
Sulla cresta del Colletto Fava, nel cuneese, un tempo riposava un enorme coniglio rosa lungo sessanta metri. Non un animale, non un’attrazione prefabbricata, ma un’opera di land art: Hase, la creatura monumentale realizzata nel 2005 dal collettivo viennese Gelitin. Oggi di quel gigante rimane poco più di una forma sbiadita, lana sfilacciata, paglia che emerge come un tessuto interno ormai esposto agli elementi. Il paradosso è che non si tratta di un fallimento, ma della perfetta realizzazione del progetto: il coniglio rosa è nato per degradarsi, per trasformarsi in una carcassa poetica distesa sulla montagna, per ricordarci che anche ciò che appare eterno si sfalda con una naturalezza disarmante.
Chi raggiunge la cima non prova nostalgia, ma un senso di straniamento. Un pupazzo lungo quanto un palazzo di venti piani, oggi quasi irriconoscibile, divorato dal clima, dal vento, dagli anni. Il panorama alpino, apparentemente immutabile, sembra guardare dall’alto questo corpo roseo che si disfa, come se la natura si riprendesse con calma ciò che le era stato appoggiato sopra.
Un gigante creato per scomparire

Quando Gelitin installò Hase sul Colletto Fava, lo fece con una scadenza precisa in mente. Il coniglio doveva durare vent’anni, poi sarebbe stato lasciato a se stesso, esposto alle intemperie fino a consumarsi. Nessun restauro programmato, nessuna volontà di trasformarlo in un monumento permanente. L’opera era un esperimento di effimero, una creatura gigantesca che portava già dentro di sé la propria data di morte.
La scelta dei materiali, lana e paglia, rendeva tutto inevitabile. Il coniglio non sarebbe rimasto immacolato come una scultura di marmo: sarebbe marcito, scolorito, crollato. E proprio per questo avrebbe continuato a parlare. La sua decomposizione era una parte integrante del racconto, tanto quanto il suo sorriso steso sul prato quando venne installato per la prima volta.
La land art, in molti casi, dialoga con il paesaggio; qui, il paesaggio non dialoga affatto, ma risponde con una forza silenziosa. Il vento che strappa i lembi di lana, la neve che appiattisce il corpo, la pioggia che penetra le fibre e le logora: la montagna non si limita a ospitare l’opera, la morde, la lavora, la rimodella secondo i propri ritmi. È come se la natura avesse deciso di interpretare la sua parte con rigore, trasformando il coniglio rosa in un organismo in lenta agonia.
Niente è vandalizzato dagli esseri umani. Tutto è modellato dall’ambiente. Ciò che resta è la testimonianza di un equilibrio instabile tra l’intento artistico e la brutalità del clima alpino.
Il ciclo di vita di un’opera destinata alla terra

All’inizio, il coniglio rosa suscitava soprattutto un sorriso. Sembrava una creatura buffa caduta dal cielo, un peluche fuori scala che invitava alla leggerezza. Ma col passare degli anni, l’ironia si è dissolta. Le ferite della lana strappata, le zone in cui la paglia affiora come un organo scoperto, la deformazione progressiva delle sue forme hanno trasformato il gigante in un’immagine del declino.
Avvicinarsi al coniglio oggi significa osservare una metamorfosi incompiuta: non più pupazzo, non ancora reliquia. Un corpo che non fa più ridere, ma non fa neppure paura. Fa pensare. Forse proprio perché riconosciamo in quel degrado qualcosa di profondamente umano, una specie di memento mori travestito da giocattolo.
L’opera di Gelitin non è sostenibile solo perché realizzata con materiali biodegradabili, ma perché rifiuta la pretesa di eternità che accompagna gran parte della produzione artistica. Non vuole essere conservata, non pretende un piedistallo, non cerca un museo. Esiste finché esiste, poi ritorna lentamente nel terreno da cui è nata. È un’idea radicale e sorprendentemente contemporanea: accettare che anche l’arte, come qualsiasi forma di vita, abbia un ciclo, un processo di nascita, maturazione e decomposizione.
Cosa rimane quando il coniglio non c’è più
Oggi, del coniglio rosa rimangono coordinate geografiche, fotografie di archivio e ciò che resta di un corpo ormai irriconoscibile. Non resta l’oggetto, ma la narrazione. L’idea che il tempo sia un artista più potente di qualsiasi collettivo e che ogni opera, anche la più colossale, sia vulnerabile. Il coniglio rosa ci ha accompagnati in un viaggio lungo due decenni, trasformandosi lentamente sotto i nostri occhi, ricordandoci che nulla, nemmeno un gigante rosa, può sfuggire all’erosione del mondo.
Alla fine, la montagna ha fatto ciò che fa sempre: ha ripreso il suo spazio. E in questo gesto non c’è distruzione, ma un equilibrio antico. Il coniglio non è scomparso davvero. Si è semplicemente ricongiunto al luogo che lo aveva accolto.