Violenza sulle donne: una crisi culturale che i numeri continuano a mostrare

La violenza di genere in Italia è sistemica, non un’emergenza: servono prevenzione culturale, sostegno alle vittime e interventi educativi.

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    In Italia, la violenza sulle donne non è un’emergenza, ma un problema strutturale e culturale. Definirla emergenza infatti implica un carattere di eccezionalità, quando invece è una realtà quotidiana e sistemica. I femminicidi e gli abusi sono il riflesso di un sistema patriarcale che continua a relegare le donne a una posizione subordinata e si tratta di un fenomeno che non riguarda solo il nostro Paese, ma che è diffuso a livello globale, radicato in culture che perpetuano disuguaglianze e stereotipi di genere.

    In Italia, i dati confermano che la violenza contro le donne si manifesta in ogni ambito: tra le mura domestiche, sul posto di lavoro e nei contesti sociali. È una questione che non può essere affrontata solo con interventi di emergenza, ma richiede un cambiamento profondo nelle dinamiche culturali e nelle politiche di prevenzione.

    Il 25 novembre di ogni anno si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza che sta acquisendo un forte valore simbolico negli ultimi anni. Lo dimostra, ad esempio, l’incremento di chiamate al numero di emergenza 1522 fatte proprio in questa giornata e la grande adesione alle manifestazioni. Ma la strada è ancora lunghissima: il patriarcato non è finito, non è semplicemente un miraggio, ma è un sistema di valori ben preciso a cui ancora attinge una grande fetta della popolazione.

    Perché si parla di patriarcato

    Il patriarcato è un sistema sociale in cui gli uomini detengono la maggior parte del potere, lasciando le donne e altri generi in una posizione subordinata. Si basa su gerarchie di genere, con ruoli rigidi: gli uomini dominano in famiglia, nella politica, nell’economia e nelle istituzioni, mentre le donne sono spesso relegate a ruoli marginali o privati.

    Questo modello si tramanda attraverso norme culturali, stereotipi e istituzioni che perpetuano il controllo maschile. In pratica, il patriarcato stabilisce chi comanda e chi deve adattarsi, influenzando tutto: dalla famiglia alle leggi, dalle carriere alle libertà personali.

    Ma cosa c’entra con la violenza di genere e i femminicidi? La risposta è ovvia: si tratta di un sistema che insegna agli uomini a controllare le donne, usando anche la violenza se necessario, e considera il dominio maschile come naturale. In questo contesto, la gelosia diventa “amore”, il controllo è visto come “protezione” e la violenza è spesso giustificata.

    Gli stereotipi patriarcali spingono gli uomini a dimostrare forza e potere, mentre alle donne viene imposto di essere sottomesse e accondiscendenti. Questo crea una cultura dove la violenza non solo è accettata, ma viene minimizzata. Se una donna subisce, viene colpevolizzata; se denuncia, spesso non viene creduta.

    Il femminicidio è l’atto finale di una dinamica di controllo, il punto in cui l’uomo non accetta di perdere potere.

    I dati sul femminicidio in Italia

    Violenza sessuale

    Quando si parla di femminicidio in Italia, è fondamentale ricordare che non esiste un registro nazionale unico che raccolga in modo ufficiale, sistematico e standardizzato tutti i casi. I dati disponibili provengono da più fonti — osservatori indipendenti, associazioni, media, istituzioni — che usano criteri diversi per classificare le vittime e i contesti. Questo comporta inevitabili scostamenti tra un database e l’altro e rende necessario interpretare i numeri con cautela.

    Secondo l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi (FLT) del movimento Non Una Di Meno, aggiornato al 22 novembre 2025, nell’anno in corso sono stati monitorati 91 casi, di cui 77 femminicidi veri e propri. Gli altri casi riguardano suicidi indotti o situazioni ancora in fase di accertamento. Si tratta di un dato parziale, ma utile per delineare un quadro aggiornato dell’anno.

    Le informazioni raccolte dall’osservatorio offrono anche alcuni elementi aggiuntivi sul profilo delle vittime e degli autori. L’età delle vittime monitorate nel 2025 varia da 1 anno a 93 anni, con una media di circa 55 anni. Per gli autori, l’età media è di 53 anni, con il più giovane di 19 anni e il più anziano di 92. La dinamica relazionale resta uno degli aspetti più rilevanti: in almeno il 51% dei casi, l’autore è il marito, il convivente o il partner attuale della vittima; in 18 casi si tratta dell’ex partner; in 11 casi del figlio. Anche la distribuzione territoriale ha rilevanza: circa il 65% dei casi si concentra in cinque regioni — Lombardia, Campania, Emilia Romagna, Toscana e Lazio.

    Alcune osservazioni aggiuntive

    L’assenza di una banca dati unica rende difficile ottenere una fotografia completa e uniforme del fenomeno. Ogni osservatorio utilizza criteri propri — ad esempio l’inclusione o meno dei suicidi indotti, dei casi non ancora accertati o dei contesti non familiari — e questo può portare a differenze significative nelle cifre finali. Inoltre i dati disponibili sono spesso parziali, perché aggiornati mese per mese e non sempre riferiti all’intero anno solare.

    Nonostante questi limiti, le tendenze emerse sono coerenti: la maggior parte dei femminicidi continua a consumarsi in ambito domestico o relazionale, gli autori sono in larga parte uomini legati alla vittima da rapporti affettivi o familiari, e il fenomeno si distribuisce lungo tutto il territorio nazionale con alcune aree più colpite.

    Questi elementi confermano che il femminicidio non è un fatto episodico o imprevedibile, ma l’esito estremo di un sistema di violenza che agisce nella quotidianità e che richiede interventi coordinati, continui e strutturali.

    Non solo femminicidi

    Quando parliamo di violenza non ci riferiamo solo a pugni o schiaffi. Si manifesta in tanti modi, alcuni visibili, altri subdoli e difficili da riconoscere. C’è la violenza psicologica, fatta di insulti, svalutazioni e controllo costante. È quel “Non sei capace di fare niente senza di me” che diventa una gabbia mentale. Poi c’è la violenza economica: il partner che gestisce i soldi, decide le spese e ti lascia senza un euro per costringerti a rimanere.

    E poi mille altre forme di sopraffazione: revenge porn, cyberviolenza con minacce e messaggi offensivi, stalking e persecuzioni. Tutte con un elemento in comune: rubano autonomia, sicurezza e dignità.

    Secondo l’ultimo rapporto ISTAT (2025), in Italia circa 6,4 milioni di donne tra i 16 e i 75 anni — corrispondenti al 31,9% — hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nella vita.  

    • Di queste, il 18,8% ha subito violenza fisica, il 23,4% violenza sessuale.  
    • Tra le violenze sessuali, il 5,7% delle donne ha subito stupri o tentativi di stupro.
    • Considerando le donne che sono o sono state in coppia, il 12,6% ha subito violenza fisica o sessuale da partner o ex partner.
    • Sempre tra le donne con partner o ex partner, le esperienze di violenza psicologica interessano il 17,9%, e quelle di violenza economica il 6,6%

    Questi numeri — che riguardano solo le forme fisiche, sessuali, psicologiche ed economiche — sono una base concreta per misurare l’estensione di un problema che non è episodico, ma strutturale e diffuso. A questo quadro, inoltre, si aggiungono anche i reati introdotti con il cosiddetto Codice Rosso, la legge 69 del 2019 che ha creato quattro nuove fattispecie specifiche per tutelare le vittime di violenza: revenge porn, costrizione o induzione al matrimonio, lesioni permanenti al viso e violazioni dei provvedimenti di allontanamento o divieto di avvicinamento.

    Cosa si sta facendo e cosa manca

      Molte donne che subiscono violenza non riescono a parlarne con nessuno, nemmeno con le persone più vicine. La denuncia resta un passaggio difficile: la paura di non essere credute, la dipendenza economica, il legame affettivo con l’autore della violenza o il timore di ritorsioni rendono complesso chiedere aiuto. Questo vale sia nei casi in cui la violenza arriva da un partner o un ex partner, sia quando l’autore è una persona esterna alla relazione. La conseguenza è che una parte rilevante della violenza resta invisibile, non entra nei numeri ufficiali e non raggiunge i servizi che potrebbero intervenire. che la strada è lunghissima.

      In Italia, ci sono oggi 373 centri antiviolenza e 431 case rifugio attivi. Queste strutture offrono un primo supporto alle vittime, ma spesso operano con risorse limitate. Nonostante l’aumento dei fondi destinati al contrasto della violenza di genere, molte organizzazioni denunciano ritardi nei finanziamenti e difficoltà a garantire supporto continuativo.

      Negli ultimi mesi, uno dei temi più dibattuti riguarda l’introduzione di percorsi di educazione sessuoaffettiva nelle scuole. L’idea di lavorare con i più giovani su consenso, rispetto, relazioni e parità di genere è sostenuta da chi la considera una misura concreta di prevenzione della violenza. Allo stesso tempo, però, è diventata oggetto di forti contrapposizioni politiche e culturali, con posizioni che vanno dal sostegno convinto al rifiuto assoluto.

      Il risultato è un quadro frammentato: alcune scuole attivano progetti e laboratori, altre rinunciano per mancanza di linee guida, risorse o per timore di polemiche. Eppure percorsi di questo tipo potrebbero offrire ai ragazzi strumenti per comprendere il consenso, riconoscere comportamenti abusivi, superare stereotipi e costruire relazioni più consapevoli. Senza un’educazione strutturata, a riempire il vuoto restano spesso fonti informali — dai social alla pornografia online — che non sempre trasmettono modelli basati sul rispetto e sulla reciprocità.

      Un’altra area critica è l’accesso alla giustizia: molte vittime trovano ostacoli nel richiedere misure di protezione o nel portare avanti un processo legale. Inoltre, la formazione delle forze dell’ordine e degli operatori giudiziari è spesso inadeguata, e ha conseguenze dirette sulla capacità di accogliere e gestire le denunce.

      Ciò che manca, in pratica, è un approccio più coordinato e capillare, che coinvolga non solo le istituzioni ma anche il settore privato, le scuole e le comunità locali. Quindi che gestisca un problema sistemico.

      L’importanza di una ricorrenza

      Il tema della giornata è chiaro: parlare di violenza di genere aiuta più donne a chiedere aiuto. Ma come si può fare? Alimentando il dibattito, partecipando alle manifestazioni, mettendo in discussione schemi sociali considerati immutabili, informandosi e approfondendo il tema.

      Insomma, abbiamo bisogno di una ricorrenza così importante. E lo dimostra anche il fatto che, nei giorni vicini al 25 novembre, si registra un aumento delle chiamate al 1522, il numero per le vittime di violenza e stalking.

      Il 1522 è attivo 24 ore su 24, ogni giorno dell’anno, ed è gratuito su tutto il territorio nazionale. Garantisce anonimato e supporto in diverse lingue, tra cui italiano, inglese, francese, spagnolo, arabo, farsi, albanese, russo, ucraino, portoghese e polacco. Chiamalo, se sei in difficoltà.

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