I suoi film muti e senza tempo. Immagini bellissime della natura che di sole basterebbero a giustificare quell’ora e mezza passata nel buio della sala. È la storia di un gruppo di giovani speleologi e speleologhe piemontesi, che nel 1961, – mentre a Milano si ammira il grattacielo Pirelli di poco inaugurato (resterà fino al 1966 il più alto edificio dell’Unione europea) – decidono di esplorare una grotta in Calabria, nell’altipiano del Pollino, dove la modernità sembra non avere alcun senso. Unico testimone dell’impresa, un vecchio pastore dil viso segnato come il tronco di un albero che fischia ai suoi animali, linguaggio universale che unisce gli umani alle altre creature terrestri. Anche nelle grotte, gli speleologi fischiano quando sono arrivati un po’ più in basso. Avranno esplorato la terza grotta più profondi allora conosciuta, l’Abisso del Bifurto, a quasi 700 metri sottoterra.

Alla contemplazione della natura, si accosta un pensiero sul tempo e la sua frenetica accelerazione nelle ultime due generazioni. Gli speleologi nella grotta negli anni Sessanta sembra stiano compiendo una missione su Marte, tanto gli strumenti di cui dispongono sono primitivi (carta, matite e un metro di stoffa per mappare la grotta, corde e scalette che sembrano sempre sul punto di cedere, lampadine a incandescenza, sassi e fogli di giornali usati come torce per sondire le profondità…).

Ma questa precipitosa corsa tecnologica, che forse divvero ci porterà su Marte, sembra oggi mostrare i suoi limiti. Le conquiste, sembra dire Frammartino, si pagano a caro prezzo.

2021. Regia di Michelangelo Frammartino

Fotografia Roberto Berta

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