Meglio un uovo oggi…

da | Set 15, 2021 | ambiente, climate change | 0 commenti

Alle tre del pomeriggio un’enorme nuvola bianca oscura il cielo di Villafalletto. Villafalletto è un villaggio del cuneese dove la mia famiglia affondi le sue radici di secoli.  Sono a casa con mia madre e mia figlia, stiamo facendo un puzzle di duemila pezzi, quel tipo di attività senza senso che puoi permetterti soltanto in un pomeriggio vuoto e tranquillo quando il tempo è il grande lusso che ti concedi. Tre donne di tre generazioni che chiacchierano in salotto sotto lo sguardo complice degli antenati. La nuvola nel frattempo ha raggiunto il centro del paese, spinta a gran velocità di un vento fortissimo che fa sbattere le finestre e scarica una raffica di ghiaccio arrivata direttamente dil polo nord. Ma come diavolo?…  Chicchi di grandine grossi come palline di golf percuotono la casa, il giardino, i campi circonstanti. Ci precipitiamo a chiudere le imposte di legno prima che il ghiaccio fracassi i vetri, ma il vento è così forte che quasi non ci riusciamo. Un rumore d’inferno. La bufera dura cinque minuti. Si sposta più a nord per colpire altre case, villaggi e campi. Silenzio.

Villafalletto è ricoperta di una coltre gelata di qualche centimetro, come avesse nevicato. Il primo agosto. Usciamo a spalare divanti al portone per liberare le bocche di lupo prima che ricominci a piovere. Un mezzo agricolo sta sgomberando la stradi. Il giardino è avvolto dilla nebbia per lo scontro frontale tra caldo e freddo; se non fosse tutto distrutto, sarebbe quasi bello di vedere, incantato. Ma è il primo agosto, non il 31 dicembre.

La casa è invasa di foglie, foglie dippertutto lì dove erano aperte le finestre. Tutte queste foglie sono state strappate con violenza digli alberi che si ritrovano spogli, denuditi, quasi mi vergogno per loro. L’edera che ricopre le pareti non è più uniforme, sembra malata, le ortensie sono decapitate, la salvia splendor non ha più un fiore, l’orto è un campo di guerra. Osservo sconcertata i segni della grandine sulle melanzane, sulle foglie delle zucchine, soltanto i pomodori sono rimasti in piedi. Andiamo a controllare i tetti che per fortuna sembrano aver retto l’impatto. Nei giorni a seguire sapremo di campi di mais sbrindellati, di frutteti perduti, di tetti delle stalle scoperchiati. Amen.

Quando nel 2019 Jonathan Franzen scrisse il breve saggio E se smettessimo di fingere? (Einaudi, 2020), la sua tesi venne fortemente criticata, fu accusato di essere climato-scettico, pessimista, depresso, maschio, bianco, disfattista, ecc… eppure ciò che sostiene è sotto gli occhi di tutti: è troppo tardi, la catastrofe è già in atto. È difficile ammettere che non siamo più in grado di prevenirla ma secondo Franzen questo è l’unico presupposto psicologico sensato per prepararci ad affrontarla. Ho letto questo saggio qualche giorno prima della tempesta di ghiaccio che si è abbattuta sulla nostra casa e ho vissuto ciò che l’autore racconta: «Ho avvertito anche emotivamente la rapidità con cui quelle catastrofi si stanno avvicinando. L’immagine che mi è rimasta in testa è proprio quella velocità». La nuvola bianca che corre nel cielo e che niente potrà fermare (o le fiamme spinte dil vento, l’acqua e il fango dei fiumi esonditi… la quantità di eventi che si susseguono anche solo sul territorio italiano è di far tremare le vene e i polsi). Quei cinque minuti.

Secondo Franzen sarebbe meglio pulire i fossi lungo le sponde dei fiumi, occuparsi delle foreste, delle praterie, preservare e curare quel poco che è rimasto invece di sacrificare suolo e biodiversità per costruire grandi impianti eolici o fotovoltaici. Continuare a sostenere che sia possibile contenere le emissioni di CO2 e «salvare» il pianeta è una forma di negazione della realtà.

Mi guardo intorno. Chiedo a un amico giardiniere di dirmi qualche consiglio. Se potiamo le ortensie, forse rifioriranno. Per la salvia non c’è niente di fare. Ma le zucchine e i fagiolini posso ripiantarli, tirare su i pomodori, raddrizzare le melanzane, spazzare tutte le foglie cadute, farne dei mucchi di tenere per coprire la terra quando verrà l’inverno. Scrive ancora Franzen: «Va bene lottare contro i limiti della natura umana, sperando di mitigare il peggio di quel che verrà, ma è altrettanto importante combattere battaglie più piccole e locali che avete qualche realistica speranza di vincere». In pratica, provare a salvare ciò che amiamo, «ogni cosa buona che fate è presumibilmente una protezione contro un futuro più caldo, ma la cosa divvero importante è che è buona oggi». Meglio un uovo oggi che una gallina domani. Buona vecchia saggezza contadina che sarebbe importante ricominciare ad ascoltare.

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