
Negli ultimi anni il termine maranza è entrato con forza nel linguaggio quotidiano, prima come slang giovanile e poi come etichetta mediatica. Non indica semplicemente un ragazzo che si veste in un certo modo o ascolta una determinata musica, ma è diventato una categoria sociale fluida, spesso caricata di giudizi. Il maranza è associato a tute firmate, sneakers appariscenti, borsello a tracolla, cappellino, musica trap a tutto volume, atteggiamento spavaldo e linguaggio colorito. Ma fermarsi all’estetica significa perdere il cuore del fenomeno.
Più che un’identità definita, quella dei maranza è una rappresentazione collettiva: un mix di stile, appartenenza di quartiere, cultura urbana e bisogno di visibilità. È un’etichetta che viene data dall’esterno e talvolta rivendicata dall’interno, in un gioco continuo tra autoaffermazione e stigma sociale.
L’origine del termine e l’evoluzione del significato
Il termine non nasce oggi. In diverse città italiane era già usato in passato per descrivere ragazzi di periferia considerati rumorosi o sopra le righe. Con il tempo, e soprattutto con l’esplosione dei social network, la parola ha assunto una nuova centralità. Meme, video su TikTok, reel ironici e contenuti virali hanno trasformato il maranza in una figura quasi caricaturale.
La rete ha amplificato e standardizzato un’immagine che in realtà è molto più sfaccettata. Così il maranza è diventato un personaggio riconoscibile: accento marcato, ostentazione di brand, culto del gruppo, provocazione come linguaggio. Ma dietro questa costruzione digitale c’è una dinamica sociale più profonda.
Le radici sociali: periferia, identità, appartenenza
Il fenomeno maranza va letto dentro le trasformazioni delle città contemporanee. Molti dei ragazzi associati a questa etichetta provengono da contesti periferici o da famiglie di origine migrante. Vivono in spazi urbani spesso marginalizzati, dove le opportunità economiche e culturali sono limitate e dove il senso di esclusione può essere forte.
In questi contesti, l’estetica e il gruppo diventano strumenti di riconoscimento. Vestirsi in un certo modo, parlare con un determinato slang, ascoltare trap o drill non è solo una moda, ma un modo per affermare la propria presenza in una società che spesso li guarda con sospetto. Il maranza costruisce un’identità visibile e rumorosa proprio perché sente di non avere altri canali per essere visto.
L’abbigliamento firmato, ad esempio, non è solo esibizione di status, ma simbolo di riscatto. Anche quando è imitazione o replica, rappresenta l’accesso simbolico a un mondo percepito come distante.
Il ruolo dei social e della cultura trap

La cultura trap e drill ha avuto un impatto decisivo nella diffusione del modello maranza. I testi parlano di droghe, strada, soldi, rispetto, lealtà, conflitto. Offrono una narrazione potente a chi si riconosce in esperienze di marginalità o desiderio di rivalsa. I social hanno fatto il resto: ogni ragazzo può costruire il proprio personaggio, mettere in scena sicurezza, durezza, successo.
TikTok e Instagram funzionano come palcoscenici. Il maranza diventa anche una performance, un ruolo da interpretare. A volte è autoironia, altre volte è adesione sincera a un codice culturale. In ogni caso, la dimensione digitale contribuisce a rafforzare stereotipi ma anche a creare comunità.
Tra stigma e autoaffermazione
Il maranza è spesso raccontato come problema di ordine pubblico, simbolo di degrado o inciviltà. Questa narrazione mediatica rischia di semplificare un fenomeno complesso. Ogni generazione ha avuto la sua figura temuta o criticata: i paninari, i punk, i truzzi, i tamarri. Oggi il maranza occupa quel posto nell’immaginario collettivo.
La differenza sta forse nella sovrapposizione tra questione sociale e questione culturale. Quando l’etichetta si lega a origini etniche o quartieri specifici, il confine tra descrizione e discriminazione si fa sottile. Essere definiti maranza può diventare una forma di esclusione preventiva.
Eppure, per alcuni ragazzi, rivendicare quell’identità significa sottrarsi al giudizio e trasformare lo stigma in appartenenza. È un meccanismo noto in sociologia: ciò che nasce come marchio negativo può essere riappropriato come simbolo di orgoglio.
Un fenomeno generato dalla società che lo critica
I maranza non sono un corpo estraneo alla società, ma un prodotto delle sue contraddizioni. Nascono dall’incontro tra disuguaglianze economiche, trasformazioni urbane, cultura globale e dinamiche digitali. Sono figli del capitalismo dell’immagine, dove apparire conta quanto essere. Sono figli di città frammentate, dove il centro e la periferia dialogano poco. Sono figli di una generazione cresciuta online, dove l’identità si costruisce anche attraverso lo sguardo degli altri.
Criticarli senza interrogarsi sulle condizioni che li hanno generati rischia di essere un esercizio sterile. Il fenomeno maranza è uno specchio: riflette paure adulte, tensioni sociali, conflitti culturali. Raccontarlo in chiave antropologica significa andare oltre la superficie dell’abbigliamento o dell’atteggiamento e leggere nei loro codici un bisogno profondo di riconoscimento.
Più che chiedersi chi sono i maranza, forse dovremmo chiederci cosa dicono di noi, delle nostre città e del modo in cui integriamo, escludiamo o etichettiamo le nuove generazioni.