Memorandum sulla nuova classe ecologica

da | Feb 1, 2022 | ambiente, climate change | 0 commenti

Rimanere lucidi. Difendermi dal rumore di fondo, dall’eccesso di informazione, dall’informazione distorta. Non farmi prendere dall’angoscia. Osservo attonita lo spettacolo deprimente della campagna elettorale per le presidenziali in Francia. Una squallida gara a chi si butta più a destra, con derive francamente imbarazzanti, e una sinistra sfasciata e litigiosa, gli ecologisti irrilevanti. Penso, e me ne rammarico, che la Francia assomiglia sempre di più all’Italia. Allora come fare a continuare a pensare, a guardare avanti? Leggere. Pensare. Scrivere. Confrontarsi. Scambiare. Discutere. Anche litigare se serve. 

            C’è una collana della casa editrice francese La Découverte dal nome evocativo: Les empêcheurs de penser en rond. In italiano suonerebbe come «i guastafeste che impediscono di girare in tondo». È in questa collana che è uscito a inizio gennaio un piccolo manifesto intitolato Mémo sur la nouvelle classe écologique, firmato da Bruno Latour e Nikolaj Schulzt che spero sia presto tradotto anche in italiano. Composto di 76 brevi articoli, – una sorta di lista provvisoria di punti sui quali sarebbe importante riflettere insieme per allargare la base politica dell’ecologia –, il memorandum pone le basi di una politica nuova e si interroga sulle ragioni del fallimento, fino ad oggi, dei movimenti ecologisti e della politica in generale di fronte all’estrema urgenza climatica che minaccia la sopravvivenza stessa degli umani sulla Terra (oltre ad aver già causato la distruzione irreversibile di interi ecosistemi, specie animali e vegetali). È chiaro ormai che l’azione individuale, senza un supporto politico adeguato, è necessaria ma non sufficiente. Non è spegnendo le luci, consumando di meno, mangiando meno carne e pesce e viaggiando in treno che abbasseremo radicalmente le emissioni di CO2. E la cosa peggiore è che le grandi lobby inquinatrici hanno proprio fatto leva sul senso di colpa degli individui per continuare a fare cinicamente i loro interessi (spesso con la complicità dei politici).

«Parlare della natura, non significa firmare un trattato di pace, significa riconoscere l’esistenza di una moltitudine di conflitti su tutti gli argomenti possibili dell’esistenza quotidiana, a tutti i livelli e su tutti i continenti» scrivono gli autori. Eppure tutti questi conflitti che viviamo quotidianamente (basti pensare all’esperienza attuale della pandemia) non hanno prodotto una mobilitazione generale come è accaduto nei secoli passati con le trasformazioni causate dal liberalismo e dal socialismo. Perché? Gli autori ripartono proprio dal concetto di «lotta di classe», dandogli tuttavia un’accezione diversa, essendo il contesto storico completamente mutato rispetto ai due secoli precedenti. La produzione e la riproduzione umana non sono più gli obiettivi di raggiungere anzi, «il sistema di produzione è diventato sinonimo di sistema di distruzione». L’obiettivo verso il quale rivolgersi oggi è quello di mantenere l’abitabilità della terra. Un segno del cambiamento radicale che stiamo attraversando, dicono gli autori, è che oggi sono i militanti ecologisti a farsi ammazzare, non i sindacalisti. 

La certezza della catastrofe invece di mobilitare le masse, le paralizza. Il fatto è che non siamo mentalmente attrezzati a considerare il progresso e lo sviluppo economico come i nostri nuovi nemici, ad accettare un vertiginoso rovesciamento di paradigma nel quale al termine sviluppo gli autori sostituiscono quello di avviluppamento. Siamo immersi in un ecosistema senza il quale siamo incapaci di sopravvivere e con il quale è necessario mettersi in relazione, che si tratti di acqua, aria, piante, animali, minerali, batteri… non siamo noi a dover difendere la Natura, è la Natura che ci ospita e permette di farci prosperare.

 Ecco il grande tradimento delle ideologie, ormai superate, che non hanno più nessun diritto di pretendere una qualsiasi forma di razionalità dato che gli assunti sui quali si sono basate erano falsi (crescita illimitata all’interno di un sistema pieno di limiti) e hanno condotto a questa situazione di disastro. Ecco perché le parole della politica suonano ormai così vuote, ipocrite e tristi (aberranti nel caso di certe derive dell’estrema destra). 

Allora come ridefinire i concetti di prosperità, di libertà, di emancipazione? In che modo re-imparare la dipendenza continuando a essere automi? Come trasformare in senso comune questa espressione: «Sono dipendente ed è ciò che mi libera e che mi permette di agire»? Manca l’estetica di questo nuovo paradigma, affermano gli autori, ad oggi l’ecologia riesce soltanto a seminare il panico e far morire di noia la gente… Non troviamo più il senso della storia, tutto ci è diventato estraneo perché «il mondo verso cui ci portava ciecamente la modernità, semplicemente non esiste». La realtà assomiglia molto di più a un virus che muta, costringendoci a mutare con lui, che a un’improbabile conquista dello spazio. C’è un enorme e appassionante lavoro di fare in tutti i campi, a tutti i livelli, in tutti gli ambienti e i luoghi della Terra. Le lotte che sembravano marginali sono diventate centrali per la sopravvivenza di tutti. La rivoluzione è già cominciata, bisogna soltanto aprire gli occhi.

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