Cosa succede quando il mondo si capovolge e l’eccezione diventa la norma? Richard Matheson, con il suo capolavoro “Io sono leggenda” (1954), non si limita a raccontare una storia post-apocalittica, ma demolisce le certezze su cui si fonda il concetto stesso di umanità. Il protagonista, Robert Neville, è l’ultimo uomo sulla Terra, o almeno così crede. Attorno a lui, la società umana si è dissolta in un esercito di creature che non si piegano alla luce del sole, bramano il suo sangue e hanno sviluppato una fastidiosa abitudine a chiamarlo per nome fuori dalla porta di casa. Sì, tecnicamente sono vampiri, ma per facilità chiameremo le cose con il loro vero nome: zombie ante litteram.
Matheson e la rivoluzione del genere
Matheson, autore geniale e precursore, costruisce un romanzo che mescola horror, fantascienza e filosofia, senza mai cadere nelle banalizzazioni del genere. La storia, pur narrata con un ritmo incalzante e teso, si apre a una riflessione disturbante: cosa succede quando sei l’unico rimasto a rappresentare la “vecchia normalità” in un mondo che ha ormai ridefinito le regole dell’esistenza?
Chi è il vero mostro?
Robert Neville, intrappolato nella sua routine da cacciatore di vampiri diurni e rifugiato notturno, comincia a porsi una domanda scomoda: e se il mostro fosse lui? Se fosse lui l’anomalia, l’incubo, la creatura fuori posto? Matheson non concede risposte facili, anzi: nel suo ribaltamento narrativo, insinua il dubbio che l’eroe non sia altro che l’ultimo residuo di un’umanità ormai obsoleta, un predatore solitario che terrorizza una nuova società che ha smesso di considerarlo parte della propria storia.
La leggenda capovolta
Un elemento fondamentale che rende il romanzo di Matheson così potente è proprio questa inversione di prospettiva, un aspetto completamente assente nell’adattamento cinematografico del 2007 diretto da Francis Lawrence e interpretato da Will Smith. Il film, pur conservando l’ambientazione post-apocalittica e il protagonista solitario, tradisce la riflessione più profonda del romanzo, scegliendo una narrazione più convenzionale in cui il concetto di mostro rimane rigidamente unilaterale. In questo modo, si perde il vero senso dell’opera originale, privando la storia del suo affilato sottotesto filosofico.
Ed ecco il vero colpo di genio del libro: non è una storia di sopravvivenza contro il male, ma di prospettive ribaltate. Neville non è più il simbolo della resistenza umana, bensì la leggenda oscura che perseguita la nuova civiltà. Come le streghe per il Medioevo, come i lupi mannari nelle fiabe: il suo nome diventa sinonimo di terrore per le creature della notte, che ora hanno le loro abitudini, la loro società e, paradossalmente, la loro nuova normalità.
Un horror filosofico
Un romanzo che si legge come un horror, ma che si digerisce come una lezione di relativismo culturale: chi decide chi è il vero mostro? “Io sono leggenda” non è solo una storia di sopravvivenza, ma un affilato coltello filosofico puntato alla gola delle nostre convinzioni. Perché, alla fine, la vera domanda non è se Neville sia l’eroe o il cattivo, ma se sia ancora umano in un mondo che non gli appartiene più.
