
L’ultimo ingresso di Stefano Orfei Nones nella gabbia delle tigri segna la fine di un capitolo lungo più di trentacinque anni: il Circo Orfei sceglie di proseguire il proprio cammino senza animali in pista.
Non si tratta di un gesto improvviso né di una scelta imposta dall’esterno. È il punto di arrivo di un percorso maturato nel tempo, attraversato da interrogativi etici, trasformazioni normative e mutamenti culturali profondi. «È una scelta sofferta, ma necessaria perché i tempi sono cambiati e con essi la sensibilità verso gli animali», ha spiegato Stefano Orfei, riconoscendo che il pubblico di oggi guarda al mondo animale con occhi diversi rispetto al passato.
L’annuncio ha immediatamente acceso il dibattito e raccolto reazioni favorevoli da parte delle associazioni per i diritti degli animali, che vedono in questa svolta un precedente significativo per l’intero settore. In Italia il divieto totale non è ancora pienamente effettivo: la legge delega del 2022 ha previsto il superamento degli animali nei circhi, ma l’attuazione è stata rinviata più volte e lo stop definitivo è ora fissato al 31 dicembre 2026. Nel frattempo resta in vigore un impianto normativo che affonda le radici nel 1968, distante dalla sensibilità contemporanea e già superato in diversi Paesi europei, dove l’utilizzo di animali selvatici è vietato da tempo. In questo scenario il Circo Orfei sceglie di anticipare la trasformazione, ridefinendo la propria identità artistica prima ancora dell’obbligo di legge.
L’ultimo ingresso in gabbia e la scelta che cambia il destino del circo
Figlio di Moira Orfei, la “Regina del Circo”, e cresciuto tra piste e tendoni, Stefano Orfei ha incarnato per decenni la figura del domatore, mantenendo viva una tradizione familiare che affonda le radici nel Novecento italiano. Ecco perché la sua ultima entrata nella gabbia delle tigri ha avuto un valore quasi simbolico.
Secondo quanto riportato da diverse testate nazionali, la decisione è maturata progressivamente, anche alla luce di critiche sempre più pressanti e di divieti locali che hanno limitato affissioni e autorizzazioni in diverse città. Accanto a Orfei, la moglie Brigitta Boccoli, artista circense, ha sottolineato come gli animali siano sempre stati considerati parte della famiglia. Il ricordo dell’aggressione subita da una tigre nel 2009, episodio che mise seriamente a rischio la sua incolumità, resta una ferita personale ma non è stato il motivo determinante della svolta. Piuttosto, quell’esperienza si inserisce in una riflessione più ampia sulla natura stessa dello spettacolo con animali selvatici e sul rapporto tra addestramento, cattività e benessere animale.

Nel discorso pubblico emerge una tensione delicata: da un lato l’affetto autentico rivendicato dalla famiglia, dall’altro la crescente consapevolezza sociale che riconosce negli animali selvatici esigenze incompatibili con la dimensione itinerante e performativa del circo tradizionale. L’addio non cancella il passato, ma lo rilegge alla luce di un presente che chiede nuove responsabilità.
Le pressioni normative e l’evoluzione della sensibilità collettiva
Il percorso che ha portato a questa decisione si inserisce in un quadro legislativo articolato. In Italia, il divieto relativo agli animali selvatici nei circhi, previsto già dal 2013, è stato prorogato più volte fino al 31 dicembre 2026. Diverse amministrazioni comunali hanno nel frattempo anticipato restrizioni, limitando o impedendo spettacoli con elefanti, tigri e leoni.
Parallelamente, le campagne delle associazioni animaliste hanno contribuito a ridefinire la percezione pubblica del fenomeno, portando all’attenzione condizioni di cattività ritenute innaturali e pratiche di addestramento considerate incompatibili con il rispetto delle specie selvatiche. Il dibattito italiano si colloca dentro una tendenza europea più ampia: Paesi come la Francia hanno già introdotto divieti analoghi, segnando un orientamento chiaro verso la progressiva eliminazione degli animali dai circhi.
In questo contesto, la scelta del Circo Orfei non è soltanto adeguamento a una norma imminente, ma un atto che intercetta una trasformazione culturale ormai consolidata. Dopo la pandemia, che ha messo in crisi l’intero comparto dello spettacolo itinerante, la necessità di ripensare modelli organizzativi e contenuti artistici si è intrecciata con la questione etica, rendendo la riconversione quasi inevitabile.
Un nuovo corso tra talento umano e innovazione artistica

Il futuro del Circo Orfei si annuncia come un laboratorio creativo fondato esclusivamente sul talento umano. Acrobati, clown, performer contemporanei e discipline circensi evolute prenderanno il posto degli animali in pista, restituendo centralità al corpo, alla tecnica e alla narrazione scenica.
La transizione offre anche risvolti economici e organizzativi non secondari: l’eliminazione dei costi di mantenimento degli animali, la possibilità di intercettare un pubblico più giovane e sensibile ai temi ambientali, l’apertura a nuovi linguaggi scenici. Esperienze analoghe in altri Paesi europei dimostrano che il circo senza animali può affermarsi con successo sia sul piano commerciale sia su quello artistico.
Nel frattempo, Stefano Orfei e Brigitta Boccoli hanno annunciato la nascita dell’Accademia internazionale del circo dedicata a Moira Orfei a Roma, con l’obiettivo di formare giovani artisti e favorire un rinnovamento strutturale del settore. L’idea è quella di costruire un ponte tra la tradizione familiare e le forme più innovative dello spettacolo dal vivo, includendo collaborazioni internazionali e l’uso di tecnologie immersive capaci di ampliare l’esperienza del pubblico.