone.
Da un lato troviamo bambole, cucine, set di bellezza, animali da accudire, piccoli mondi domestici da organizzare. L’attività principale consiste nel prendersi cura, decorare, sistemare, relazionarsi. Dall’altro lato compaiono robot, macchine, armi giocattolo, dinosauri, supereroi e veicoli di ogni tipo. Qui l’azione si concentra su movimento, conquista, competizione, combattimento.

Ogni oggetto suggerisce un modo di muoversi nello spazio e un ruolo da interpretare. Alcuni giochi invitano a immaginarsi dentro una casa o in una dimensione relazionale; altri proiettano verso scenari di avventura, esplorazione o sfida. Il messaggio implicito è semplice e molto stabile nel tempo: a qualcuno è assegnato il compito di gestire relazioni e cura, a qualcun altro quello di agire, guidare, affrontare il pericolo.
Sì, è vero, negli ultimi anni il marketing ha provato a smussare questa divisione con linee più neutre o con campagne pubblicitarie che mostrano bambini e bambine giocare con gli stessi oggetti. Eppure, osservando con attenzione l’offerta complessiva, la separazione continua a riaffiorare. Cambiano i nomi delle collezioni, si moltiplicano le varianti, ma la struttura dell’offerta resta sorprendentemente coerente con le stesse logiche di un tempo.
I giocattoli moderni: quando lo stereotipo passa dalle emozioni
Osservando molti giocattoli contemporanei emerge poi un elemento meno evidente ma altrettanto significativo: il modo in cui vengono rappresentate le emozioni.
Nei giocattoli pensati per i maschi domina spesso un’estetica della tensione: personaggi pronti allo scontro, eroi che combattono, distruggono, vincono. E, ovviamente, com’è l’espressione di questi personaggi? Arrabbiata e aggressiva, con pose di forza, pronte a scattare in scenari di battaglia. La rabbia diventa parte della scenografia del gioco, un segnale di energia e di potenza.
Nel mondo dei giocattoli destinati alle bambine il registro emotivo è quasi opposto. Le figure sorridono, sono rassicuranti, dolci, curate nei dettagli estetici. Gli ambienti sono ordinati, luminosi, accoglienti. Il gioco si sviluppa attorno alla relazione, alla bellezza, alla cura degli altri o di sé.
Questa differenza non riguarda solo l’estetica, ma suggerisce anche quali emozioni siano considerate appropriate. Ai bambini viene spesso associata la legittimità dell’energia, della rabbia, dello scontro. Alle bambine, invece, viene richiesto di abitare un universo emotivo più controllato, fatto di gentilezza, armonia e attenzione agli altri. È una distinzione sottile, ma significativa. Non stabilisce semplicemente cosa si può fare con un giocattolo, ma anche quale tipo di espressione emotiva appare coerente con l’identità maschile o femminile.
In questo modo il gioco continua a funzionare come uno spazio di apprendimento implicito, in cui si interiorizzano non solo ruoli sociali, ma anche modi diversi di vivere e mostrare le emozioni.
A che punto siamo, quindi?

Rispetto a qualche decennio fa qualcosa è cambiato. Le divisioni esplicite tra giocattoli “da maschio” e “da femmina” sono meno rigide, il marketing ha iniziato a usare un linguaggio più neutro e alcune linee di prodotti provano a rivolgersi a tutti i bambini senza distinzioni troppo marcate. Eppure, osservando l’offerta complessiva del mercato, gli schemi di fondo restano riconoscibili. La distinzione tra azione e cura, tra competizione e relazione, continua a riaffiorare con una certa regolarità. A volte è evidente nella disposizione degli scaffali, altre volte emerge nel design dei personaggi, nei colori, nelle storie suggerite dai giochi.
Questo non significa che i bambini e le bambine si limitino a seguire passivamente ciò che i giocattoli suggeriscono. Il gioco è anche uno spazio di invenzione, di reinterpretazione, di libertà. Ma proprio per questo vale la pena osservare con attenzione il tipo di immaginario che viene proposto loro fin dall’inizio.
Se il gioco è uno dei primi luoghi in cui si sperimentano ruoli, emozioni e possibilità, allora i giocattoli continuano a dire molto su come una società immagina il futuro dei suoi bambini. E, in modo forse meno visibile di quanto si pensi, su quanto sia ancora difficile liberarsi del tutto da certe vecchie divisioni.
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