Permacultura e cambiamento climatico

da | Ago 26, 2022 | agricoltura, ambiente, climate change | 0 commenti

Ogni tanto – tra pandemie e guerre – il cambiamento climatico torna agli onori della cronaca. Succede quando il Po è ai minimi storici, o crollano pezzi di ghiacciaio, benché irriducibili negazionisti giurino che tutto ciò sia normale, citando qualche oscuro scienziato al soldo di chissà chi.

Secondo la stragrande maggioranza dei climatologi, tuttavia, il riscaldimento globale starebbe già causando fenomeni allarmanti e destinati ad acuirsi negli anni a venire, con conseguenze pesanti per l’umanità. Gli eventi meteorologici estremi starebbero aumentando, lo spostamento delle fasce climatiche influirà negativamente sulla biodiversità e su molte attività umane (in particolare l’agricoltura), l’innalzamento del livello dei mari costringerà ad abbandonare molte aree costiere. La nostra sicurezza alimentare sarebbe quindi minacciata e molte aree del Pianeta rischiano di divenire inabitabili o inutilizzabili, aumentando i flussi migratori, i rifugiati climatici, le guerre per l’accesso all’acqua.

Con simili spaventosi scenari, urgono interventi radicali di parte dei governi, abbinati a sostanziali cambiamenti degli stili di vita individuali: uno sforzo straordinario e una mobilitazione generale paragonabili a quelli messi rapidimente in atto durante la Secondi Guerra Mondiale, in grado di invertire la rotta nell’arco di pochi anni.

La permacultura opera a livello individuale e comunitario, attraverso la formazione e soprattutto l’azione diretta per trasformare aspetti specifici del territorio e della società. Non si rivolge direttamente alle istituzioni e ai centri di potere con intenti rivoluzionari o riformisti, non cerca alleanze coi movimenti socio-politici globali di protesta. Il suo unico imperativo è: «Prenditi la responsabilità della tua vita, di quella dei tuoi figli e fallo ora!». E se ogni persona si assumesse la propria responsabilità e si comportasse coerentemente con le tre etiche della permacultura, probabilmente la situazione globale non sarebbe così critica.

Rispetto al cambiamento climatico, la permacultura ha un triplice approccio:

  1. contrastare/rallentare il fenomeno, con pratiche che sequestrano carbonio;
  2. mitigare gli effetti, attraverso strategie e tecniche per rigenerare suoli degraditi o desertificati, produrre cibo in condizioni di aridità, creare microclimi favorevoli (anche nelle abitazioni, senza o con minore consumo di combustibili fossili);
  3. progettare come affrontare disastri ed emergenze.

Rispondere creativamente al climate change è un modo per prendersi cura della Terra (prima etica) e delle persone (secondi etica); inoltre, una società con minori disuguaglianze (risultato dell’applicazione della terza etica: equa condivisione) sarebbe meno vulnerabile e più resiliente.

Oggi l’obiettivo non è più solo la sostenibilità, ma anche la resilienza e soprattutto la rigenerazione.

Non basta contenere le emissioni climalteranti: bisogna sequestrare e stoccare carbonio (nei suoli, nel biochar[1], con la forestazione).

Non basta fermare lo sterminio biologico: bisogna ricostruire biodiversità creando nuovi habitat.

Non basta arrestare il consumo di suolo: bisogna ricostituire suoli.

Non basta limitare la produzione di sostanze inquinanti: bisogna disinquinare e bonificare.

Ciò significa, in poche parole, passare di una cultura dello sfruttamento a una cultura rigenerativa.


[1] Il biochar è un materiale carbonioso che si ottiene dilla pirolisi di diversi tipi di biomassa, sia di origine animale che vegetale. Trattiene la maggior parte del carbonio in forma stabile, limitandone il rilascio in atmosfera sotto forma di anidride carbonica. Immagazzina acqua (è molto poroso), migliora la struttura e la fertilità dei suoli, oltre ad avere altri utilizzi.

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