
L’enorme nube tossica che si è sviluppata dopo i bombardamenti contro le infrastrutture petrolifere di Teheran nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2026 continua a muoversi nell’atmosfera e si sta ora spostando verso l’Asia Centrale.
Gli incendi provocati dai raid, attribuiti a Israele con il coinvolgimento degli Stati Uniti, hanno colpito depositi e raffinerie nell’area di Teheran, liberando grandi quantità di sostanze inquinanti. La grande massa di fumo e particolato che ha avvolto la Capitale iraniana, spinta dai venti viaggia ora verso Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. L’episodio si inserisce nel contesto dell’escalation militare iniziata il 28 febbraio che, secondo le stime disponibili, ha già causato oltre 1.300 morti in Iran.
I bombardamenti sulle infrastrutture energetiche
Gli attacchi hanno preso di mira per la prima volta in modo diretto alcune delle principali infrastrutture energetiche del Paese. Tra i siti colpiti figurano i depositi petroliferi di Shahran e Tondgouyan, oltre ad altre strutture situate nell’area compresa tra Teheran e la provincia di Alborz.
Secondo quanto confermato dalle autorità israeliane, i raid hanno interessato raffinerie e depositi di stoccaggio con l’obiettivo dichiarato di indebolire le capacità militari e missilistiche dell’Iran. Gli attacchi sono arrivati in un momento in cui il Paese stava già affrontando una crisi energetica significativa, caratterizzata da blackout diffusi e difficoltà nella distribuzione di carburante.
Come si è formata la nube tossica
Le esplosioni hanno incendiato quattro depositi petroliferi e un centro di trasferimento, liberando nell’atmosfera grandi quantità di sostanze inquinanti, tra cui idrocarburi, ossidi di zolfo e ossidi di azoto, composti che incidono direttamente sulla qualità dell’aria. L’8 marzo su Teheran sono state registrate piogge acide scure, provocate dalla presenza di residui petroliferi dispersi nell’atmosfera. Nelle ore successive sono circolati diversi video che mostrano tracce di olio nelle strade e nei tombini, mentre colonne di fumo erano visibili anche a grande distanza. A distanza di giorni, la Capitale iraniana risulta ancora avvolta da fumi tossici: l’aria è irrespirabile e le autorità sanitarie segnalano il rischio di contaminazione non solo dell’atmosfera, ma anche dell’acqua e degli alimenti.
I rischi sanitari e ambientali
L’esposizione ai composti rilasciati dagli incendi petroliferi comporta diversi rischi per la salute. Le sostanze presenti nella nube, tra cui benzene e formaldeide, possono provocare irritazioni respiratorie e cutanee e contribuire al peggioramento di patologie già esistenti, come asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Secondo le stime diffuse dalle autorità sanitarie, fino a dieci milioni di residenti nell’area di Teheran potrebbero essere esposti agli effetti dell’inquinamento. Le autorità invitano i cittadini a restare in casa, evitare attività all’aperto e lavare la pelle con acqua fredda nel caso in cui venga a contatto con la pioggia contaminata.
Le conseguenze ambientali potrebbero estendersi nel tempo. Le piogge acide e il particolato prodotto dagli incendi hanno la capacità di contaminare suolo, corsi d’acqua e falde, con possibili effetti sull’agricoltura e sugli ecosistemi locali. A questo si aggiunge il rilascio nell’atmosfera di ulteriori emissioni climalteranti e metalli pesanti dovuti alla combustione del petrolio.
Nel frattempo i venti stanno spingendo la nube verso l’Asia Centrale, verso Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Secondo alcune analisi, gli effetti potrebbero essere osservati anche più a est: per questo sono stati attivati controlli anche in Cina e in India.
Silenzio mediatico
L’attacco alle infrastrutture petrolifere iraniane ha avuto effetti anche sui mercati energetici internazionali. Il prezzo del petrolio ha superato i 119 dollari al barile, con ripercussioni immediate anche in Europa. Ma, mentre l’impatto economico è entrato rapidamente nel dibattito pubblico, il disastro ambientale e sanitario che coinvolge la popolazione di Teheran ha ricevuto una copertura più limitata. Alcune testate e siti specializzati hanno documentato la pioggia acida e i rischi per la salute, ma il tema è rimasto relativamente marginale nei grandi network internazionali.
In un conflitto in cui l’attenzione si concentra soprattutto sugli equilibri geopolitici e sull’energia globale, la nube tossica sopra una metropoli abitata da milioni di persone rischia di passare in secondo piano. Eppure, proprio lì si manifesta una delle conseguenze più concrete della guerra: non soltanto infrastrutture distrutte, ma aria, acqua e territorio che possono restare contaminati per molto tempo e avere ripercussioni dirette a breve e lungo termine sulle persone.